Napoli, il bambino spacciatore con la pistola e la posa da camorrista. La madre sui social: «Tutto suo padre»

Ad appena otto e undici anni, i bambini vengono mandati in strada a consegnare «pallini» di cocaina ai tossicodipendenti, che a quei «muschilli» consegnano i 40 euro per la dose. E una delle mamme arrestate pubblica, fiera, sui social network la foto del figlio con una pistola in mano e una posa da camorrista: «Sei uguale a papà». Un degrado senza fine, quello che viene raccontato nelle pagine dell’inchiesta coordinata dalla Procura di Torre Annunziata e condotta dai carabinieri della sezione operativa della compagnia oplontina, nei cinque mesi successivi a un insolito agguato avvenuto nel rione Poverelli. Diciotto persone sono state arrestate, tra queste ci sono sette donne. Sette mamme, alcune delle quali hanno insegnato ai figli minorenni che quello è il «mestiere» di famiglia, tra droga, armi e malavita. Il gip che ha emesso l’ordinanza di custodia cautelare aveva stabilito il carcere per tutti i 18 indagati, ma due donne hanno figli piccolissimi e per loro è stato disposto il divieto di dimora in Campania. Ancora una volta, la storia di degrado sociale arriva da quel quartiere, troppo spesso venuto alla ribalta della cronaca, il Rione Poverelli tristemente noto per lo scandalo della pedofilia e per l’uccisione di una mamma coraggio, Matilde Sorrentino, che con le sue denunce fece emergere raccapriccianti violenze sui bambini all’interno della scuola elementare.

Poverelli, un nome che sembra essere un condanna per quei bambini, costretti ad avere a che fare con l’unica “risorsa” che sembra offrire quel quartiere, cioè lo spaccio di droga. E uno di questi bambini, ad appena otto anni, scende in strada a consegnare le dosi. Un altro, di undici, viene convinto con insulti e con un «regalo» di 10 euro. «Sei un bastardo» e «infame» erano stati i «complimenti» di mamma e papà al suo rifiuto di uscire, la sera del 26 dicembre, per consegnare la cocaina. Una banconota da 10 euro, però, l’aveva convinto. Tra dicembre 2018 e aprile 2019, le indagini dei carabinieri hanno ricostruito l’intero organigramma di pusher e fornitori. Luigi Sperandeo, 30enne legato al clan Gionta, si sarebbe presentato armato a casa di uno degli spacciatori per minacciare la moglie con una pistola: «Questi sono 50 grammi, se non paghi entro fine settimana, sparo». Poi, qualche giorno dopo, un ulteriore avviso sarebbe arrivato tramite parenti: «Se non paghi, farò le torture cinesi a tuo figlio», uno di quei bambini pusher. Detenzione e spaccio di droga, estorsione, detenzione e porto illegali in luogo pubblico di armi comuni da sparo sono le accuse mosse, a vario titolo, ai 18 indagati, che potranno dimostrare la propria estraneità ai fatti, a partire da lunedì, con gli interrogatori di garanzia.

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