Caso Tashkent, visti e ambasciate: torna il nodo dei controlli sulla diplomazia italiana
Ogni volta che un militare finisce sotto inchiesta, il processo mediatico rischia spesso di partire prima ancora di quello giudiziario. È accaduto anche conWalter Biot, ufficiale della Marina condannato in sede giudiziaria per una vicenda di spionaggio che ha avuto grande rilievo pubblico, dopo l’accusa di aver ceduto documenti riservati a un funzionario dell’ambasciata russa in cambio di denaro. Un caso gravissimo, sul quale la giustizia si è pronunciata.
Oggi, dopo l’inchiesta di Tashkent sui presunti visti turistici rilasciati irregolarmente a cittadini russi, la domanda va posta con equilibrio ma senza timidezze: quando le criticità riguardano la rete diplomatica italiana, viene applicata la stessa attenzione pubblica, politica e istituzionale?
Per anni si è parlato di “casta militare”, di controlli sulle missioni all’estero, di responsabilità dei comandanti, di rigidità procedurali per chi indossa una divisa. In altri momenti il dibattito si è concentrato sulla politica o sulla magistratura. Molto meno, invece, si discute del sistema diplomatico-consolare, che pure gestisce funzioni delicatissime: visti, rapporti con governi stranieri, documenti sensibili, sicurezza dei cittadini italiani all’estero, accesso al territorio nazionale e allo spazio Schengen.
Il punto non è attaccare la diplomazia, né attribuire responsabilità collettive a una categoria composta anche da molti servitori dello Stato seri e competenti. Il punto è un altro: anche la rete diplomatica deve essere sottoposta a controlli effettivi, continui, tracciabili e realmente terzi.
Tashkent, l’inchiesta sui visti ai cittadini russi e il tema della sicurezza
Il caso emerso a Tashkent, in Uzbekistan, riguarda la gestione dell’Ufficio Visti dell’Ambasciata d’Italia. Secondo le ricostruzioni giornalistiche disponibili, l’indagine coordinata dalla Procura di Roma ed eseguita dalla Guardia di Finanza sarebbe nata anche a seguito di un’ispezione svolta nel luglio 2025 dall’Ispettorato generale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.
Al centro degli accertamenti vi sarebbero presunte irregolarità nel rilascio di visti d’ingresso in Italia a favore di cittadini russi. Il profilo è particolarmente delicato perché, dopo l’invasione dell’Ucraina, l’Unione europea ha sospeso nel 2022 l’accordo di facilitazione dei visti con la Federazione Russa.
Le ipotesi investigative, che dovranno essere verificate nelle sedi competenti e nel pieno rispetto della presunzione di innocenza, riguarderebbero una presunta alterazione delle procedure di rilascio dei visti turistici a partire dal gennaio 2025. Secondo quanto riportato, tra le persone coinvolte figurerebbero anche un ex consigliere d’ambasciata, già capo missione diplomatica e raggiunto da provvedimenti amministrativi, e una cittadina russa con nazionalità italiana impiegata presso la sede diplomatica.
I visti oggetto di attenzione sarebbero almeno 95. Se tali ipotesi fossero confermate, non si tratterebbe di un mero problema amministrativo, ma di una questione con possibili riflessi sulla sicurezza nazionale ed europea.
Bangladesh, il precedente dei visti a pagamento
Il caso Tashkent non arriva nel vuoto. Un precedente particolarmente rilevante è quello del Bangladesh, dove il Tribunale di Roma ha depositato una sentenza di patteggiamento nei confronti di Nazrul Islam e Shamim Kazi, con pene rispettivamente di 4 anni e 8 mesi e 4 anni e 2 mesi di reclusione. A queste si aggiungono, secondo quanto riportato, 315 mila euro di multa ciascuno, la confisca dei beni e l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni.
Secondo la ricostruzione dell’inchiesta, cittadini bengalesi avrebbero pagato fino a 15 mila euro per ottenere un visto italiano di lavoro. Il meccanismo contestato si sarebbe basato su intermediari, contratti fittizi, aziende inesistenti o inattive e presunte complicità interne o collegate al circuito delle pratiche consolari. In alcuni casi, la documentazione allegata alle pratiche sarebbe servita solo a costruire una parvenza di regolarità.
Nel procedimento risultano 88 casi di immigrazione clandestina già contestati, mentre dalle dichiarazioni rese agli inquirenti sarebbe emerso un quadro potenzialmente più ampio. In questo contesto, secondo le ricostruzioni disponibili, alcuni soggetti avrebbero tentato di corrompere il deputato Andrea Di Giuseppe, esponente di Fratelli d’Italia e componente della Commissione Esteri, prospettando una somma di 2 milioni di euro, oltre a una percentuale sui guadagni ricavati in Italia dai cittadini bengalesi eventualmente fatti entrare illegalmente.
Di Giuseppe non avrebbe accettato la proposta: avrebbe registrato le conversazioni e consegnato il materiale agli inquirenti. Una scelta che, secondo quanto emerso, ha contribuito a portare alla luce un meccanismo che, ove confermato in tutta la sua estensione, rappresenterebbe una minaccia non solo alla legalità, ma anche alla sicurezza del Paese.
La Farnesina conosce il problema: 136 ispezioni tra il 2023 e il 2024
La Farnesina ha rivendicato la propria collaborazione con la magistratura e con gli organi investigativi. In una nota ufficiale del 19 febbraio 2025, il Ministero degli Esteri ha spiegato di cooperare da tempo con gli inquirenti per fare luce su attività corruttive connesse all’illecito rilascio di visti di lavoro a cittadini extra-Ue.
Il dato più significativo è questo: tra il 2023 e il 2024 sarebbero state effettuate 136 ispezioni presso rappresentanze diplomatiche e consolari all’estero, di cui 67 nel 2023 e 69 nel 2024. Oltre alle verifiche generali, sarebbero state svolte ispezioni mirate nei settori più esposti, in particolare visti e cittadinanza.
È un numero importante, che dimostra attenzione istituzionale. Ma è anche un segnale da non sottovalutare. Se sono necessarie decine di verifiche, anche mirate, significa che il rischio non è puramente teorico. È concreto. E allora non basta affermare che “i controlli ci sono”: occorre chiedersi se siano sufficienti, tempestivi, indipendenti e realmente incisivi.
Erbil, Iraq: il precedente dei visti anomali
Il tema non nasce oggi. Già nel 2017, l’Italia aveva chiesto l’apertura di accertamenti dopo la rimozione di un funzionario consolare a Erbil, nel Kurdistan iracheno.
Secondo quanto riportato all’epoca, un’indagine interna del Ministero degli Esteri avrebbe riscontrato irregolarità nel rilascio di oltre 150 visti a cittadini siriani, arabi e curdi iracheni.
Alcuni visti, sempre secondo tali ricostruzioni, sarebbero stati concessi anche a soggetti considerati problematici da altri Paesi europei per motivi di sicurezza. Anche in questo caso, senza anticipare giudizi definitivi, il tema istituzionale resta evidente: il visto non è un semplice timbro burocratico, ma una porta d’ingresso nello spazio europeo. Se quella porta viene aperta senza verifiche adeguate, il rischio riguarda tutti.
Islamabad, i visti in bianco e l’esposto alla Procura
Nel luglio 2023, il deputato Andrea Di Giuseppe ha presentato un esposto alla Procura sulla vicenda dei 1.000 visti in bianco che sarebbero stati sottratti anni prima dall’ambasciata italiana a Islamabad. La scomparsa sarebbe emersa dopo un controllo alle Maldive su un passaporto ritenuto sospetto.
La vicenda si inserisce in un filone più ampio legato ai rischi di ingresso irregolare in Italia attraverso canali apparentemente legali. Secondo quanto riportato, Di Giuseppe sarebbe stato avvicinato a Roma da un ristoratore straniero che gli avrebbe chiesto di fare da facilitatore per garantire visti in ingresso da Bangladesh, Pakistan e Filippine, prospettando 300 mila euro iniziali e 120 mila euro al mese per l’intera durata del mandato parlamentare.
Dopo quelle segnalazioni, la Farnesina avrebbe disposto una missione ispettiva speciale in materia di visti in Pakistan, Sri Lanka e Bangladesh, con funzionari del Ministero degli Esteri ed esperti di sicurezza di altre amministrazioni.
Anche qui il punto resta politico e istituzionale: perché, troppo spesso, il sistema sembra attivarsi con forza solo dopo un esposto, un furto, uno scandalo o un allarme già emerso?
Il nodo dei Carabinieri MAECI: l’Arma c’è, ma serve piena terzietà funzionale
C’è poi un tema che merita di essere affrontato con chiarezza: il ruolo del Comando Carabinieri Ministero Affari Esteri e Cooperazione Internazionale. Parliamo di un reparto specializzato dell’Arma, responsabile della sicurezza della Farnesina e delle rappresentanze diplomatiche italiane all’estero.
Il dispositivo è rilevante: oltre 300 Carabinieri impiegati in 127 sedi diplomatiche nel mondo, tra ambasciate, consolati e rappresentanze.
Proprio qui nasce una domanda istituzionale, non polemica ma necessaria: l’attuale assetto garantisce sempre una piena autonomia funzionale del personale dell’Arma rispetto alle dinamiche interne della sede diplomatica?
Un conto è garantire la sicurezza fisica della sede, vigilare sugli accessi, prevenire minacce esterne, proteggere personale e strutture. Altro conto è poter segnalare tempestivamente anomalie, pressioni, interferenze, condotte sospette o criticità organizzative attraverso canali autonomi, chiari e protetti.
Il punto non è sostenere che oggi vi siano interferenze sistematiche o condizionamenti indebiti. Il punto è prevenire alla radice ogni possibile ambiguità tra esigenze di sicurezza, catena diplomatica e funzioni di controllo. In un sistema maturo, la terzietà non è sfiducia: è garanzia per tutti, anche per i diplomatici che operano correttamente e per il personale che lavora onestamente nelle sedi estere.
Serve quindi una catena di segnalazione realmente autonoma. Serve che i Carabinieri assegnati alle sedi diplomatiche possano interloquire, secondo procedure definite, con le proprie strutture di comando e con gli organi competenti, senza filtri impropri e senza il rischio di restare intrappolati in equilibri locali.
L’Arma c’è, è presente e possiede professionalità, esperienza e credibilità. Deve però essere messa nelle condizioni di vedere, riferire e attivare procedure quando emergano elementi meritevoli di approfondimento. Altrimenti si rischia un paradosso: avere uomini dello Stato nelle ambasciate principalmente come presidio di sicurezza, mentre le aree più esposte potrebbero trovarsi negli uffici amministrativi, nei visti, nei rapporti con intermediari, nei circuiti documentali e nei rapporti informali.
Di questo dovrebbe occuparsi anche il Ministro Antonio Tajani: se si vuole davvero rafforzare e rendere più sicura la rete diplomatica italiana, non basta aumentare le ispezioni. Bisogna dare a chi è già sul posto, a partire dai Carabinieri del dispositivo MAECI, strumenti, autonomia funzionale e canali protetti di segnalazione quando qualcosa non torna.
Il paradosso dei privilegi: più alto è il ruolo, più stringente deve essere il controllo
C’è poi un aspetto che può risultare scomodo, ma che rientra pienamente nel dibattito pubblico. Molti vertici diplomatici all’estero operano, legittimamente, in condizioni economiche e logistiche più favorevoli rispetto alla media dei dipendenti pubblici: indennità, alloggi di rappresentanza, residenze ufficiali, spese istituzionali, status internazionale e reti relazionali di alto livello.
È giusto che chi rappresenta l’Italia in Paesi complessi abbia mezzi adeguati. Nessuno pretende ambasciatori mandati allo sbaraglio. Ma proprio perché lo Stato assicura ai capi missione strumenti e condizioni particolari per svolgere il proprio mandato, il livello di responsabilità deve essere proporzionato al ruolo.
Non si può chiedere rigore al militare in missione, al carabiniere in servizio all’estero, al funzionario amministrativo o al dipendente locale, e poi adottare un linguaggio eccessivamente prudente quando le criticità riguardano uffici diplomatici, procedure consolari, dirigenti o capi missione.
Lo Stato sostiene residenze, strutture, sicurezza, rappresentanza e apparati. È normale che lo faccia. Ma in cambio deve pretendere trasparenza, tracciabilità delle decisioni, controlli indipendenti e responsabilità personale.
E dovrebbe anche verificare un altro aspetto: mentre ai vertici vengono garantite condizioni adeguate al rango istituzionale, il resto del personale delle ambasciate vive e lavora in condizioni altrettanto dignitose, sicure e trasparenti? Il personale amministrativo, i contrattisti locali, gli addetti alla sicurezza e i funzionari intermedi sono messi nelle condizioni di operare serenamente?
Perché le fragilità organizzative non nascono solo dove mancano i controlli. Possono nascere anche dove esistono gerarchie troppo chiuse, squilibri interni e personale subalterno che non dispone di canali sicuri per segnalare anomalie.
Non basta dire “abbiamo fatto le ispezioni”: serve responsabilità permanente
Le ispezioni sono necessarie. La collaborazione con la magistratura è fondamentale. Il lavoro degli organi investigativi è decisivo. Ma non basta.
Il vero tema è costruire una cultura della responsabilità che non valga solo per i militari, per le forze di polizia o per chi opera in teatri operativi. Deve valere anche per la diplomazia, proprio perché la diplomazia gestisce poteri delicati e spesso lontani dallo sguardo dell’opinione pubblica nazionale.
Quando un militare sbaglia, paga davanti ai giudici e davanti all’opinione pubblica. Il suo nome diventa simbolo, caso nazionale, materiale da dibattito televisivo. Quando invece un ufficio diplomatico viene coinvolto in sospetti di corruzione, rilascio illecito di visti, gestione opaca delle pratiche consolari o infiltrazioni criminali, la reazione appare talvolta più tecnica, più fredda, più distante.
Si parla di “irregolarità”, “procedure”, “accertamenti”, “personale in servizio presso sedi estere”. Tutto formalmente corretto. Ma il rischio è che il linguaggio istituzionale finisca per anestetizzare la gravità potenziale dei fatti.
Le conseguenze, invece, possono essere enormi: ingressi irregolari, sfruttamento dei migranti, aggiramento delle restrizioni europee, rischi per la sicurezza nazionale, danni reputazionali allo Stato italiano.
Nessun settore dello Stato può restare fuori dalla luce
La parola “casta” viene usata spesso male. A volte diventa una clava populista. A volte serve solo a colpire categorie già esposte al giudizio pubblico.
Ma se esiste una definizione utile di casta, è questa: un sistema che esercita potere, gestisce risorse pubbliche, incide su interessi strategici e rischia di sottrarsi a controlli effettivi.
Per questo non basta parlare della “casta dei militari”. Non basta evocare la magistratura. Non basta prendersela con la politica. Bisogna avere il coraggio di guardare anche alla burocrazia diplomatica, quando i fatti lo impongono.
Non per delegittimare la Farnesina. Non per fare processi sommari. Non per colpire il lavoro di tanti diplomatici seri. Ma per affermare un principio elementare: nessun settore dello Stato può essere intoccabile.
Dopo Biot, il rigore non può valere solo per chi indossa una divisa
Il caso Biot ha segnato profondamente l’immagine delle Forze Armate. Ha alimentato un dibattito duro sulla sicurezza, sulla lealtà, sulla gestione dei segreti e sulla vulnerabilità degli apparati. È comprensibile che sia stato così, vista la gravità della vicenda.
Ma ora bisogna avere lo stesso coraggio con la diplomazia. Se una vicenda di spionaggio all’interno del mondo militare viene letta come una falla nello Stato, allora anche un presunto sistema di rilascio illecito, alterato o opaco dei visti deve essere considerato, ove confermato, una falla istituzionale.
Non una nota a margine. Non un semplice incidente consolare. Non un problema d’ufficio.
Una falla.
Perché la sicurezza nazionale non si difende solo con navi, aerei, reparti speciali, intelligence e missioni all’estero. Si difende anche davanti a uno sportello visti, dentro un’ambasciata, nel controllo di un contratto di lavoro, nella verifica di un nulla osta, nella scelta di dire no a un intermediario sospetto.
Uno Stato serio non controlla solo i militari.
Uno Stato serio controlla anche i diplomatici.
E soprattutto controlla chi ha il potere di aprire, per errore, negligenza o corruzione, le porte del Paese.
NOTA BENE
Il presente articolo non intende attribuire responsabilità penali, disciplinari o morali a intere categorie, né a singoli soggetti non definitivamente giudicati. I casi richiamati sono diversi per contesto, epoca, soggetti coinvolti e stato dei procedimenti. Le vicende ancora oggetto di indagine o accertamento sono richiamate come ipotesi investigative o ricostruzioni giornalistiche, nel rispetto della presunzione di innocenza. L’obiettivo è sollevare un tema di interesse pubblico: rafforzare controlli, trasparenza, terzietà e sicurezza nella gestione delle funzioni diplomatico-consolari italiane all’estero.
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