Ddl Sicurezza, salta il piano per i Carabinieri ausiliari? Nessuna traccia dei 12mila volontari nel testo. Ecco cosa prevede
La misura annunciata per rafforzare le strade non c’è più
Nel testo del Ddl Sicurezza e contrasto al disagio giovanile non compare alcuna norma sui 12mila carabinieri ausiliari. La figura, rilanciata nei mesi scorsi come possibile risposta alla pressione crescente sull’operazione Strade Sicure, resta fuori dallo schema annunciato il 14 luglio 2026 dal consiglio dei ministri.
È il dato politico più rilevante per il comparto Difesa e Sicurezza: dopo annunci, aperture pubbliche e sostegni sindacali, l’ipotesi di reintrodurre una forma di servizio ausiliario nell’Arma dei Carabinieri non trova spazio tra i 29 articoli del provvedimento.
Il testo interviene su Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri, Guardia di finanza, Polizia penitenziaria, organizzazione del Ministero dell’Interno, potenziamento operativo delle Forze di polizia, procedimenti disciplinari, avanzamenti di carriera e benefici assistenziali. Ma non contiene alcun riferimento al reclutamento di ausiliari, né alla creazione di un contingente dedicato al presidio urbano in sostituzione dei militari dell’Esercito impiegati su Strade Sicure.
La scintilla: il nodo Strade Sicure e il ruolo dell’Esercito
La questione nasce da un problema ormai strutturale: l’impiego prolungato dei militari dell’Esercito nel controllo del territorio attraverso l’operazione Strade Sicure.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto aveva espresso con chiarezza l’esigenza di riportare i militari alla loro funzione primaria: addestramento, prontezza operativa, capacità bellica e missioni internazionali. In sintesi, l’idea che “i militari tornassero a fare i militari”.
Una posizione che aveva aperto un confronto politico delicato, soprattutto con la Lega, da sempre favorevole alla presenza dell’Esercito nelle città, nelle stazioni, nei luoghi sensibili e nelle aree considerate a maggiore rischio.
Da qui era nata l’ipotesi di una soluzione intermedia: non smantellare il presidio visibile sul territorio, ma alleggerire l’Esercito attraverso il reclutamento di carabinieri ausiliari volontari, destinati a rafforzare la sicurezza urbana e a coprire parte delle esigenze oggi assorbite da Strade Sicure.
L’annuncio del 6 febbraio 2026
Il segnale politico più forte era arrivato il 6 febbraio 2026, quando la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, commentando l’arrivo dei carri leggeri Puma dell’Esercito alla stazione Rogoredo di Milano, aveva indicato anche il lavoro del ministro Crosetto per rafforzare il presidio su strada.
Il messaggio era esplicito: nel quadro del rafforzamento di Strade Sicure, il Governo guardava anche a circa 12mila carabinieri ausiliari.
Il piano originario: sostituire progressivamente i militari di Strade Sicure
L’obiettivo politico-operativo era chiaro: utilizzare i 12mila ausiliari volontari per dare progressivamente il cambio ai circa 6.800 militari dell’Esercito impiegati stabilmente nell’operazione Strade Sicure.
Il piano avrebbe consentito di mantenere un presidio visibile in città, soprattutto in stazioni ferroviarie, ospedali, centri commerciali, aree sensibili e obiettivi ritenuti strategici, riducendo al tempo stesso il ricorso ai reparti dell’Esercito per attività di vigilanza urbana.
La logica era quella di un rafforzamento “a costo contenuto”, più flessibile rispetto all’assunzione immediata di migliaia di unità a tempo indeterminato nei ruoli ordinari. Gli ausiliari avrebbero rappresentato una risorsa temporanea, da impiegare in attività circoscritte, sotto il coordinamento dell’Arma.
Nel disegno iniziale, la misura avrebbe potuto anche collegarsi alla nuova Riserva Nazionale Volontaria della Difesa, immaginando un bacino più ampio di personale formato e richiamabile per esigenze specifiche.
Nel testo del Ddl Sicurezza non c’è traccia degli ausiliari
L’esame dello schema di Ddl conferma il cambio di scenario. Nel provvedimento non compare alcun articolo dedicato ai carabinieri ausiliari: non viene istituito il contingente speciale e non sono previste le procedure di reclutamento per i 12mila volontari inizialmente annunciati. Resta aperta l’ipotesi che la misura possa essere inserita in un futuro provvedimento normativo, ma il dato politico e cronachistico attuale è un altro. Il progetto non è soltanto sparito dai testi ufficiali, ma è stato completamente accantonato anche nel dibattito pubblico, uscendo di fatto dai radar dei discorsi della maggioranza.
Il nuovo pacchetto penale: dal reato ferroviario alle tutele professionali
Il testo finale non si limita a ridisegnare la pianta organica dei corpi, ma interviene sulla normativa penale per garantire una maggiore tutela agli operatori in servizio e inasprire le sanzioni contro i reati commessi nei settori strategici:
- Pene severe contro le aggressioni sui treni: Viene introdotta una nuova e specifica tutela penale per il personale ferroviario. Chiunque cagioni lesioni al personale di bordo addetto al trasporto passeggeri, mentre svolge attività di prevenzione e accertamento delle infrazioni relative alla sicurezza del trasporto ferroviario, sarà punito con le severe pene già previste per le lesioni a pubblico ufficiale in servizio.
- La nuova aggravante contro le violenze ai giornalisti: Scatta una severa stretta a tutela della libertà di informazione. Il codice penale si arricchisce di una nuova circostanza aggravante comune che si applica a tutti i delitti non colposi contro la vita, l’incolumità individuale e la libertà morale commessi a danno di giornalisti iscritti all’albo o di direttori di testate periodiche, qualora il fatto sia compiuto nell’atto o a causa della loro attività.
- Sgomberi immediati per le occupazioni arbitrarie: Il codice di procedura penale viene modificato per velocizzare l’azione repressiva contro l’occupazione abusiva di immobili. Viene infatti cancellata la norma che limitava i casi di sequestro e sgombero preventivo d’urgenza alle sole ipotesi in cui l’immobile occupato rappresentasse l’unica abitazione effettiva del denunciante.
Tutte le altre novità: dai droni alla Polizia Scientifica
Se gli ausiliari spariscono, il provvedimento introduce comunque una profonda riorganizzazione delle forze dell’ordine, blindando le carriere e la verticalizzazione del personale di ruolo. Nel testo spiccano:
- Droni per l’ordine pubblico: Cambia la normativa sull’uso degli aeromobili a pilotaggio remoto. Le Forze di polizia potranno impiegare i droni non più solo per il contrasto al terrorismo o alla criminalità organizzata, ma estendendone l’uso alla prevenzione generale dei reati e al mantenimento dell’ordine pubblico.
- Nuove Direzioni Centrali al Viminale: Il Dipartimento della Pubblica Sicurezza si amplia con l’istituzione di tre nuove strutture di livello dirigenziale generale. Nascono la Direzione centrale per la polizia scientifica (per il coordinamento forense e il supporto investigativo), la Direzione centrale dei reparti mobili e dei reparti speciali e la Direzione centrale per la formazione.
- Sanità interna e specialisti: Vengono ridefiniti i ruoli e le competenze delle carriere dei medici e dei medici veterinari della Polizia di Stato, con l’introduzione della figura dei funzionari tecnici psicologi anche per la Polizia Penitenziaria.
- Stretta sui simboli dell’Arma: Viene inserita una pesante sanzione amministrativa (da 500 a 2.500 euro, con sequestro e confisca dei materiali) per chiunque utilizzi in pubblico senza autorizzazione le denominazioni, gli stemmi o i segni distintivi dei Carabinieri per trarne vantaggio.
La cartina al tornasole della credibilità del governo (e lo spettro delle elezioni anticipate)
Non sapremo mai se quella degli ausiliari fosse davvero una buona idea, né se avrebbe potuto rappresentare una risposta concreta alla crescente domanda di sicurezza urbana. Ma una cosa è chiara: la retromarcia imposta sul progetto è diventata la cartina al tornasole della credibilità del governo.
Nel testo finale non c’è più traccia della misura. E quel silenzio pesa più di molte dichiarazioni: racconta un cortocircuito politico che ha finito per far evaporare l’intera operazione, senza una vera spiegazione pubblica e senza il coraggio di rivendicare fino in fondo la scelta iniziale.
Il risultato è che Strade Sicure resta ancorata alle sue vecchie, e spesso contestate, dinamiche: militari impiegati stabilmente nelle città, un modello nato come risposta emergenziale e diventato nel tempo una presenza ordinaria, ma mai davvero ripensata.
Con la legislatura ormai agli sgoccioli e lo spettro di elezioni anticipate sempre più ingombrante, il margine politico per correggere la rotta è ridotto al minimo. La proposta di una riserva volontaria rischia così di restare ciò che oggi appare: un’incompiuta annunciata, archiviata prima ancora di poter dimostrare se fosse utile o sbagliata.
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