POLEMICHE PER LA PUBBLICITÀ DELLA MARINA MILITARE CHE PUNTA SULL’INGLESE

(di Giovanni Belardelli) – «Be cool and join the Navy». Questo è lo slogan che campeggia su un palazzo romano
per invitare i giovani ad arruolarsi nella Marina militare.

È fin troppo ovvio
considerare un cartellone del genere come l’ennesimo esempio della superficiale
anglofilia di un Paese come l’Italia, che l’inglese lo conosce mediamente poco
ma cerca di usarlo molto. Un Paese il cui ministro dell’Istruzione ha
annunciato di recente l’insegnamento in inglese di una materia curricolare
delle superiori, quando è a tutti noto che un ragazzo o una ragazza che in
Italia vogliano imparare davvero l’inglese devono provvedervi con corsi fuori
dalla scuola o con soggiorni all’estero. 
Ma probabilmente quel cartellone
indica anche qualcosa d’altro, che va oltre la provincialissima tendenza a
usare l’inglese soprattutto se e quando non è indispensabile. Possibile mai,
infatti, che in una terra tutta protesa nel Mediterraneo come la nostra, con
una storia come la nostra, in cui il rapporto col mare è stato tanto
importante? dalle Repubbliche marinare alle migrazioni e invasioni di popoli
venuti appunto dal mare?, la Marina militare abbia pensato seriamente di
invitare all’arruolamento con uno slogan del genere? Uno slogan la cui capacità
di richiamo non si affida al contenuto, che di per sé è piuttosto banale e
potrebbe andar bene per una marca di jeans come per la partecipazione a X
Factor, ma alla lingua veicolare, l’inglese. 
D’accordo, è solo un cartellone
pubblicitario. Ma in un Paese già disorientato di suo, in cui i vecchi
riferimenti istituzionali e culturali appaiono in crisi e i nuovi non si vedono
ancora, meraviglia e sconcerta non poco constatare che perfino la Marina
militare si propone ormai ai giovani con richiami che si industriano di non
avere nulla di specificamente legato a ciò che è stato ed è ancora italiano,
neppure la lingua.