Colonnello Paternò su isolamento assassini di Willy: “Vigliacche metamorfosi di bulli impavidi che, in manette negli uffici di polizia, si trasformano da lupi ringhianti a pecore belanti”

di Salvino Paternòcolonnello dei carabinieri in congedo, docente dl Criinalistica nei corsi di Scienze criminologiche e forensi all’Università di
Roma La Sapienza.

“Apprendere che i barbari assassini di Willy chiedono l’isolamento in carcere, terrorizzati dalle invettive dei detenuti, non mi sorprende. Ho assistito numerose volte alle vigliacche metamorfosi di bulli impavidi che, una volta giunti in manette negli uffici di polizia, si trasformavano da lupi ringhianti a pecore belanti.
Ciò che invece mi desta perplessità è la reazione giuliva della gente che inneggia spietatamente alla violenza carceraria, auspicando una giustizia sommaria ai danni dei delinquenti ad opera di altri delinquenti.

Ed è sconcertante constatare che spesso coloro che oggi augurano il massacro, la brutalizzazione e finanche la sodomizzazione degli infami indagati, siano gli stessi che si strappano i capelli inorriditi quando un agente delle forze dell’ordine, in un’operazione di polizia, tira un calcio in culo di troppo. Insomma, non capisco che senso abbia condannare la violenza per poi desiderarla.


In realtà, però, tale paradossale reazione un senso ce l’ha. Purtroppo ce l’ha…


E’ l’istintiva reazione di chi prende atto che dinanzi ad uno stato inefficiente, ad una giustizia letargica e a forze dell’ordine costrette ad operare con le mani ed i piedi legati, sotto ipocriti riflettori e lenti distorte, alla fin fine gli unici che possono darti una speranza di punizione alla sopraffazione siano gli stessi sopraffattori.


Se, con il corpo ancora caldo della giovane vittima, invece di lanciarsi con aggressivo spirito competitivo nella gara di chi dicesse la cazzata più mastodontica, si fosse puntato il dito sull’inefficienza della giustizia, il problema si sarebbe potuto analizzare con maggiore concretezza.


Invece, mentre gli opinionisti si sperticavano nel blaterare di cultura fascista, palestre di arti marziali, fino a mettere al bando il nobile termine di “guerriero”, nessuno si chiedeva chi in realtà fossero gli aguzzini e come avessero potuto commettere un crimine del genere indisturbatamente e sotto gli occhi di tutti.


Allora ve lo dico io chi sono. Si tratta di ragazzi che, solo negli ultimi tre anni, hanno accumulato una marea di denunce per spaccio di droga, lesioni, risse, minacce e porto illegale di strumenti atti ad offendere. Carte e carte scritte dalle forze dell’ordine che finivano miseramente ad accatastarsi in polverosi fascicoli stipati negli uffici del tribunale, senza che alcun provvedimento risolutivo venisse mai preso.


E’ ovvio che nei cervellini lillipuziani di tali soggetti, l’assenza di reazione punitiva da parte dello stato equivaleva ad una sorta di impunità. Un’impunità che non solo li ha indotti a proseguire le loro scorribande, ma anche ad alzare l’asticella della loro ferocia.
E allora, se bisogna condannare la violenza, la prima terrificante violenza che il cittadino subisce è proprio l’assenza di giustizia, ed è quella che genera l’odio vendicativo a cui oggi assistiamo. Gli strumenti atti ad offendere più letali che hanno armato le mani degli assassini sono state proprio la lentezza della giustizia e la mancanza di certezza della pena.”

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