LE LACRIME DEL MARINAIO PER IL BIMBO SOLO

Augusta –
L’efficiente staff della Marina autorizza l’incontro solo con il comandante
, il brindisino 43enne Carlo Francesco Saverio Scigliuzzo,
marinaio per passione e tradizione, nel nome del papà ufficiale. Però, nello
stesso tempo, qui in porto, si ascoltano anche le parole, poche, sofferte,
concesse a colleghi di altre navi, del 46enne Corrado Alfonso, siciliano di
Avola, il nostromo, marinaio per amore e speranza, nel senso che sarebbe motivo
d’onore se uno dei due figli, magari, seguisse il fascino del mare. Gli farebbe
volentieri da chioccia, forse per scusarsi di quelle volte, dalla comunione ai
diciott’anni, che non era a casa ma nel Mediterraneo.

Sono tre le navi,
in fila ad Augusta.
 Sul ponte di
quella davanti alla Fenice hanno fatto sedere i migranti di spalle, in modo che
non vedano le lunghe fasi del trasferimento dei cadaveri nelle bare. Sulla
restante nave c’è un piccolo, di un anno, in braccio a un signore, forse suo
papà. Sono gli unici due che non sono per terra sul pontile, nell’intreccio di
piedi nudi e di contorsioni, poggiate come sono le persone una sull’altra per
sfruttare i minuscoli spazi d’ombra offerti dalle braccia d’un vicino. C’è un
altro piccolo, arrivato in Sicilia senza genitori. Otto, dieci anni al massimo,
è stato salvato dalla Fenice. È per lui che il nostromo piange. Si fa fatica,
davanti a un uomo adulto che piange: specie a uno come Alfonso, che ha la
fisicità e lo sguardo, la scelta delle parole e il modo di pronunciarle, d’uno
nato per reggere tutti gli urti della vita. E poi, quel ruolo: il nostromo,
l’arte marinaresca per eccellenza, la figura della tradizione, il coordinatore
dell’azione sia a bordo e sia in acqua.
Impegnata
nell’operazione Mare nostrum, 
la Fenice ha
ricevuto un Sos e ha puntato in direzione del peschereccio. «Li abbiamo visti
subito, i morti, e abbiamo organizzato i soccorsi» dice il comandante
Scigliuzzo. I suoi marinai urlavano che volevano arrivare vicino al
peschereccio, fare in fretta, scendere con i gommoni, andare, tornare,
ripartire. Chiede scusa per l’abbassamento della voce, Scigliuzzo, è emozione;
dice che, finora, non aveva mai recuperato cadaveri. Lo distoglie un brusio
della gente, dalle scalette d’una delle navi sta scendendo il presunto
scafista. Ieri ne hanno arrestato un altro anche a Pozzallo, in provincia di
Ragusa, dove in serata attendevano l’arrivo di altri cinquecento migranti,
compresi un centinaio da Gaza. Il traghettatore di Pozzallo, fermato dalla
polizia, ha diciannove anni. Gli hanno chiesto conto dei morti sulla sua
imbarcazione. Ha risposto che non poteva distinguere se c’era chi riposava
oppure chi era in agonia.
Le notizie da
Pozzallo ripropongono ad Augusta un’angosciata domanda
: ma sono deceduti anche i genitori di quel bimbo recuperato dalla
Fenice del nostromo? L’hanno visto in compagnia d’un signore, ma ulteriori
accertamenti di Alfonso farebbero già pensare che non sia un parente, che mamma
e papà potrebbero essere in due delle ventiquattro bare trasferite sui cinque
furgoni, sulla macchina e sul camioncino di quelli da traslochi. Sulle navi, a
tutti i migranti vengono scattate foto, per cominciare le operazioni di
identificazione. Specie con i più piccoli, confida il nostromo, per il tempo
che corre fino alla terraferma e alla partenza verso i centri d’accoglienza
quelle foto vengono viste e riviste, un po’ come fanno i genitori invecchiati
con gli album di famiglia quando i figli sono ormai fuori di casa.
Marco Galli – Corriere.it