Caporal maggiore assolto dal tentato omicidio a Cividate al Piano: decisive le contraddizioni della vittima
Rosario La Bella, caporal maggiore dell’esercito, è stato assolto dall’accusa di tentato omicidio per la sparatoria del 27 marzo 2024 a Cividate al Piano, in cui rimase ferito un marocchino di 27 anni.
Nelle motivazioni della sentenza, i giudici sottolineano due punti chiave: lo “sbalordimento” mostrato dall’imputato nelle telefonate intercettate dopo la notifica dell’inchiesta e, soprattutto, le numerose contraddizioni nelle versioni fornite dalla vittima.
Il risultato è netto sul piano processuale: le prove raccolte non sono state ritenute sufficienti per sostenere la responsabilità del militare.
Sul fondo, però, resta un contesto pesante, fatto di droga, armi e rapporti opachi, che continua ad alimentare un altro fronte giudiziario.
La sentenza: perché il caporal maggiore è stato assolto
Il cuore della decisione sta nelle motivazioni depositate dal tribunale. I giudici hanno ritenuto che il racconto della persona ferita non fosse abbastanza solido, né adeguatamente confermato da riscontri esterni.
Secondo la sentenza, le indagini sono state ampie, ma non hanno colmato i vuoti e le incongruenze emerse nel narrato della vittima. È questo il punto centrale che ha portato all’assoluzione del caporal maggiore dal tentato omicidio.
Le conversazioni telefoniche intercettate tra Rosario La Bella e la moglie, successive alla notifica del procedimento, vengono lette dal collegio come un segnale di autentico stupore. Per i giudici, non mostrano la reazione di chi stia costruendo una difesa a tavolino, ma il tentativo di ricostruire con precisione i propri spostamenti dopo aver appreso delle accuse.
Le telefonate intercettate: “era sbalordito dalle accuse”
Un passaggio pesa in modo particolare. Il 15 giugno 2024, parlando con la moglie, La Bella ripercorre la giornata successiva alla notifica ricevuta il giorno prima. Due giorni dopo dice di stare scrivendo quanto fatto il 26 e il 27 marzo.
Per i giudici, queste frasi indicano “sbigottimento” e “sbalordimento”. Un elemento che, da solo, non basta ad assolvere, ma che si inserisce in un quadro probatorio già fragile.
C’è poi un altro dettaglio ritenuto significativo: prima di ricevere la notifica dell’indagine, il militare non avrebbe mai parlato della sparatoria. Anche questo, secondo il tribunale, si colloca dentro una valutazione complessiva che non consente di arrivare a una condanna.
Le contraddizioni della vittima al centro del processo
La parte più pesante delle motivazioni riguarda però la persona ferita. Il 27enne, secondo i giudici, avrebbe fornito versioni tra loro non coerenti su aspetti essenziali dell’agguato.
Tra i punti contestati dal tribunale ci sono:
- il numero delle persone presenti sulla scena, prima indicate come due, poi tre;
- il tipo di auto coinvolta, prima una Opel e poi una Punto;
- la descrizione fisica dello sparatore;
- le circostanze stesse dell’incontro avvenuto quella sera.
I giudici definiscono poco credibile anche il fatto che il 27enne fosse arrivato da Pavia, con un’auto a noleggio, per acquistare una quantità modesta di hashish. Nelle intercettazioni, inoltre, avrebbe riferito al fratello che l’episodio era avvenuto “vicino al lavoro”, espressione interpretata dal tribunale come un riferimento al luogo in cui spacciava.
Il riconoscimento fotografico e i dubbi dei giudici
Uno degli elementi più delicati era il riconoscimento fotografico di La Bella. Ma anche su questo fronte la sentenza mette in evidenza forti cautele.
Secondo il collegio, la vittima avrebbe modificato e corretto il proprio racconto dopo essersi confrontata con parenti e amici. In una telefonata, il fratello gli avrebbe persino suggerito di consegnare agli investigatori “la fotografia dell’italiano” ripreso in un video.
Per i giudici, questo passaggio indebolisce ulteriormente la tenuta del riconoscimento. Anche perché la descrizione fornita del presunto aggressore — uomo robusto, con capelli neri e qualche capello bianco — non coinciderebbe con l’aspetto fisico del militare, descritto invece come più esile e con capelli e barba brizzolati.
A pesare è anche il contesto ambientale: era buio fitto, con motore e luci dell’auto spenti, su indicazione dello spacciatore con cui la vittima aveva appuntamento.
Cosa è successo a Cividate al Piano
La sparatoria risale alla sera del 27 marzo 2024, quando il 27enne marocchino rimase ferito a un braccio e a una gamba a Cividate al Piano, in provincia di Bergamo.
Secondo il suo racconto, aveva fissato un incontro con un nordafricano conosciuto come “Salah” per acquistare droga. In quel contesto sarebbe comparso anche un italiano che gli avrebbe sparato.
L’inchiesta ha poi incrociato altri episodi avvenuti nei giorni successivi, tra cui quello del 1° aprile, quando i carabinieri intervennero dopo alcuni spari e rilevarono il passaggio di un fucile da un’Audi A4 nera a una Toyota C-HR bianca.
Il contesto: droga, armi e un nuovo processo
Ed è qui che emerge il quadro più torbido. I giudici spiegano che non sono emersi elementi significativi di collegamento tra la sparatoria al 27enne e l’episodio del 1° aprile, tali da sostenere con forza l’ipotesi di una ritorsione o di una vendetta.
Tuttavia, un filo comune resta: il sottobosco dello spaccio e delle armi in cui si muovono diversi protagonisti della vicenda.
Questo aspetto non ha portato alla condanna per tentato omicidio, ma ha comunque aperto un altro capitolo giudiziario per Rosario La Bella, che ora deve affrontare un nuovo processo con accuse diverse: detenzione e ricettazione di un fucile, oltre a fatti legati allo spaccio di droga.
Le indagini e i limiti dei riscontri
Le telecamere hanno documentato alcuni movimenti della Fiat Punto collegata al militare. Ma anche qui, secondo la sentenza, gli elementi raccolti non sono risultati decisivi.
Un dato temporale viene ritenuto importante: alle 22.03.47 l’auto risultava diretta verso Fontanella, cioè in una direzione opposta rispetto al luogo dell’aggressione, collocata tra le 22 e le 22.08.
Nel corso delle indagini sono stati ascoltati anche alcuni tossicodipendenti, che hanno parlato di La Bella, droga e armi. Ma il tribunale osserva che queste testimonianze non possono essere considerate altamente attendibili.
Anche il contesto criminale, da solo, non è bastato. Le motivazioni chiariscono che nemmeno l’ambiente di consumo e spaccio frequentato dall’imputato in quel periodo ha prodotto riscontri decisivi, anche perché le perquisizioni eseguite avevano dato esito negativo.
Perché questa sentenza conta
La decisione su Cividate al Piano conta per una ragione precisa: ricorda che, in un processo per tentato omicidio, il contesto sospetto non basta. Servono prove coerenti, verificabili e capaci di reggere alle contraddizioni.
Nel caso del caporal maggiore assolto, il tribunale ha ritenuto che questo standard non fosse stato raggiunto. Restano ombre, relazioni opache e un ambiente criminale sullo sfondo. Ma sul fatto contestato, per i giudici, mancano conferme sufficienti per affermare la colpevolezza oltre il ragionevole dubbio.
È questa la vera chiave della sentenza: non una riabilitazione del contesto, ma la constatazione che le accuse per tentato omicidio non hanno trovato un supporto probatorio abbastanza solido.
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