Editoriale

Poliziotti indagati: lo scudo fa cilecca

Il caso di Aosta

La stampa ha riportato la notizia di cinque poliziotti indagati ad Aosta dopo un inseguimento conclusosi con la morte del fuggiasco. Come sempre, non conoscendo gli atti, tacerò sul merito della vicenda. Non sappiamo che cosa sia accaduto, quali siano le condotte contestate, quali accertamenti siano stati disposti né quale sia l’effettivo quadro probatorio.

Lo “scudo penale” che non scuda

Un dato politico e giuridico, però, emerge già con chiarezza: il cosiddetto “scudo penale” previsto dall’ultimo decreto sicurezza non è scattato e comunque non è uno scudo. Non lo è penalmente, perché non esclude né limita alcuna responsabilità. Non lo è processualmente, perché non impedisce alcun procedimento. È, nella migliore delle ipotesi, una diversa etichetta burocratica: non più immediata iscrizione nel registro ordinario degli indagati, ma annotazione preliminare in un diverso contenitore, quando risulti evidente la presenza di una causa di giustificazione.

Il problema dell’evidenza

Il problema è che l’evidenza della causa di giustificazione, nella pratica, è quasi impossibile. Inoltre, se una scriminante è davvero evidente, già prima della riforma, il pubblico ministero ha strumenti per evitare l’iscrizione nel modello 21. Se invece occorrono accertamenti, consulenze, ricostruzioni tecniche, esami testimoniali, allora quella evidenza non c’è e il poliziotto finisce comunque dentro il procedimento, con tutto il peso mediatico, personale e professionale che in Italia accompagna lo status di indagato. È ciò che sta accadendo ad Aosta.

L’informazione di garanzia come marchio d’infamia

Tutto ciò accade perché abbiamo trasformato l’informazione di garanzia in un marchio d’infamia. Nel codice di procedura penale, nasceva come strumento di tutela: informare una persona che sono in corso accertamenti nei suoi confronti affinché possa difendersi. Nell’immaginario pubblico, invece, è diventata una condanna anticipata e, quando a riceverla è un appartenente alle forze dell’ordine, l’effetto è ancora più grave e chi interviene in pochi secondi, spesso in condizioni di pericolo, viene poi giudicato per mesi o anni con la comodità retrospettiva di chi ha tutto il tempo per ricostruire, sezionare, dubitare.

Una tutela apparente

Il Governo ha avuto il merito politico di riconoscere il problema, ma non ha centrato il rimedio. Ha scelto una tutela apparente, più mediatica che sostanziale: un registro diverso, ma l’operatore resta esposto allo stesso procedimento, allo stesso clamore, alla stessa incertezza.

Uno scudo penale serio ed effettivo

Se davvero si vuole proteggere chi serve lo Stato in condizioni estreme, occorre avere il coraggio di introdurre uno scudo penale serio ed effettivo: non l’impunità, che nessuno chiede, ma protocolli operativi predeterminati nelle attività di servizio ad alto rischio ed esclusione della responsabilità quando vengono osservati, se non per colpa grave. Il criterio è già stato adottato, durante la Pandemia, per i medici, solo che fatichiamo a riconoscere che il poliziotto, il carabiniere, il finanziere vivono l’emergenza in strada, dal primo all’ultimo giorno di servizio.

Il vero punto

Il punto, allora, non è sottrarre le forze dell’ordine al processo e al cosiddetto atto dovuto (che, checché se ne dica, è effettivamente dovuto), ma evitare che la legge, applicata senza comprensione della complessità dell’azione operativa demandata ai cittadini in uniforme, finisca per paralizzare chi dovrebbe difenderci.

Il Governo ha avuto il merito di aver inquadrato l’esigenza (morale, politica e giudiziaria), ma l’ha affrontata con un rimedio inefficace.

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