Colonnello dell’Arma si oppone al procuratore, difende i suoi uomini e ne paga le conseguenze

Alla metà di questo decennio, proprio mentre erano in corso delicatissime indagini e processi sulla ‘ndrangheta, l’allora procuratore capo di Imperia Giuseppa Geremia scatenò un vero e proprio attacco contro l’allora comandante provinciale dei carabinieri Luciano Zarbano.

È quanto si legge in un articolo di Marco Lteve per Repubblica.

Contemporaneamente, il marito del procuratore diventava il protagonista di una di quelle vicende italiane a metà strada tra il farsesco e il malcostume, ma le cui conseguenze furono destabilizzanti e, in ultimo, a causa del suicidio di un sottufficiale, addirittura tragiche. Per colpa di una patente da ritirare al coniuge della magistrata, che non venne però mai ritirata, scattò un’indagine che coinvolse, fra gli altri, anche il colonnello Zarbano. Dopo una condanna in primo grado è stato assolto in appello, e lo stesso procuratore generale in aula ne aveva chiesto l’assoluzione stigmatizzando la scelta dei giudici di primo grado.

Paradossalmente, fra i molti protagonisti di queste turbolente vicende, è l’unico che, seppur innocente, continua a pagarne le conseguenze. L’essersi opposto all’allora procuratore e soprattutto aver difeso i suoi uomini da una serie di critiche e contestazioni, lo vedono oggi relegato in un ufficio di fatto senza incarico. Con buona pace dell’assoluzione che avrebbe dovuto restituirgli, se non altro, almeno le funzioni operative.

Il paradosso sta nel fatto che Zarbano è l’unico ad essere uscito ” illeso” da quel periodo mentre l’ex procuratore, dopo aver ricevuto una censura dal Csm per ” imparzialità e scorrettezza”, ha scelto di andare in pensione.

Buona parte della vicenda ruota attorno a un decreto di sospensione della patente del novembre 2013 che avrebbe dovuto essere notificato in Sardegna a Gianfrancesco Cabiddu, ex carabiniere e marito della Geremia. La locale stazione dell’Arma di Lunamatrona si tiene il decreto fino a febbraio 2014 quando lo spedisce a Imperia. E qui il foglietto resta ancora misteriosamente inchiodato fino a ottobre. Viene notificato quando Cabiddu ha già sostenuto l’esame di idoneità che vanifica la sospensione.

Finiscono indagati in tre: Cabiddu, Zarbano e il maggiore David Egidi che era amico di famiglia dei coniugi Cabiddu- Geremia.

Zarbano sceglie il rito abbreviato e oggi ha chiuso i conti con quella vicenda. Cabiddu e Egidi sono attualmente a processo. Il 25 giugno, un sottufficiale sardo, dopo un tesissimo interrogatorio in aula da testimone, rientrato a Lunamatrona si è suicidato lasciando un biglietto in cui chiedeva scusa per aver creato problemi a tanti colleghi.

Fra i molti aspetti assurdi della vicenda c’è il fatto che Zarbano sia stato indagato sostenendo che volesse fare un favore al procuratore. La competente procura di Torino ritenne ininfluente decine di pagine – che Repubblica ha letto – e che testimoniavano i difficili – per usare un eufemismo – rapporti Zarbano Geremia.

Quest’ultima aveva più volte chiesto il trasferimento del comandante provinciale, ai superiori gerarchici dell’Arma aveva scritto più volte contestando una serie infinita di presunte scorrettezze di Zarbano e di altri ufficiali (fra queste anche l’affronto che non ci fosse nessun militare ad attenderla all’ingresso della cerimonia per la Virgo Fidelis e accompagnarla ai banchi delle autorità). Il comandante provinciale aveva sempre replicato sostenendo il corretto operato suo e dei suoi uomini.

Ma altri motivi avevano contribuito a rendere incandescente il clima. Intanto una serie di indagini (poi archiviate) relative a segnalazioni secondo le quali Cabiddu in una cena a Montecarlo avesse promesso un suo interessamento a imprenditori interessati ad avviare attività nel cosiddetto parco Roja, un’area da valorizzare. Geremia in quel periodo aveva anche chiesto ai carabinieri di indagare su eventuali interessi della criminalità nei progetti. Proprio le dichiarazioni di un avvocato in merito al presunto interessamento di Cabiddu le erano costate la censura dal Csm visto che aveva chiesto di leggere il verbale e non lo aveva trasmesso come avrebbe dovuto alla procura generale.

I carabinieri inoltre avevano anche trasmesso a Torino la segnalazione di un altro interessamento di Cabiddu in merito alla villa dell’ultima erede Agnesi sottoposta a tutela giudiziaria. Proprio l’inchiesta dei carabinieri aveva portato alla denuncia per peculato dell’avvocato nominato tutore. L’esposto dei famigliari Agnesi aveva visto aprire un’indagine, poi archiviata dai pm torinesi, anche sul procuratore di Imperia.

L’alto magistrato chiese più volte il trasferimento del militare che, però, difese sempre l’operato dei suoi uomini

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