«ERI TUTTO BIANCO, È STATO UNO SPETTACOLO» QUEI CARABINIERI CHE SNIFFAVANO IN SERVIZIO

Ravenna, 15 Luglio.
– Sono in auto, sono in due, sono appartati, è mezzanotte passata, stanno
pippando cocaina appena ricevuta dal pusher di fiducia. «Che cazzo ti sei
buttato addosso? Eri tutto bianco, è stato uno spettacolo vederti. Adesso
chiamo i Ris». E ridono. L’auto è una gazzella dei carabinieri. E loro sono due appuntati
scelti in servizio a Cervia
Divise impolverate, questa volta,
non è solo un’immagine retorica da colonne di giornale.
I colleghi della
Benemerita a Ravenna li stanno ascoltando con una cimice installata sulla
pattuglia. Li arresteranno nove mesi dopo quella notte di pippate e risate per
la divisa che si impolvera e per i Ris da chiamare, dopo aver raccolto tutti
gli elementi a sostegno. Dal 17 giugno scorso i due sono in carcereCustodia
cautelare
: secondo il giudice per le indagini preliminari c’è il rischio di
inquinamento delle prove e reiterazione del reato. E ha firmato un’ordinanza di
168 pagine che contiene anche quell’intercettazione. La procura muove una lista
di accuse lunga così: dalla truffa al falso ideologico, dalla corruzione fino
al concorso in spaccio e rapina passando per l’abuso d’ufficio. Reati per cui
si può arrivare a pene superiori ai dieci anni di detenzione.
Insieme ai due
militari sono state arrestate altre quattro persone. I fornitori
dei due carabinieri, una coppia di conviventi già ai domiciliari per spaccio: i
militari andavano formalmente per i controlli di routine ma in realtà per
rifornirsi di droga, a volte pagando e a volte a credito. E poi il titolare di
un bar cervese considerato un punto di spaccio dove ogni tanto andavano anche i
carabinieri a comprare. E infine un altro uomo che riforniva i due conviventi
di quantitativi consistenti per taglio, confezionamento e distribuzione al
dettaglio. Una fetta del mercato della droga su Cervia in cui
il confine tra guardie e ladri non si riesce più a distinguere. L’indagine
ricostruisce i luoghi dello spaccio, dalla piazzola dell’area di servizio
sull’Adriatica al bar in centro. E poi tutto un mondo fatto di personaggi che
sgomitano per alzare due soldi. Il 42enne che trasporta la coca dal fornitore
alla coppia di spacciatori e pretende 50 euro per il servizio. Il duello tra
fornitori (il 36enne barista Gianni D’Addiego e il
49enne Roberto “Boccia” Forcelli poi finiti tra gli arrestati)
a colpi di vanterie su chi abbia la roba migliore. La donna che sgrida il
compagno spacciatore perché si droga e sogna una medicina per farlo smettere
promettendo di mettergliela nel latte: «Chiediti se Dio è contento di quello
che fai». E si arrabbia ancora di più per Natale quando il pusher vuole andare
a far visita alla figlia della donna portando in dono una dose.
Per raccontare la
storia di questa inchiesta condotta dai carabinieri del reparto investigativo –
anche per dare un segnale di come l’Arma possa individuare chi sbaglia al suo
interno – cominciamo dalla fine. Dall’ultima notte in cui i due carabinieri
sono stati in servizio. È una notte emblematica per i fatti e per le persone
coinvolte. Tutte. E qui forse si riesce a separare le guardie dai ladri. È
il 17 novembre scorso. Su incarico della direzione distrettuale
antimafia di Lecce è in corso in tutta Italia una retata per catturare 45
indagati per collusioni con la criminalità organizzata. Uno di questi è stato
individuato a Cervia. Operazione delicata che non può andare a monte. Tutto
programmato per le 3 di notte. Uomini e mezzi dislocati. Tutto deve filare
liscio. E un carabiniere ubriaco che fa casino in un ristorante nella zona
dell’intervento non è quello di cui c’è bisogno. È Giuseppe Giancola,
43enne di Atri (Teramo) residente dal 2001 a Roncofreddo (Forlì) e da anni in
servizio al nucleo operativo radiomobile (Norm) di Cervia. Per tutti è Beppe
(oggi difeso dall’avvocato Marco Martines). Con lui c’è il collega che quasi
quotidianamente lo accompagna in pattuglia: Claudio Capozzi, 41enne
di Colleferro (Roma) residente a Fosso Ghiaia. Per tutti è Toni (avv. Giovanni
Scudellari). Tanto per capirci, era la sua la divisa che un mesetto prima si
era impolverata di cocaina. Al ristorante i due militari si presentano verso
mezzanotte per parlare con il titolare con l’intento di chiarire una recente
incomprensione. Il tenore della discussione si scalda subito, Giancola appare
poco lucido e agisce senza criterio: finge un controllo dei documenti della
pattuglia appostata poco distante per l’operazione antimafia e chiede se è
tutto ancora in corso poi si allontana con il Capozzi. Tornano poco più tardi,
dopo aver consumato droga in auto e questa volta la situazione rischia di
degenerare davvero perché Giancola sfiora lo scontro fisico con una delle
persone in compagnia del ricercato e secondo le testimonianze del ristoratore
avrebbe sfregato più volte la mano sulla pistola nella fondina. In divisa,
armato, ubriaco, drogato. Al 112 arriva la telefonata di uno dei presenti per
segnalare un carabiniere completamente ubriaco. Interviene in persona il
comandante di Giancola e Capozzi, il tenente Andrea Giacomini che
guida l’aliquota radiomobile dal 2011 ma non sa nulla dell’indagine in corso a
carico dei suoi due uomini: la procura l’ha tenuto all’oscuro per la massima
trasparenza. Ne seguirà una notte difficile in caserma ma l’operazione
antimafia andrà a buon fine. Dal mattino seguente Giancola verrà sospeso con un
provvedimento del tenente. Poco più avanti anche Capozzi non sarà più in
servizio.
Beppe e Toni. Li conosce solo per soprannome Ion Marcel Bors. Che
a sua volta ha il suo di soprannome:Galiziano, perché viene da Galati.
Ma vive a Lido di Savio con altri due romeni e gira lungo la riviera ostendando
una Saab Turbo nera con capote beige. Faceva il portiere notturno in un hotel
di Milano Marittima e finì in carcere che era la fine di agosto del 2013 per
unarapina al bar Sos24 sulla statale Adriatica a Cervia (vedi
correlati). Dirà di lui il gip: «Soggetto socialmente ai margini» con un«mediocre
livello culturale e delinquenziale»
. Insomma un pesce piccolo, si direbbe
in un poliziesco. Con il vizio di tirare cocaina. E il carcere lo mette a dura
prova: tenta due volte il suicidio, prima impiccandosi con le lenzuola alla
grata della finestra e poi con le lamette, poi decide di parlare al magistrato.
E siccome ha trascorso i primi giorni in cella con i complici della rapina e
lui è il capo decide che parleranno tutti. Perché non ha più senso coprire
Beppe e Toni visto che loro non hanno fatto lo stesso. Proprio così: a sentire
Galiziano e i suoi sodali, ritenuti attendibili dagli inquirenti, la rapina al
bar che fruttò 2.500 euro era stata un’idea dei carabinieri. Proprio condividendo
una striscia di neve era cominciata la conoscenza, più o meno tre anni prima.
Gli dicono che si procurano la roba dagli spacciatori in cambio di protezione.
E quando una sera al parcheggio del golf club di Cervia, il loro punto di
ritrovo per le pippate in compagnia, lui dice loro che è a corto di soldi ecco
che gli suggeriscono il colpo al bar: sopralluogo, informazioni su orari e vie
di fuga in cambio di parte del bottino (ottocento euro). Perché in questa
storia sta tutto qui il motore di ogni mossa di Beppe e Toni: recuperare soldi
per arrivare alla cocaina di cui non avevano mai abbastanza. «Ti è
rimasta la voglia, vero?»
, è una delle frasi che ricorre più spesso tra i
due nell’abitacolo della gazzella. Ma se un grammo costa 80 euro e hai
uno stipendio da carabiniere di circa 1.500 euro netti al mese non
è facile viverci e mantenerti il vizio anche se a te fanno lo sconto di 30 euro
perché fai pesare la divisa e in cambio offri protezione. A un certo punto il
pusher farà il riassunto della contabilità e per Beppe risulterà un
debito di 900 euro
. E di fronte alla richiesta di un altra dose a credito
il pusher non cede: «Io campo di questo». È il “Tengo famiglia” di Longanesi
declinato allo spaccio.
E pensare che una
notte Giancola ci aveva pure provato a prendersi l’impegno grosso. Era l’1 di
ottobre, anche una di quelle date che sembrano fatte apposta per cambiare
vita. «Drogati marci», aveva detto tre sere prima a commento di tre
tirate in auto. «Ci siamo sfracanati». A distanza di pochi giorni
annunciò al collega che quella sarebbe stata l’ultima notte di cocaina. Non fu
così. Ne arrivarono tante altre. La consumavano anche sulle palette. Una notte
si sentono i rumori delle inspirazioni con il naso e poi uno che dice: «Ciapa
ciapa la paletta»
. Poco dopo: «Toni, per uscire sulla statale
pulisci quella paletta»
. Ma la consumavano anche a casa di Zoran
Pekic
 eAntonella Guarini, 53 anni lui e 61 lei. Convivono a
Pinarella dove stanno ai domiciliari per spaccio. Lei, ad esempio, la beccarono
nel 2012 all’aeroporto di Bologna che rientrava da Cartagena con due
bottiglie di rum piene di cocaina liquida
. Lui usava le ore autorizzate di
permesso per andare a rifornirsi della roba da smerciare. E un po’ come in
molti altri episodi di cui è accusata la coppia in divisa fu Beppe a fare il
primo passo. Avvicinò Pekic a fine 2012 in borghese, dopo un controllo
ufficiale in divisa, e gli chiese della cocaina. Superata l’incertezza iniziale
ne tirarono una striscia insieme. E la volta dopo con Beppe c’era anche Toni.
Quando gli inquirenti si rendono conto che quelle prolungate soste
nell’appartamento non sono per le formalità di rito ma potrebbero essere per
drogarsi allora si intrufolano e installano telecamere e microfoni.
I filmati
forniscono elementi fondamentali al pubblico ministero e aumentano la rabbia di
colleghi e superiori. L’abitazione offre una base perfetta per il vizio: è un
luogo sicuro, evitano di essere visti in strada e la loro presenza è
giustificata con i controlli. Finti. Come tanti altri ordini di servizio che
annotano targhe di auto e nomi di conducenti fermati, passaggi di
pattugliamento nelle zone sensibili, controlli a viados e prostitute. Tutto
inventato per coprire le soste a drogarsi o le cene al ristorante. Attorno al
tavolo della casa di Pinarella si muovono le due coppie – Pekic-Guarini e
Giancola-Capozzi, tra loro un «pactum sceleris», scrive il gip – e
le loro storie, a volte anche avvilenti. Il serbo non è l’unico con precedenti.
Giancola ha infatti già una condanna in primo grado: ai tempi dell’ordinanza
antilucciole fermò un cliente in una piazzola e si fece pagare in contanti
senza rilasciare nessuna ricevuta raccontando al cliente che così avrebbe
evitato di pagare una somma più alta. A Pekic dice che il ricorso in appello
gli evitò l’espulsione dall’Arma. Un provvedimento che difficilmente potrà
evitare questa volta: per gli operatori delle forze di polizia la legge non
prevede test tossicologici periodici (come previsto invece per altre
professioni) ma chi viene trovato sotto effetto di droghe difficilmente
conserva la divisa. Dopo averla impolverata.

Andrea Alberizia –
Fonte: RavennaeDintorni
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