La divisa e la politica, un divieto che non regge alla prova dei fatti
( di Donato Angelini)
Una zona grigia che genera contenziosi
C’è una zona grigia del nostro ordinamento che continua a produrre contenziosi, ricorsi e interpretazioni contraddittorie: il rapporto tra chi indossa una divisa e la partecipazione alla vita politica. Una materia delicata, certo, ma anche sorprendentemente poco regolata.
Sanzioni per incarichi interni ai partiti
Il risultato è che oggi militari e appartenenti alle forze di polizia si trovano spesso sanzionati o censurati dalle proprie amministrazioni semplicemente per aver accettato incarichi dirigenziali all’interno di partiti, associazioni o organizzazioni politiche. Non per aver fatto propaganda in servizio, non per aver utilizzato la divisa come strumento di militanza, ma per aver assunto ruoli organizzativi nella vita interna di un partito.
Il quadro normativo: l’articolo 1483 e i suoi limiti
Il punto di partenza normativo è noto. L’articolo 1483 del Codice dell’ordinamento militare vieta ai militari – quando si trovano in determinate condizioni – di partecipare a riunioni o manifestazioni politiche e di svolgere propaganda a favore o contro partiti o candidati. Ma il divieto è circoscritto: riguarda i momenti in cui il militare è in servizio, si trova in luoghi militari, indossa l’uniforme o si qualifica come tale.
Fuori dal servizio: il militare come cittadino
Fuori da queste circostanze, almeno sulla carta, il militare torna ad essere ciò che è prima di tutto: un cittadino. E come tutti i cittadini dovrebbe poter partecipare alla vita politica del Paese, iscriversi a un partito, candidarsi alle elezioni, ricoprire incarichi elettivi.
Il riferimento costituzionale: articolo 49
Del resto la Costituzione, all’articolo 49, non lascia spazio a molti dubbi: tutti i cittadini hanno il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico alla determinazione della politica nazionale.
La riserva di legge e il vuoto legislativo: articolo 98
Per il personale militare esiste sì una riserva di legge prevista dall’articolo 98, ma il legislatore – ed è questo il nodo – non ha mai disciplinato compiutamente la materia. Nel vuoto normativo si sono inserite interpretazioni amministrative e pronunce giurisprudenziali, spesso divergenti.
L’orientamento prevalente dal 2017: sì adesione, no cariche
L’orientamento che oggi prevale nasce da una sentenza del Consiglio di Stato del 2017. Secondo questa lettura, il militare può aderire a un partito e perfino candidarsi alle elezioni, ma non può assumere cariche interne nella struttura del partito stesso. Nemmeno a livello locale, nemmeno onorarie.
La neutralità delle forze armate come giustificazione
La ragione sarebbe la tutela del principio di neutralità delle forze armate: chi indossa una divisa non dovrebbe essere coinvolto in modo “dinamico” nella vita dei partiti, cioè in quelle attività che contribuiscono a orientarne le scelte e la linea politica.
Una distinzione che non regge alla prova dei fatti
Il problema è che questa distinzione regge poco alla prova della realtà. Se un militare può candidarsi e diventare sindaco, consigliere regionale o parlamentare – ruoli nei quali l’indirizzo politico è esplicito e diretto – diventa difficile sostenere che la neutralità venga compromessa da una semplice carica organizzativa in un circolo territoriale di partito.
Il caso Costa e la contraddizione evidente
La contraddizione emerge con ancora maggiore evidenza se si guarda alla storia recente. Nel governo Conte il ministero dell’Ambiente fu guidato da Sergio Costa, generale dei Carabinieri proveniente dal Corpo forestale dello Stato. In aspettativa, certo, ma ancora profondamente identificato nell’immaginario pubblico con la divisa che aveva indossato per decenni.
Se il principio di neutralità non è stato ritenuto incompatibile con la guida di un ministero – uno dei ruoli più politici che esistano – appare difficile sostenere che lo sarebbe con la funzione di coordinatore cittadino di un partito.
Il paradosso del caso per caso
Il paradosso nasce proprio dal vuoto legislativo. In assenza di una disciplina chiara, le amministrazioni intervengono caso per caso, i tribunali amministrativi decidono con orientamenti non sempre uniformi e il contenzioso continua ad aumentare.
Una possibile via di mezzo
La soluzione, probabilmente, non sta né nella totale libertà né nel divieto assoluto. Una via ragionevole potrebbe distinguere tra livelli di responsabilità politica. Si potrebbe vietare ai militari in servizio di ricoprire incarichi negli organi nazionali dei partiti – quelli che determinano la linea politica generale – consentendo invece la partecipazione alla vita politica locale, dove il rischio di interferenza con la neutralità istituzionale è assai più limitato.
In altre parole: riconoscere che anche chi porta una divisa resta un cittadino, ma fissare confini chiari per evitare ambiguità.
Più ricorsi che certezze
Finché questo non accadrà, continueremo a muoverci nella consueta terra di mezzo italiana: quella in cui le norme non chiariscono, le amministrazioni interpretano e i giudici finiscono per sostituirsi al legislatore. Con un risultato prevedibile: più ricorsi che certezze.
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