Saviano sbaglia: “La riforma Nordio non indebolisce la lotta ai clan”. Parla il Generale Governale, ex capo della Dia
L’ex capo della Dia smonta l’allarme sulla riforma
“La tesi di Saviano si basa su una logica fallace. I poteri del pubblico ministero non vengono in alcun modo intaccati dalla riforma costituzionale, quindi non si può sostenere che il contrasto alla mafia viene indebolito”. A parlare, intervistato dal Foglio, è Giuseppe Governale, comandante del Ros dei Carabinieri dal 2015 al 2017 e direttore della Direzione investigativa antimafia dal 2017 al 2020, per 46 anni in servizio nell’Arma. Visti i prestigiosi incarichi istituzionali rivestiti, Governale ritiene opportuno non esprimere valutazioni politiche sulla riforma, ma offre una lettura tecnica della questione.
I poteri del pm e la separazione delle carriere
“La riforma del codice di procedura penale del 1989 ha attribuito al pm specifici poteri di iniziativa delle indagini e di ricerca delle notizie di reato. Questi poteri non vengono in alcun modo scalfiti dalla separazione delle carriere, quindi trovo azzardato sostenere che, se la riforma Nordio venisse approvata al referendum, la lotta ai clan sarebbe indebolita”, spiega Governale.
Negli stessi giorni Roberto Saviano su Repubblica ha attaccato la riforma sostenendo che “rende il pm più isolato, più esposto, più governabile”. Ma l’ex direttore della Dia replica: “Ma sulla base di quale elemento lo sostiene?”. E aggiunge: “Il potere di accertamento dei reati da parte del pm non cambia. Inoltre, la separazione delle carriere è la regola negli ordinamenti europei, e non mi risulta che ciò abbia mai comportato un indebolimento del contrasto alla criminalità organizzata o ai reati economici”.
Il codice antimafia resta intatto
Secondo Governale, la riforma non incide nemmeno sugli strumenti più incisivi contro le mafie: “Il provvedimento non modifica in alcun modo il codice antimafia (decreto legislativo n. 159 del 2011), che consente alla magistratura di aggredire le mafie attraverso l’adozione di misure di prevenzione patrimoniali”. L’ex capo della Dia ricorda inoltre che il codice antimafia “è stato emanato durante un governo di centrodestra”, escludendo la lettura di uno scontro politico tra chi vorrebbe indebolire e chi difendere il contrasto alla criminalità organizzata.
Misure di prevenzione e terzietà del giudice
È proprio sul terreno delle misure di prevenzione che Governale individua una conseguenza positiva della separazione delle carriere. “Si tratta di procedure estremamente complesse e delicate, che si basano sul ribaltamento dell’onere della prova. Non è il pubblico ministero che deve provare l’accusa, ma l’incolpato che deve provare la sua innocenza, tant’è che ci sono stati casi di persone che si sono rivelate innocenti sul piano penale ma alle quali i patrimoni sono stati comunque sequestrati o confiscati. Dunque, è fondamentale che sia garantita piena terzietà al giudice, chiamato a controllare decisioni altamente invasive”.
La percezione del cittadino e il ruolo del giudice
“Non c’è dubbio che la separazione delle carriere va nella direzione del rafforzamento della terzietà del giudice, sia sul piano sostanziale sia su quello dell’immagine esterna”, afferma Governale. “Il cittadino deve essere consapevole che il giudice è terzo e che non esiste nessuna commistione tra lui e il pubblico ministero”. Ricorda poi che prima della riforma del 1989 il pm sedeva a fianco al giudice, mentre oggi è collocato sullo stesso piano del difensore. “Il cittadino deve essere rassicurato dallo stato sul fatto che accusa e difesa sono poste sullo stesso piano”.
Secondo Governale, però, questa distinzione non è ancora chiara nell’opinione pubblica: “La gente comune molto spesso confonde il pm con il giudice e viceversa, ma non accade mai che un giudice sia confuso con un avvocato”. Da qui l’esempio di espressioni improprie come “giudice Di Pietro”, a fronte dell’assenza di formule analoghe riferite ai penalisti, come nel caso di Franco Coppi.
Una riforma di equilibrio, non una riforma antimafia
“La separazione delle carriere non è una riforma della postura antimafia, né in senso positivo né in senso negativo. È una riforma che riguarda l’equilibrio del processo penale e la terzietà del giudice”, conclude Governale. Attribuirle un valore salvifico o distruttivo nella lotta alle mafie significa, secondo l’ex direttore della Dia, caricarla di un significato che non le appartiene.
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