Quando la “goliardata” diventa reato: a Sassari il processo al Maresciallo per falso e concussione
L’episodio ad Alà dei Sardi: uno “scherzo” finito male
Quello che doveva essere, nelle intenzioni della difesa, un semplice momento di goliardia tra colleghi, si è trasformato in una pesante vicenda giudiziaria che vede protagonista un Maresciallo dei Carabinieri. I fatti risalgono a tre anni fa, durante una visita del comandante della compagnia di Ozieri alla stazione di Alà dei Sardi. L’imputato all’epoca comandante della stazione e oggi in servizio a Brescia, è finito a processo davanti al tribunale di Sassari con accuse pesantissime: falso e concussione.
La “relazione di servizio” fantasma e le 12 fotocopie
Il fulcro dell’accusa risiede in una cartella lasciata sulla scrivania del Maresciallo, che riportava in copertina il nome di un appuntato in servizio nella medesima stazione. All’interno non vi era documentazione ufficiale, bensì dodici fogli fotocopiati identici, contenenti una finta relazione di servizio. Nel documento, il Maresciallo evidenziava un presunto comportamento poco consono del sottoposto, accusandolo di trascorrere troppo tempo con il cellulare in mano invece di assolvere ai propri doveri d’ufficio. Una critica che, sebbene mossa sotto forma di “burla”, ha innescato una reazione a catena imprevista quando è stata notata dal capitano in visita.
Tra difesa della goliardia e rigore della Procura
Nonostante il Maresciallo avesse immediatamente chiarito che si trattava di uno scherzo rivolto al collega, il capitano della compagnia ha ritenuto che tale condotta non fosse affatto una semplice leggerezza. La relazione, palesemente fasulla, è stata segnalata alla Procura della Repubblica, che ha ravvisato gli estremi per procedere penalmente per i reati di falso e concussione. Secondo l’impianto accusatorio, la messa in scena non sarebbe stata una battuta innocua, ma un atto volto a ottenere un comportamento imposto o a esercitare una pressione indebita sul subordinato.
Il dibattimento in aula e le prossime tappe
L’avvocato difensore, Giuseppe Onorato, sostiene la tesi dell’innocuità del gesto, sottolineando come in quella caserma vi fosse un clima di consuetudine agli scherzi tra colleghi. Di parere opposto la parte offesa, l’appuntato coinvolto (assistito dall’avvocato Orlando Ugone), che ha dichiarato di essersi sentito preso di mira e di aver subito un trattamento ingiusto che andava oltre il semplice spirito di corpo. L’appuntato ha fermamente negato ogni addebito riguardo alle sue presunte mancanze sul lavoro. Il processo riprenderà il 27 maggio, data in cui verranno sentiti come testimoni altri due carabinieri presenti in caserma all’epoca dei fatti per far luce sulla reale natura di quello che è stato definito un “servizio poco amichevole”.
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