LA PRIMA DONNA CHE FA SCATTARE SUGLI ATTENTI I GENERALI: “IO MINISTRO DELLA DIFESA, NON DELLA GUERRA”

(di Ermanno
Lucchini) – Boiseries, salottino austero e poltroncine in cuoio, carabinieri
che scattano sull’attenti. Nell’ufficio dove i vertici delle Forze Armate
discutono di sicurezza, armamenti, missioni all’estero irrompe con una
camicetta di seta lilla e una lieve fragranza floreale Roberta Pinotti. 

La prima donna ministro della Difesa della storia d’Italia ci dà
appuntamento a Palazzo Baracchini per un’intervista esclusiva
, concessa a Io
donna 
a dieci settimane dal suo insediamento. Runner appassionata,
Roberta Pinotti corre anche in politica: da parlamentare a presidente della
Commissione Difesa, poi sottosegretario con Letta e ministro con Renzi. Un caffè
in piedi e poi via, «Cominciamo!».
Lei è la
prima donna ministro della Difesa: come intende distinguersi dai colleghi che
l’hanno preceduta?

Sulle Forze Armate, così come su ogni altro argomento, vorrei non si ragionasse
per stereotipi: non c’è un approccio “maschile” o “femminile” ai problemi della
Difesa, c’è un modo diverso di affrontarli che cambia da ministro a ministro.
Semmai se c’è una mia specificità, che penso discendere dal mio essere donna e
che mi riconoscono altri, è di mettere in primo piano le persone: quando
incontro uomini e donne in divisa, in Italia o nelle missioni all’estero, mi
fermo con loro a parlare per capire come stanno vivendo quell’esperienza e per
comunicare, di persona, che ciò che stanno facendo è importante per il Paese.
Questo è anche il mio modo di rapportarmi con la gente: a Sampierdarena, il
quartiere operaio di Genova dove vivo, mi fermo spesso a discutere con i
cittadini. A loro spiego che per il benessere nazionale la Difesa è
fondamentale, quanto la Sanità o la Scuola.
Ecco,
appunto: di quali Forze Armate ha bisogno, o avrà bisogno, l’Italia?

Il concetto stesso di “Difesa” è cambiato in questi anni: non incombono più
ipotetiche invasioni dalle Alpi, oggi la frontiera è il Mediterraneo, dove le
Primavere arabe e la Siria costituiscono focolai di instabilità. In questo
scenario strategico potremmo svolgere ruoli cruciali, come aiutare a formare le
Forze armate libiche. È lì che bisogna intervenire se vogliamo controllare i
flussi migratori verso le nostre coste. Altre minacce vengono dal terrorismo
internazionale e dai conflitti regionali come quello ucraino, che potrebbero
propagarsi. Situazioni che vanno fronteggiate nel quadro delle alleanze di cui
siamo parte: Nato, Onu, Europa. 
Oltre alla
moneta unica, l’Ue dovrebbe perciò avere un esercito comune?

Non è certo il fiscal compact che può scaldare il cuore a italiani, francesi o
greci: per trasformarli in cittadini d’Europa bisognerà mettere in atto
politiche comuni in tema di energia, immigrazione, difesa. Il nostro Paese farà
il primo passo a luglio, con il semestre di presidenza italiana dell’Ue:
proporremo a Francia e Germania di formare assetti operativi comuni. Ne ho
parlato con la collega tedesca Ursula von der Leyen e con il francese Jean-Yves
Le Drian e potremmo cominciare dal trasporto aereo, visto che l’Europa non ha
mezzi per aviotrasportare truppe. Esistono già, invece, una brigata congiunta
italo-francese e, dallo scorso 15 aprile, un battle group composto da Italia,
nazione leader, Ungheria, Austria, Slovenia e Croazia: predisponiamo forze
militari e mezzi per essere pronti a intervenire in aree di crisi, come proprio
l’Europa ha deciso di fare in Centrafrica.

Fonte:iodonna.it
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