Crisi di governo: quali sono i possibili scenari

Mario Draghi ha rassegnato le dimissioni, ma Sergio Mattarella le ha respinte. La fiducia si voterà di nuovo mercoledì. Se il Movimento 5 Stelle non cambia linea, sarà necessario un rimpasto di governo, oppure trovare un traghettatore per sostituire Draghi. In alternativa si può tornare al voto a breve, ma a quel punto i tempi sarebbero strettissimi.

Sono giorni molto tesi nei palazzi della politica italiana. La crisi di governo innescata dal Movimento 5 Stelle in una manciata di giorni è sfociata nelle dimissioni di Draghi, respinte tuttavia dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il capo dello Stato ha chiesto a Draghi di parlamentarizzare la crisi, di tornare cioè alle Camere per comunicare ai parlamentari la situazione corrente e consentire loro di votare nuovamente la fiducia al governo.

Secondo la Costituzione, infatti, il governo – nominato dal capo dello Stato – deve sempre godere della fiducia del parlamento, che invece è eletto dai cittadini. La crisi dei giorni scorsi si è concretizzata nell’astensione dei senatori del M5s sul voto relativo al decreto Aiuti, che tra le altre cose prevedeva fondi per il termovalorizzatore di Roma contro cui i Cinquestelle si battono da sempre. L’11 luglio, alla Camera, il M5s aveva già votato contro il decreto Aiuti, ma a favore della fiducia. Tuttavia al Senato, dove questa separazione tra singoli provvedimenti e voto di fiducia non è possibile, i rappresentati grillini si sono alzati e hanno lasciato l’aula.

Ciononostante, è bene ricordare che il decreto è stato approvato e la fiducia confermata.

Una questione politica

Prima del voto di giovedì, il governo Draghi ha sempre goduto di una maggioranza molto solida sia alla Camera dei deputati che al Senato. Fino ad oggi, al netto di poche eccezioni, tutte le forze politiche hanno dato sostegno all’esecutivo. L’unica forza sistematicamente all’opposizione è stata Fratelli d’Italia.

Alla luce di questa solidità – e della recente scissione all’interno del M5s che ne ha ridotto fortemente la presenza in Parlamento – in realtà Draghi ha ancora i numeri per continuare a governare, come dimostra anche il voto di ieri. La crisi dunque non è costituzionale (ossia i numeri minimi per governare ci sono), ma politica: Draghi non vuole governare senza il sostegno del M5s.

I quattro scenari

I prossimi giorni sono cruciali per il governo Draghi. Il presidente del Consiglio dovrà parlare alla Camere mercoledì prossimo, e nella stessa giornata si provvederà al voto. Esistono quattro scenari principali: il primo è quello di un ripensamento da parte del M5s, che potrebbe esser richiamato all’ordine dallo stesso Mattarella, nel tentativo di restituire stabilità politica al paese, almeno fino alle prossime elezioni, previste per la primavera del 2023.

Il secondo scenario, invece, è quello di un rimpasto di governo, cioè la sostituzione di alcuni ministri, che però ad oggi appare improbabile. Il terzo scenario prevede la sopravvivenza dello stesso governo ma con il licenziamento di Draghi, che verrebbe sostituito da un cosiddetto “traghettatore”, ossia una figura capace di condurre sia l’esecutivo che l’intero Paese verso le principali tappe future, tra cui il rispetto delle scadenze previste per il Pnrr e la stesura della Legge di bilancio entro l’autunno (che il parlamento dovrà approvare entro la fine dell’anno).

A questo proposito nella giornata di giovedì sono usciti i nomi di Massimo D’Alema (ex ministro ed ex presidente del Consiglio) e Giuliano Amato, attuale presidente della Corte costituzionale, in qualità di possibili traghettatori.

Il quarto scenario è invece quello più estremo: sciogliere le Camere e andare al voto anticipato. In questa situazione si avrebbe un’estate di campagna elettorale e la nascita di un nuovo parlamento che dovrebbe nominare un nuovo governo in tempi strettissimi per dare l’opportunità di lavorare almeno sulla legge di bilancio e sulle scadenze del Pnrr. Il Sole 24ORE ha fatto notare che in questo scenario i parlamentari eletti per la prima volta in questa legislatura (cioè nel 2018) perderebbero la pensione parlamentare, a cui avrebbero diritto per ragioni di anzianità solo a partire dal 24 settembre.

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