Due suicidi in Guardia di Finanza questa settimana. Generale Rapetto “Perché nessuno si rende conto del disagio?”

Sono decine ogni anno i membri delle forze dell’ordine che decidono di farla finita. In particolare questa settimana due finanzieri si sono tolti la vita ed il Generale Umberto Rapetto ha voluto sottolineare il malessere diffuso nella Guardia di Finanza in un articolo per InfoSec News .

Michele – scrive Rapetti – è l’ultimo di una lunga e interminabile serie, il secondo di questa settimana. La mattina del 4 novembre si è alzato presto.

Non si conoscono le ragioni di quel gesto estremo e qualunque ne sia stata la radice non bastano le lacrime a sedare la rabbia che istintivamente fa urlare un tanto naturale quanto inutile “perché?”.

A dire il vero i “perché” sono più di uno. Non interessa soltanto la ragione del disperato salto nel vuoto, ma anche e soprattutto il motivo per il quale nessuno in ufficio (colleghi e superiori) si sia reso conto del disagio che stava tracimando e si accingeva a travolgere Michele…

Nel 1993 – spiega Rapetto – Michele è stato uno dei miei collaboratori. Faceva l’autista al Segretariato Generale del Ministero delle Finanze, quando io ero nello staff dell’indimenticabile Gianni Billia.

Mi è difficile che Michele sia riuscito a blindare il suo malessere al punto che nessuno lo può credere.

Ho fatto il comandante – sottolinea Rapetto – l’ho fatto pretendendo dai miei “ragazzi” l’impossibile, facendo per loro tutto quel che era nelle mie possibilità e qualche volta pure di più. Mi basta guardarli negli occhi per capire se qualcosa non narrare e non poteva permettermi che ci basta guardare o problemi, quasi mi pesasse la responsabilità di esser capace di dar loro una mano. Ero convinto (e lo sono tuttora) che il sentirsi chiamare “Comandante” fosse la più onerosa delle soddisfazioni. E’ una parola che – a mia volta – ho riservato ad una striminzita manciata di miei superiori meritevoli di un così gravoso appellativo, chiamando tutti gli altri con il “signor” seguito dal grado da loro rivestito. “Comandante” bisogna meritarselo e pochi ne hanno davvero diritto.

Comprendo sia difficile farsi carico dei “casini” degli altri, ma è proprio lì che sta la differenza tra un “Comandante” e un “superiore”. I superiori si dimenticano al primo cambio di incarichi, i Comandanti – quei pochi – restano impressioni nell’anima perché il loro cuore era capace di ospitare le paure, le difficoltà ei dolori di chi è alle dipendenze

Michele – prosegue Rapetto – è morto a due giorni di distanza di Francesco Saverio, maresciallo ordinario eufemisticamente “trovato senza vita” a Lodi. In comune non solo il doloroso epilogo, ma anche il 1991. Era l’anno di arruolamento di Michele, quello di nascita del giovane collega sottufficiale suicidatosi in Lombardia.

In comune hanno anche il messaggio a ciclostile con cui il Comando di appartenenza introduce con il consueto “A preliminare informazione si rende noto che…” e si conclude con la frase di rito “Sono in corso le procedure per attivare il supporto psicologico nei confronti dei familiari”.

In alcuni casi la solerzia degli incaricati alla redazione del “radiomessaggio” è tale da far sì che siano informate le “Superiori Gerarchie” prima dei genitori, come è successo con Francesco Saverio dove si legge che il Comandante Provinciale “sta contattando la famiglia del militare che risulta vivere a Napoli”

Quel messaggio rimbalza spesso sulle chat dei gruppi di finanzieri che adoperano WhatsApp e il poveretto di turno ottiene finalmente quei 30 secondi di attenzione che magari avrebbe voluto nei giorni precedenti il drammatico togliersi la vita. Il suo nome, accompagnato al numero di matricola, per un istante diventa famigliare anche a chi non lo ha mai conosciuto, nome che chi lo aveva di fronte tutti i giorni probabilmente non abbinava ad un volto, ad una vita o ad un problema che meritava un briciolo di attenzione.

Ad ottobre del 2018 scrissi di queste cose in un mio pezzo su Il Fatto Quotidiano a ridosso della tragica scomparsa di un mio amico, il Colonnello Massimiliano Giua. Il titolo conteneva una domanda: “Suicidi in Guardia di Finanza, il malessere è diffuso. Perché?”

A distanza di tre anni quel quesito non ha trovato risposta. A quel “perché” – conclude Rapetto –  vorrei aggiungere “cosa è stato fatto nel frattempo” oltre al roboante “supporto psicologico nei confronti dei famigliari”?

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