RELAZIONE URANIO IMPOVERITO “MORTI SCONVOLGENTI TRA I MILITARI.” SM DIFESA: “ACCUSE INACCETTABILI”

La Quarta Commissione parlamentare istituita per indagare sull’utilizzo dell‘uranio impoverito in zone di guerra ha stilato la sua relazione finale che è stata approvata con 10 voti favorevoli e due contrari. Le “reiterate sentenze della magistratura ordinaria e amministrativa”, si legge nel testo della relazione conclusiva, hanno “costantemente affermato l’esistenza, sul piano giuridico, di un nesso di causalità tra l’accertata esposizione all’uranio impoverito e le patologie denunciate dai militari o, per essi, dai loro superstiti. Per l’uranio è stato altresì riconosciuto sul piano scientifico, con la Tabella delle malattie professionali Inail approvata nel 2008, il nesso causale per la nefropatia tubolare”. Nel mirino il «negazionismo» dei vertici militari e gli «assordanti silenzi generalmente mantenuti dalle Autorità di Governo».

Critiche anche alla magistratura penale, i cui interventi «non appaiono sistematici» a tutela della salute dei militari e dunque «nell’amministrazione della Difesa continua a diffondersi un deleterio senso d’impunità». In relazione a tre specifici casi emersi nel corso dell’inchiesta, la Commissione ha trasmesso gli atti acquisiti nelle rispettive audizioni presso le procure della Repubblica competenti. Si tratta del militare Antonio Attianese, vittima di una grave patologia insorta a seguito della sua permanenza in Afghanistan, che ha denunciato l’atteggiamento ostruzionistico e le minacce di alcuni superiori. C’è poi il caso sollevato dal tenente colonello medico Ennio Lettieri, che ha affermato di essere stato direttamente testimone, nel corso della sua ultima missione in Kosovo, in qualità di direttore dell’infermeria del Comando Kfor, della presenza di una fornitura idrica altamente cancerogena di cui era destinatario il contingente italiano. Infine, la Commissione ha trasmesso alla procura di Roma gli atti relativi all’audizione del generale Carmelo Covato, della Direzione per il coordinamento centrale del servizio di vigilanza, prevenzione e protezione dello Stato Maggiore dell’Esercito, che aveva affermato che «i militari italiani impiegati nei Balcani erano al corrente della presenza di uranio impoverito nei munizionamenti utilizzati ed erano conseguentemente attrezzati, affermazioni che apparivano in contrasto con le risultanze dei lavori della Commissione e con gli elementi conoscitivi acquisiti nel corso dell’intera inchiesta».

Ma le conclusioni a cui è giunta la Commissione sono state rispedite al mittente dallo Stato Maggiore che in una nota spiega: “Le forze armate respingono con fermezza le inaccettabili accuse. Le Forze Armate italiane mai hanno acquistato o impiegato munizionamento contenente uranio impoverito. Tale verità è emersa ed è stata confermata anche dalle commissioni tecnico-scientifiche ingaggiate dalle quattro Commissioni parlamentari che, dal 2005 ad oggi, hanno indagato su tale aspetto” con “centinaia di ispezioni in siti militari, in aree addestrative e poligoni”. E su questo tema è intervenuto anche il professor Giorgio Trenta: “Non ho mai detto che è responsabile dei tumori riscontrati nei soldati. Le mie affermazioni sono state travisate”. “Il presidente della Commissione – ha spiegato Trenta – cita una perizia in cui affermavo che l’uranio al massimo poteva essere il mandante, non l’esecutore materiale. Io parlavo di un militare che lavorava in un campo di atterraggio e decollo degli aeroplani che portavano le bombe all’uranio depleto in Kosovo che aveva una pista in terra battuta. Quindi quando gli aeroplani atterravano facevano un polverone, e questo faceva sì che inalasse microparticelle ma non di uranio, ma del materiale che stava nella pista”.