Visti facili ai cittadini russi, arrestato l’ex ambasciatore italiano in Uzbekistan: “Mi servivano soldi”
Visti Schengen per cittadini russi senza requisiti, tariffe fino a 16mila euro e una frase registrata durante l’ispezione ministeriale: “Mi servivano”. È l’inchiesta che ha portato all’arresto di Piergabriele Papadia de Bottini di Sant’Agnese, ex ambasciatore italiano a Tashkent, in Uzbekistan, e della collaboratrice Tatiana Tarakanova.
Secondo la Procura di Roma, dall’ambasciata italiana in Uzbekistan sarebbe stato gestito un presunto sistema parallelo per il rilascio dei visti tramite agenzie di Mosca. Sotto esame ci sarebbero circa 400 pratiche e un patrimonio stimato in circa 3 milioni di euro.
L’inchiesta sui visti Schengen
Al centro dell’indagine ci sono i cosiddetti “visti facili”, documenti che avrebbero consentito a cittadini russi di entrare nell’area Schengen pur non avendo, secondo l’accusa, i requisiti necessari. Il presunto sistema sarebbe stato organizzato all’interno dell’ufficio visti dell’ambasciata italiana in Uzbekistan.
Le pratiche sarebbero state trattate attraverso un canale privilegiato, con procedure ritenute irregolari dagli investigatori. Il rilascio dei visti, secondo l’ipotesi accusatoria, sarebbe avvenuto in cambio di somme di denaro particolarmente elevate.
Tariffe fino a 16mila euro
Uno degli elementi principali dell’inchiesta riguarda le somme che sarebbero state richieste per ottenere i visti. Le tariffe, secondo quanto emerso, sarebbero arrivate fino a 16mila euro per singola pratica.
Per la Procura, questi importi dimostrerebbero l’esistenza di un sistema organizzato e non di semplici anomalie amministrative. Il presunto giro d’affari complessivo viene stimato in circa 3 milioni di euro, cifra ora al centro degli accertamenti patrimoniali.
La frase durante l’ispezione
Durante l’ispezione ministeriale sarebbe stata registrata una frase attribuita a Papadia: “Mi servivano soldi”. Un passaggio ritenuto significativo dagli inquirenti, perché collegherebbe il presunto sistema illecito a motivazioni economiche personali.
La frase è diventata uno degli elementi più forti del caso e ha contribuito a portare l’inchiesta all’attenzione pubblica. Gli investigatori stanno ora verificando ogni dettaglio per ricostruire tempi, modalità e responsabilità.
Il ruolo dell’ex ambasciatore
Piergabriele Papadia de Bottini di Sant’Agnese avrebbe avuto, secondo l’accusa, un ruolo centrale nella gestione dell’ufficio visti. L’ex ambasciatore italiano a Tashkent avrebbe favorito il rilascio dei documenti a cittadini russi, aggirando controlli e procedure ordinarie.
La Procura ipotizza che la struttura consolare sia stata utilizzata per creare un canale alternativo rispetto a quello previsto dalla normativa. Una gestione che avrebbe permesso di accelerare e facilitare l’ottenimento dei visti Schengen.
Arrestata anche la collaboratrice
Insieme a Papadia è stata arrestata anche Tatiana Tarakanova, collaboratrice dell’ambasciata. Secondo gli investigatori, la donna avrebbe avuto un ruolo operativo nella gestione delle pratiche e nei rapporti con i soggetti interessati al rilascio dei visti.
La sua posizione è ora al vaglio degli inquirenti, che stanno ricostruendo il funzionamento interno del presunto sistema e l’eventuale coinvolgimento di altri intermediari.
Il presunto collegamento con le agenzie di Mosca
Un altro fronte dell’indagine riguarda alcune agenzie di Mosca, che avrebbero fatto da tramite per la presentazione delle domande. Secondo l’ipotesi investigativa, attraverso queste agenzie sarebbero arrivate numerose richieste poi trattate dall’ambasciata italiana in Uzbekistan.
Gli accertamenti dovranno chiarire se le agenzie abbiano svolto solo un ruolo di intermediazione o se fossero parte integrante di un sistema più ampio e strutturato.
Sotto esame 400 pratiche
La Procura sta analizzando circa 400 pratiche di visto per verificare quante siano state effettivamente gestite in modo irregolare. Ogni fascicolo sarà controllato per accertare la presenza dei requisiti richiesti, la correttezza della documentazione e l’eventuale pagamento di somme non dovute.
Gli investigatori stanno inoltre seguendo i flussi di denaro per comprendere come sarebbe stato accumulato il patrimonio stimato in circa 3 milioni di euro.
Le accuse
Le accuse contestate riguardano corruzione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Secondo la Procura, la funzione pubblica consolare sarebbe stata piegata a interessi privati, consentendo l’ingresso nell’area Schengen a cittadini che non avrebbero avuto titolo per ottenere il visto.
Il caso assume un peso particolare anche sul piano diplomatico, perché coinvolge una sede estera italiana e riguarda il rispetto delle regole europee sui visti, in un contesto internazionale già molto delicato.
Una vicenda ancora aperta
L’inchiesta è destinata ad allargarsi con nuovi accertamenti sulle pratiche, sui rapporti con gli intermediari e sui flussi economici. Gli arresti rappresentano una svolta, ma il quadro giudiziario resta in evoluzione.
Le accuse dovranno ora essere verificate nelle sedi competenti. Gli indagati avranno la possibilità di difendersi, mentre la magistratura continuerà a ricostruire l’intero sistema dei presunti visti facili rilasciati dall’ambasciata italiana in Uzbekistan.