DALLA CACCIA AI MAFIOSI AI SERVIZI SEGRETI: INIZIA LA NUOVA VITA DEL CAPITANO “ULTIMO”

(di Luca Fazzo) – Un mondo difficile, dove anche le disonestà e i tradimenti tendono a venire coperti dal segreto. E dove, come si è appreso con l’indagine romana sui pirati informatici di EyePiramid, anche ex capi dell’intelligece si sono rivelati vulnerabili agli hackeraggi.

Lui è Sergio De Caprio, meglio noto come «Ultimo», colonnello dei carabinieri. Un ufficiale anomalo, fin da quando -giovane capitano – in due stanze disadorne della caserma milanese di via Moscova, dava la caccia ai latitanti di Cosa Nostra al Nord, circondato dallo scetticismo dei suoi capi: ne nacque il blitz della Duomo Connection, l’inchiesta che per prima scoperchiò i fili sotterranei che univano mafia e politica nella ex «capitale morale». Da allora è passato un quarto di secolo, e per «Ultimo» è stato un periodo di successi ma anche di amarezze. Ora arriva la svolta: si toglie la divisa da carabiniere e mette i panni borghesi dell’agente segreto, chiamato a fare parte dell’Aise, il servizio che si occupa di sicurezza esterna. Da tempo l’Aise corteggiava De Caprio. A rompere gli indugi e a volerlo con sè è stato l’attuale direttore dell’agenzia, Alberto Manenti, che ha puntato su di lui per un ruolo specifico: Reparto Sicurezza, ovvero l’ufficio «affari interni» del servizio segreto. Un reparto cruciale ma storicamente poco considerato negli equilibri interni agli 007. La decisione di Manenti ha un significato inequivoco: potenziare il reparto, dare la caccia a chi sgarra con efficienza e senza indulgenze.

«Ultimo» non potrà dirigere il reparto, perché non ha il grado richiesto (serve almeno un generale di divisione). Ma gli è stata assegnata una sezione con garanzia di relativa autonomia operativa. Spia tra le spie, avrà dalla sua parte un vantaggio: di lui non esistono fotografie, è un uomo senza volto se si eccettua quello prestatogli da Raoul Bova che lo impersonò in una serie televisiva di successo.

La scelta di Manenti, condivisa con il comandante dei carabinieri Tullio Del Sette, non ha fatto piacere a tutti: non solo all’interno del l’Aise, ma anche tra i magistrati che di De Caprio si fidavano e che contavano su di lui per le loro inchieste più delicate; e ora dovranno farne a meno. Alla guida del Noe, il Nucleo operativo ecologico dei carabinieri, «Ultimo» aveva trasformato un reparto sonnacchioso in una macchina da indagini sui «poteri forti». Il pmHenry John Woodcock, che sul lavoro del Noe di De Caprio ha costruito molte delle sue inchieste, pare abbia manifestato esplicitamente il suo disappunto: ma senza risultato.

Così per De Caprio si apre una vita nuova, e chissà se nel nuovo ufficio si porterà il manifesto che teneva al muro nella sua stanzetta in via Moscova, l’uomo che in piazza Tien an Men ferma da solo una colonna di carri armati; e che riassumeva bene la sua filosofia composita, decisamente anomala per l’Arma di allora e forse di oggi, un mix di indisciplina programmatica e di amore per la «gente semplice». Non sarà amato dentro i servizi segreti come non era amato tra gli ufficiali dei carabinieri, cui quel collega ruvido e scanzonato divenuto eroe da telefilm è sempre risultato indigesto. Si può giurare che andrà per la sua strada senza guardare in faccia nessuno. Ma sapendo che anche nel mondo delle spie vige la legge di tutte le burocrazie, che perdona tutto tranne il successo. Una legge che De Caprio ha dovuto sperimentare sulla sua pelle, quando scese dal Nord in Sicilia per dare la caccia a Totò Riina, da sempre latitante indisturbato. «Ultimo» lo catturò nel centro di Palermo, e lo Stato lo ringraziò mettendolo sotto processo. (il Giornale)