MA L’ITALIA STA GIÀ COMBATTENDO IN LIBIA

(di Franco Iacch per il Giornale) – Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia ed Italia stanno già combattendo in Libia. “Per quanto riguarda il personale dei reparti speciali – si legge in una nota ufficiale di AFRICOM – non possiamo svelare alcun dettaglio a causa di problemi di sicurezza operativa, ma siamo impegnati a collaborare con i libici e gli enti locali in materia di misure di antiterrorismo”.

 

Il rischieramento inglese ed americano era stato più volte confermato, con unità attive sul terreno a supporto delle milizie di Misurata. Ad est, invece, le forze francesi operano nei pressi di Bengasi, presso la base aerea di Benina, principale avamposto del generale Khalifa Belqasim Haftar, che sostiene il governo di Tobruk.  Secondo la stima di Stratfor, i francesi potrebbero avere in Libia un piccolo contingente di 180 operatori.
Il 24 febbraio scorso, il giornale francese Le Monde ha pubblicato un rapporto sulla guerra segreta condotta dalla Francia in Libia. 50 unità del 9° reggimento incursori paracadutisti “Col Moschin”, infine, sono attive in Libia con i servizi segreti dell’AISE. In gran parte conseguenza della guerra guidata dalla NATO nel 2011, la Libia si trova nel caos da cinque anni. Lo Stato Islamico ha utilizzato anni di instabilità politica per ricreare un nuovo santuario jihadista nel cortile di Europa. Proprio la Libia è lacerata da una rivolta interna e governata da due parlamenti e due governi. Il primo, riconosciuto a livello internazionale ha sede a Tobruk, mentre il secondo governo, sostenuto dalle milizie islamiche, si trova nella capitale libica di Tripoli. Sfruttando l’assenza di un’amministrazione efficace, le milizie locali, dopo la fine di Muammar Gheddafi nel 2011, hanno trasformato il paese in un mosaico di feudi in guerra. Sarebbe opportuno rilevare che la Libia potrebbe diventare una posizione di ripiego per lo Stato islamico, qualora dovesse perdere le principali roccaforti in Siria ed Iraq. Lo Stato islamico in Libia – ha affermato in audizione al Senato il comandante di AFRICOM, il generale David Rodriguez – continua a crescere e minaccia direttamente la Tunisia come possibile futura espansione.
L’attacco a Ben Guerdane, a circa 20 miglia dal confine libico, dimostra che la minaccia è più che ipotetica. Oggi la Libia è un avamposto fortificato per missioni terroristiche di proiezione.
L’apertura di un possibile fronte libico spaventa gli Stati Uniti per la certezza, qualora avvenisse un dispiegamento terrestre (al momento utopia), di dover garantire il grosso delle truppe dinanzi un’opinione pubblica che si è già espressa contraria in tal senso. Il Pentagono preme per dei massicci raid aerei contro i campi di addestramento, i centri di comando ed i depositi identificati in Libia. Opzione caldeggiata anche dal segretario alla Difesa Ashton Carter. Nonostante sul tavolo, l’attacco aereo su larga scala continua ad essere fortemente sconsigliato dal Dipartimento di Stato. Le ripercussioni sono evidenti. Tali attacchi aerei, se non coordinati correttamente, potrebbero mettere a repentaglio lo sforzo delle Nazioni Unite per la creazione di un governo in Libia. A riguardo, sarebbe opportuno ricordare anche la deposizione dei servizi segreti USA, avvenuta lo scorso autunno: “nonostante la presenza sul terreno di numerose squadre dei reparti speciali inglesi, americani, francesi ed italiani, non disponiamo di informazioni sufficienti per identificare gli obiettivi dello Stato Islamico in Libia”. E’ comunque una lotta contro il tempo. Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia ed Italia, cercano di gestire un precario equilibrio, nel tentativo di garantire un fragile percorso politico che possa portare ad un governo in Libia. La priorità della soluzione politica, però, non tiene conto del possibile vantaggio di un’azione militare aggressiva immediata. Il rischio di una campagna aerea è potenzialmente fatale e senza progressi diplomatici, potrebbe ottenere gli stessi errori della guerra in Iraq. I progressi nella risoluzione dei problemi politici della Libia sono minimi, mentre la minaccia per la Tunisia è in crescita. La pur breve l’esperienza democratica del nuovo governo dopo la fine del regime di Ben Ali, oggi si ritrova ad affrontare una serie di sfide economiche, tra cui l’elevata disoccupazione e tensioni sociali. Prerequisiti per la diffusione dello Stato islamico che sfrutta proprio il malcontento delle popolazioni locali, allineandosi con le tribù per stabilire un punto d’appoggio. L’obiettivo dei terroristi è chiaro: creare dei piccoli focolai insurrezionali e diffondersi nelle città come una piaga. L’Occidente supporta la Tunisia con consulenti ed equipaggiamento, così come la formazione anti-terrorismo e lo sviluppo di una forza aerea.
C’è poi, infine, un ultimo punto che andrebbe affrontato. Gli Stati Uniti, qualora si dovesse propendere per una legale ed autorizzata invasione terrestre della Libia (al momento non si sussurra nemmeno al di là delle fantasiose speculazioni), dovrebbero quasi certamente fornire il grosso delle truppe. Perché oggi, valutare la NATO senza il supporto americano, sarebbe impossibile. Analizzando la spesa militare degli Alleati, ci si rende conto del reale stato degli eserciti europei, sempre più specializzati in piccole forze orientate in missioni di proiezione. Lo Stato Islamico ed il suo contesto prettamente asimmetrico, rappresentano minacce molto reali per la sicurezza europea e per la NATO. La forza dello Stato islamico in Libia è stimata dai 6500 ai 7000 terroristi in aumento costante. I principali centri del califfato, secondo il Dipartimento della Difesa Usa, sono a Sirte, Tripoli e Bengasi. A differenza delle altre roccaforti in Siria ed Iraq, quelle in Libia sarebbero protette anche da sistemi di difesa terra-aria.

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