Militari in cella per nulla: in servizio dopo 13 anni

Lo avevano detto fin dal primo giorno. «Siamo innocenti e lo dimostreremo». Dopo l’arresto, nella primavera del 2005, e 106 giorni fra carcere e domiciliari, erano stati sospesi dal servizio. Più di 13 anni dopo sono rientrati, ed hanno potuto indossare di nuovo, con orgoglio, la divisa da carabinieri. Ottenendo una riabilitazione che aspettavano, e che meritano, oltre a somme ingenti.

«Noi arresti e sequestri li abbiamo fatti regolarmente, con l’obiettivo di tutelare i nostri ragazzi e bloccare gli spacciatori di morte». I marescialli Francesco Menolascina, 55 anni, di Castelgomberto, e Ignazio Mirigliani, 58, di Trissino, erano stati arrestati dai loro colleghi nel corso di un’indagine che ha rovinato loro la vita, prima ancora della carriera.
 
Nell’ottobre 2016, la Corte d’Appello di Venezia, aveva accolto le richieste della procura e li aveva assolti da ogni accusa. Al centro di una vicenda che ha fatto molto discutere, c’erano le modalità con cui i due carabinieri, con un terzo collega, arrestavano gli spacciatori. È lecito l’utilizzo degli agenti provocatori da parte delle forze dell’ordine nelle inchieste antidroga? La risposta a questa domanda l’aveva data la Cassazione, che aveva annullato la condanna a oltre 5 anni per entrambi: è lecito. I due investigatori nel biennio 2004-05 catturarono ripetutamente dei piccoli spacciatori, usando degli agenti provocatori. Ma vennero ritenuti dalla procura concorrenti nello spaccio e arrestati. «In vent’anni di carriera le indagini antidroga le ho sempre fatte così – spiegò Menolascina al giudice in aula -. Con l’utilizzo dei confidenti e grazie alla loro collaborazione risalivo agli spacciatori, rispettando le norme per centinaia di operazioni coordinate dall’autorità giudiziaria. Nessun pm o ufficiale fino al 2005 mi aveva detto nulla, il mio metodo era quello». E i giudici gli diedero ragione.

Dall’autunno 2016 fino alle scorse settimane, i due militari hanno vissuto in una sorta di limbo. Sono stati esaminati da una commissione disciplinare del Coespu che li ha ritenuti idonei e non ha mosso loro alcuna critica. Così, finalmente, hanno potuto indossare la divisa, rientrando nei reparti dove erano stati trasferiti prima di essere arrestati: Menolascina al battaglione di Mestre, Mirigliani a quello di Milano. Felici, o quasi, come il primo giorno da carabinieri, anche se ormai la pensione è dietro l’angolo. 

I due carabinieri, negli anni di sospensione, hanno percepito il 50 per cento dello stipendio base e la loro carriera è rimasta bloccata.

Ora hanno ottenuto tutti gli arretrati, oltre che la ricostruzione della carriera. Si tratta di una cifra complessiva non lontana dal mezzo milione di euro, ma potrebbero mancare all’appello ancora alcune voci, a partire dalle ferie maturate in 13 anni di attesa. «Quanto è costato tutto questo?», hanno chiesto ai loro legali, gli avv. Tiburzio De Zuani e Filippo Vicentini. Di quell’indagine, che fece molto clamore, a distanza di anni non è rimasto nulla, nemmeno dei reati satellite che vennero contestati all’epoca.

Ma il nodo centrale rimangono le modalità degli arresti, che sono state ritenute legittime.

I due marescialli stanno valutando se chiedere un risarcimento dei danni per l’ingiusta detenzione patita, oltre che quello subito dai loro famigliari. «Tutte le somme che dovessimo ottenere, trattenute le spese, le daremo in beneficenza all’Opera nazionale assistenza orfani dei militari dell’Arma dei carabinieri», hanno sempre detto. «Noi – hanno riferito agli amici – amiamo l’Arma e vogliamo aiutare chi ha perso il papà in divisa». 

Diego Neri per il Giornale di Vicenza