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AFGHANISTAN ADDIO: GLI ITALIANI LASCIANO. MA NESSUNO NE PARLA

(di Fausto Biloslavo) – L’Afghanistan è la più lunga e sanguinosa
missione di combattimento italiana del dopoguerra. Dal 2002 è costata 54 caduti
ed oltre 200 feriti.

Ieri a Kabul la Nato ha ammainato la bandiera della missione Isaf. «Un
momento storico» l’ha definito il comandante americano John Campbell. E noi,
che pure ce ne andiamo, lasciando un mini contingente per l’addestramento,
voltiamo pagina in sordina. Ieri ad Herat, mentre calava il sipario
sull’operazione oltremare più importante della Nato dalla sua nascita, non c’è
stata nessuna cerimonia. «Non abbiamo fatto nulla. Per noi era una giornata
come un’altra» ammettono dal contingente di 1300 uomini rimasti a Camp Arena,
il quartiere generale italiano in tutti questi anni. «Penso che non verrà
organizzato nulla in particolare per la riduzione delle truppe a fine anno –
spiegano i militari – A dire il vero ad Herat neanche si parla della chiusura
della missione».

L’ultima visita ufficiale del sottosegretario alla Difesa, Domenico
Rossi, è avvenuta il 5 dicembre. Bastava rimandare di qualche giorno per farla
coincidere con l’ammaina bandiera della Nato e dare un decoroso senso a 13 anni
di intervento in armi.
La sordina al «momento storico» nasconde una volontà politica di chiudere
il capitolo afghano evitando il solito infingimento della missione di pace. Il
ponte dell’Immacolata e la strategia del governo hanno favorito un totale
silenzio sull’ammaina bandiera a Kabul. Nella capitale, però, abbiamo il
generale Vincenzo Santo, capo di stato maggiore della missione, in pratica
numero due della Nato in Afghanistan.

L’opinione pubblica è ben felice di non sentire più parlare del
disgraziato paese al crocevia dell’Asia. Questo non significa che possiamo
dimenticare circa centomila uomini, che hanno fatto il proprio dovere nella
parte occidentale del paese. In luoghi dai nomi esotici come Bala Murghab,
Farah, Bakwa sono decine i giovani che hanno versato il loro sangue per dare
una speranza agli afghani. Per non parlare dei due milioni di euro al giorno
che abbiamo speso quando avevamo 4mila uomini e si sparava di continuo.

Non si tratta di suonare la fanfara, ma il governo dovrebbe spiegarci
almeno se abbiamo vinto o perso. E invece passa tutto in sordina, per
opportunità politica, compreso il mesto ritiro ed il cambio camaleontico di
missione. Per non sbagliare siamo stati i primi a trasformarci ad ottobre in
Comando per l’addestramento e sostegno alle forze afghane. Per questo in
gennaio rimarranno 800 uomini ad Herat, fondamentalmente chiusi in base. A fine
estate 2015 anticiperemo la chiusura anche di questa missione. Il ministro
della Difesa, Roberta Pinotti, voleva che ad Herat rimanessero in 500, ma non
avrebbero garantito neppure la sicurezza di Camp Arena.

Il cittadino medio pensa che in Afghanistan non ci starà più nessuno o
che ce ne siamo già andati tutti. E fa comodo che sia così. Altrimenti si
rischia di aprire uno spinoso dibattito sui risultati del nostro intervento con
i talebani più baldanzosi che mai. Da Roma confermano che non è prevista, al
momento, alcuna celebrazione particolare per il rimpatrio di fine anno di una
fetta del contingente. Forse la visita pre natalizia ad Herat di qualche pezzo
grosso romperà un po’ il silenzio. Poi le ultime truppe italiane della missione
Isaf torneranno a casa mestamente, anziché sfilare a testa alta sotto i
riflettori, per ricordare a tutti 13 anni di sangue e sudore versati in
Afghanistan.
www.gliocchidellaguerra.it

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