COMANDANTE GDF PENSA AD UN DISCORSO PUBBLICO PER LA PAURA CHE PREVALGA UN IMPULSO DI RIBELLIONE

(di Fiorenza
Sarzanini
) – I
magistrati varcano il portone del Comando generale della Guardia di Finanza e
il pensiero corre all’estate di tre anni fa quando un’altra inchiesta su alcuni
generali delle Fiamme Gialle convinse l’allora procuratore di Napoli,
Giandomenico Lepore, a recarsi a Roma per manifestare stima ai vertici. Così si
comprende che anche questa volta la mazzata è forte, perché l’accusa infamante
di corruzione agli ultimi due comandanti in seconda — Vito Bardi ed Emilio
Spaziante — potrebbe essere soltanto il primo passo di un’indagine che porta
lontano.
Esplode la rabbia
perché tutto questo «arriva nel momento che per noi è di grandissima e
soddisfacente attività». Ai piani alti di viale XXI Aprile non si riesce a
nascondere «lo scoramento per quanto sta accadendo, ma anche l’ira perché
questi sono i frutti avvelenati di una stagione passata che purtroppo non
possiamo ritenere definitivamente archiviata».
Spaziante è agli arresti per ordine dei giudici di Venezia che lo indicano
come uno dei «burattinai» dello scandalo legato al Mose; la perquisizione
nell’ufficio e nell’abitazione di Bardi va avanti fino
a sera. Non è la prima volta che il generale incappa in un’inchiesta della
magistratura. Fu indagato nell’ambito degli accertamenti sulla «cosiddetta»
loggia P4 e poi prosciolto.
Nel 2009, mentre
Bari era in corso l’indagine sulle feste nelle
residenze di Silvio Berlusconi, organizzò una riunione «riservata» con alcuni
ufficiali della Finanza e il futuro procuratore Antonio Laudati, poi rinviato a
giudizio con l’accusa di abuso d’ufficio e favoreggiamento per aver «pilotato»
le verifiche nei confronti del premier.
Comportamenti
chiacchierati che comunque non gli hanno impedito di diventare il numero due
del Corpo. Lo impone la legge che prevede l’assegnazione dell’incarico al più
anziano tra i generali. Una norma che mai nessuno ha chiesto di modificare pur
nella consapevolezza che regole diverse avrebbero invece potuto evitare proprio
il ritorno dei «frutti avvelenati».
E adesso con questo
si fanno i conti, con il timore che «una nuova bufera travolga tutti, anche chi
lavora giorno e notte e lo fa da anni proprio per dimostrare la nostra capacità
investigativa, la nostra volontà di stanare gli evasori, i corrotti, i ladri».
Ecco perché in serata si fa strada l’ipotesi di un’uscita forte del comandante
generale Saverio Capolupo.
L’idea è quella di
un discorso pubblico, da pronunciare già domani in
televisione o nel corso di una cerimonia ufficiale, contro i «venduti», «in
modo da dare fiducia alla parte sana che è quella vera e soprattutto più
consistente. Per tenere alto il morale della “base” e ribadire che i primi a
voler fare pulizia siamo proprio noi».
E allora si pensa
di elencare tutte quelle indagini avviate per stanare i politici che hanno
usato a fini personali i soldi pubblici, per smascherare gli accordi illeciti
tra le banche oppure per far emergere le «ruberie» degli amministratori di Mps.
Ma anche di «esaltare il lavoro quotidiano delle migliaia di sottufficiali che
ogni giorno effettuano verifiche fiscali, controlli sulla spesa pubblica, accertamenti
di danno all’Erario».
Si pensa in
particolare all’ultima indagine, quella del Mose di Venezia. «Perché —
evidenziano i vertici — è vero che alcuni finanzieri anche di grado alto sono
stati coinvolti, ma siamo stati proprio noi a scoprirli e li abbiamo trovati in
buona compagnia con ministri, politici, magistrati». Dopo gli arresti, durante
la conferenza stampa organizzata a Venezia, il comandante regionale Bruno
Buratti aveva elogiato il «lavoro di squadra» sottolineando i quattro anni
trascorsi dagli investigatori a ricostruire il «sistema» delle mazzette che ha
sottratto alle casse dello Stato centinaia di milioni di euro.
La preoccupazione
di chi deve guidare la truppa è che adesso prevalga un sentimento di
ribellione, la delusione «di chi si dà da fare per stipendi minimi, mentre i
colleghi rubano e fanno vita da nababbi». Ecco perché si riflette sulla
necessità di lanciare un segnale forte, ma anche di effettuare una «revisione»
degli incarichi proprio per riuscire a impedire che gli ufficiali più
chiacchierati ottengano posti di comando o comunque incarichi prestigiosi.
È successo nel
passato ed evidentemente continua ad accadere in una spirale che va interrotta
se davvero si vuole proteggere la parte sana. Ed evitare la beffa di prendere
lezioni da chi invece non è affatto al di sopra del sospetto.
Il finanziere
modello, spiegò Bardi in un’intervista rilasciata nel 2012
«è cittadino non avulso dal contesto che lo circonda, di sani principi e pronto
ad affrontare le difficoltà». Un esempio che forse lui ha deciso di non
seguire.

Il Corriere
della Sera – 12 giugno 2014

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