Stretto di Hormuz, l’Europa cerca una linea comune. Berlino e Londra gelano Trump: “No a una missione Nato”
Hormuz in fiamme: il “muro di gomma” europeo contro l’azzardo di Trump
Il “grande affarista” Donald Trump sta cercando di scaricare i costi del fallimento di “Furia Epica” sulle spalle degli alleati, ma il risultato è un coro di no. Dopo aver innescato una crisi senza precedenti con l’attacco all’Iran del 28 febbraio, Washington si trova ora a gestire uno Stretto di Hormuz sigillato, dove le navi “bollono all’ancora” e solo poche imbarcazioni cinesi osano il transito. La proposta di una coalizione internazionale per pattugliare lo snodo dove transita il 20% del petrolio mondiale e il 90% dell’export saudita si è scontrata con quello che gli analisti definiscono un vero “muro di gomma”.
Il “gran rifiuto” di Berlino e Londra: la NATO non si muove
Il colpo più duro alle ambizioni di Trump arriva proprio dai partner storici. Berlino e Londra hanno blindato le porte a qualsiasi coinvolgimento della NATO, derubricando il conflitto a una questione prettamente americana. Il portavoce del governo tedesco, Stefan Kornelius, è stato tranchant: “Questa non è la guerra della NATO e non ha nulla a che fare con la NATO”, sottolineando che l’Alleanza è un patto difensivo territoriale e non esiste alcun mandato per un intervento in Iran. Sulla stessa linea il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul, che ha ribadito l’impossibilità per l’Alleanza di assumersi responsabilità su Hormuz, preferendo la via delle sanzioni.
Anche il premier britannico Keir Starmer ha gelato gli entusiasmi della Casa Bianca: pur dichiarando di voler proteggere la navigazione, ha messo in chiaro che il piano “non sarà e non è mai stato pensato come una missione della NATO”. La Gran Bretagna, pur possedendo capacità aeronavali, ha già fatto sapere che non invierà portaerei (necessarie altrove), limitandosi eventualmente a droni e sistemi di sminamento. Londra non ha intenzione di farsi trascinare in una “guerra a vasto raggio”.
Italia tra diplomazia e paura: il rischio del “fronte interno”
A Roma il clima è di estrema prudenza. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha respinto l’idea di stravolgere il mandato della missione Aspides per estenderla a Hormuz, definendo l’ipotesi “complicata” perché la missione deve restare difensiva e confinata nel Mar Rosso. Ancora più pungente il vicepremier Matteo Salvini, che ha avvertito: “L’Italia non è in guerra con nessuno; inviare navi militari in uno scenario di conflitto significherebbe entrarci”.
Il timore non è solo militare ma energetico: l’Italia, che ha già perso il gas russo, vede ora minacciato il 10% delle sue forniture di GNL dal Qatar, che ha già dichiarato la “forza maggiore” cancellando le consegne di aprile. Sebbene i terminali di rigassificazione come quelli di Rovigo o Piombino garantiscano un “cuscinetto”, la prospettiva di dover acquistare gas sui mercati spot a 50 euro al megawattora minaccia di riaccendere l’inflazione.
La trappola di Teheran e l’incognita Houthi
Mentre Trump cerca di coinvolgere Cina, Corea del Sud e Giappone (i Paesi più colpiti dal blocco), l’Iran gioca la carta della divisione. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha ribadito che lo stretto è “chiuso solo per i nemici”, cercando di spaccare il fronte internazionale offrendo passaggi sicuri a chi non aderisce alla coalizione statunitense.
Sullo sfondo incombe la minaccia dei ribelli Houthi. Secondo l’Ambasciatore Ettore Sequi, Teheran non ha ancora attivato il secondo fronte per non accelerare l’escalation, ma la possibilità che gli Houthi esercitino pressione sul Bab el-Mandeb mentre l’Iran blocca Hormuz creerebbe una “mutua vulnerabilità” letale per l’economia globale. Una “coalizione dei non volenterosi” sembra essere l’unica risposta a un conflitto che Washington ha aperto senza consultare nessuno e che ora nessuno sembra voler chiudere con le armi.
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