Trenta, sì al sindacato-militari. Ma limiti nelle zone di guerra. “È troppo sbilanciato, serve equilibrio”

Soldati sindacalizzati sì, ma con giudizio. Non è immaginabile, per dire, che nelle missioni all’estero ci possano essere la stessa libertà sindacale che ci sarà in patria e nella routine di tutti i giorni. È la nuova preoccupazione del ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, che s’è resa conto di quanto il processo di sindacalizzazione delle forze armate sia delicato e rischi di sconquassare le catene di comando.

È in arrivo perciò una circolare che avvia consultazioni interne al ministero, coinvolgendo non soltanto la base, com’è stato finora, ma anche i vertici nella definizione delle nuove regole. Seguirà un pacchetto di emendamenti del governo al ddl in discussione alla Camera. E sarà innanzitutto un confronto interno al movimento, perché la proposta di legge per regolare la sindacalizzazione militare è di marca grillina, ma anche i correttivi verranno da un ministro del M5S.

«Occorre un bilanciamento tra diritti e doveri», si sente raccontare in queste ore nell’entourage del ministro. Nel palazzo della Difesa, a una veloce scorsa del testo e dei lavori parlamentari, hanno notato che la legge in discussione è prodiga di nuovi diritti, ma non vi è cenno al caso particolare di una missione all’estero.

Così gli stati maggiori si sono allarmati. Qualcuno teme che un comandante dovrà fare i conti con la rappresentanza sindacale quanto a orari di lavoro, permessi, licenze della sua truppa, e persino sul rispetto delle norme che tutelano la sicurezza del lavoro. Il risultato sarebbe un conflitto dirompente in una missione di “peace-keeping”. Con buona pace della gerarchia.

Come pochi sanno, per i soldati inviati nelle missioni all’estero fino a poco tempo fa vigeva il codice militare di guerra, quello che prevedeva corti marziali e (fino al 1994) addirittura le fucilazioni.

La circolare in arrivo sarà un colpo di barra. Finora è sembrato che il ministro Trenta sia favorevolissima alla sindacalizzazione, ma ciò ha creato più di qualche malumore nei vertici. Seguiranno poi gli emendamenti. Che terranno conto della consultazione che ora si aprirà tra staff del ministro e Capi di stato maggiore.

Quanto alle missioni all’estero, che sono a metà strada tra la pace e la guerra, e godono già di uno status particolare con un codice penale specifico, la Trenta si appresta a inserire paletti molto stringenti. Secondo la legge in preparazione, le associazioni sindacali dei militari dovrebbero poter intervenire sulla «tutela individuale e collettiva», sul «trattamento economico fondamentale, accessorio, di missione e di trasferimento», su «orario di lavoro, licenze, aspettative e permessi», sulla «mobilità del personale», anche sulla «attribuzione degli incarichi» e sulla «vigilanza sull’applicazione delle norme relative alla sicurezza sul lavoro e alla tutela della salute».

Generali e ammiragli hanno fatto presente però al ministro che quando si è in missione in teatri di crisi è impossibile che sia rispettato l’orario ordinario di lavoro, tantomeno le regole dell’Inail sulla sicurezza del lavoro. E al solo pensiero di dover discutere di licenze e incarichi con i sindacalisti con le stellette, ai vertici militari è venuta l’orticaria.

di Francesco Grignetti per la Stampa

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