Carabinieri

Carabinieri, maresciallo accusato di stalking a una 20enne con disabilità assolto: “Non la perseguitava, voleva aiutarla”

Il Tribunale di Milano assolve Antonio Giulino: per i giudici “il fatto non sussiste”

Era finito a processo con un’accusa pesantissima: stalking nei confronti di una ragazza di 20 anni, fragile e con disturbi mentali. Un’accusa capace di travolgere una carriera, una reputazione, una vita intera. Ma per il Tribunale di Milano quella persecuzione non c’è stata.

Antonio Giulino, ex comandante della stazione dei carabinieri di San Donato Milanese, è stato assolto dalla decima sezione penale, presieduta da Antonella Bertoja, con la formula piena: “perché il fatto non sussiste”.

Secondo i giudici, l’ex maresciallo non avrebbe perseguitato la giovane. Avrebbe piuttosto cercato di aiutarla, mosso da un atteggiamento protettivo e da un eccesso di zelo già emerso in altri casi delicati.

La Procura aveva chiesto due anni: accuse gravi tra stalking, minacce e casa popolare

La Procura aveva chiesto una condanna a due anni di carcere, con pena sospesa. Secondo l’imputazione, tra marzo e luglio 2022, Giulino avrebbe bersagliato la ragazza con attenzioni indesiderate, telefonate, messaggi e frequenti convocazioni nel suo ufficio.

Quelle condotte, secondo l’accusa, avrebbero provocato nella 20enne uno stato d’ansia tale da farle modificare le proprie abitudini di vita.

Non solo. L’ex comandante era accusato anche di aver approfittato delle condizioni di inferiorità psichica della giovane, minacciando la revoca della concessione della casa popolare in cui viveva e cercando di convincerla a lasciare il fidanzato.

Fatti gravi, gravissimi. Ma che per il collegio giudicante non sono stati dimostrati.

Messaggi e telefonate: il presunto pressing che non trova riscontri

Uno dei punti centrali dell’accusa riguardava i contatti tra il maresciallo e la ragazza. Telefonate, messaggi, pressioni. Il quadro iniziale era quello di un presunto assedio.

Ma nel processo quel quadro si è incrinato.

Dalle motivazioni dell’assoluzione emerge che non risultano messaggi inviati da Giulino alla giovane. Non solo: la ragazza non avrebbe nemmeno avuto nella propria disponibilità il telefono sul quale quei messaggi sarebbero dovuti arrivare.

Anche sulle telefonate la ricostruzione cambia radicalmente. Le chiamate considerate “continue” sarebbero state effettuate dalla 20enne verso il numero fisso della caserma dei carabinieri, non dall’ex comandante verso di lei.

Una differenza enorme. Perché nel processo penale non basta evocare un clima: bisogna provarlo.

La porta dell’ufficio: il dettaglio tecnico che ha pesato sulla sentenza

C’era poi il tema della porta dell’ufficio del maresciallo. Secondo l’accusa, Giulino avrebbe chiuso volontariamente a chiave la porta quando riceveva la ragazza.

Anche questo elemento, però, non ha retto.

I giudici hanno rilevato che non è stato riscontrato che l’ex comandante chiudesse intenzionalmente la porta. Una testimonianza tecnica sul sistema automatico di chiusura ha chiarito che dall’esterno non si poteva entrare se non facendosi aprire.

Quello che poteva apparire come un gesto sospetto è stato quindi ricondotto al funzionamento ordinario del sistema. Un dettaglio tecnico, sì. Ma decisivo, quando un dettaglio può cambiare il senso di un’intera accusa.

Per i giudici non era morbosità, ma eccesso di zelo

Il Tribunale non ha negato che ci fosse un profilo di imprudenza. Ricevere da solo una giovane fragile, con una invalidità riconosciuta, è stato considerato un comportamento anomalo.

Ma anomalo non significa criminale.

Per i giudici, quella condotta non nasceva da morbosità o da un intento persecutorio. Era piuttosto il risultato di un eccesso di zelo, di una spinta protettiva, di un modo di intervenire già mostrato in passato in altri casi difficili.

È qui che la sentenza diventa netta: Giulino non avrebbe approfittato della fragilità della ragazza. Avrebbe cercato di proteggerla.

Il ruolo nei Servizi sociali: un comandante considerato punto di riferimento

Nel processo è emerso anche il rapporto dell’ex comandante con il territorio. Giulino era considerato una figura importante per i Servizi sociali di San Donato Milanese, in particolare nella gestione di donne vittime di violenza di genere.

L’assistente sociale del Comune che aveva in carico la 20enne lo ha descritto come un interlocutore attento, presente, abituato a seguire situazioni complicate.

Nel suo ufficio teneva la foto di una ragazza che si era rivolta ai carabinieri, ma che non era riuscita a denunciare il fidanzato. Quell’uomo, poi, l’aveva uccisa. Un’immagine tenuta lì come promemoria duro, quasi una ferita appesa al muro: mai sottovalutare una richiesta d’aiuto.

La difesa: “Accuse mai riscontrate, si chiude un incubo”

Gli avvocati Alessandro Bonalume e Alessandro Coppa, difensori di Giulino, hanno parlato di un caso “particolare e delicato”, nato dalle dichiarazioni “mai riscontrate” di una ragazza con fragilità importanti.

Secondo la difesa, quelle difficoltà si sarebbero riverberate sul compagno della giovane e su chi aveva cercato di aiutarla.

I legali hanno anche riconosciuto l’“onestà intellettuale” del pubblico ministero, sottolineando che sono state svolte indagini serie anche a tutela dell’imputato.

Poi la frase che riassume il peso della vicenda: “Questa sentenza restituisce a un comandante di stazione l’onore che aveva perso. Purtroppo solo l’onore, perché per questa storia è stato costretto a lasciare l’Arma. Si chiude un incubo per il maresciallo, che per noi rimane maresciallo”.

Assolto, ma fuori dall’Arma: il prezzo pagato prima della sentenza

La sentenza ha cancellato l’accusa penale. Ma non ha cancellato gli anni trascorsi sotto il peso del sospetto.

Giulino è stato assolto con formula piena, ma nel frattempo ha lasciato l’Arma. È questo il punto più amaro della vicenda: la giustizia penale gli ha restituito l’onore, ma non la divisa.

Una frattura che resta. Perché un’assoluzione può chiudere un processo, ma non sempre riesce a rimettere insieme ciò che il processo, prima ancora della sentenza, ha spezzato.

Una storia di accuse fragili e prove mancanti

Il caso dell’ex maresciallo di San Donato Milanese dice molto su quanto sia sottile il confine tra il dovere di ascoltare una persona fragile e il dovere, altrettanto fondamentale, di verificare ogni accusa.

Qui i giudici hanno scelto la linea delle prove. E le prove, secondo la sentenza, non bastavano.

Nessun messaggio riscontrato. Nessuna telefonata persecutoria partita dal maresciallo. Nessuna porta chiusa volontariamente a chiave. Nessuna dimostrazione delle minacce sulla casa popolare. Nessuna prova che Giulino volesse isolare la ragazza dal fidanzato.

Per il Tribunale di Milano, lo stalking non c’è stato.

La formula piena: “Il fatto non sussiste”

L’assoluzione con la formula “perché il fatto non sussiste” pesa più di molte spiegazioni. Significa che il fatto contestato, così come descritto dall’accusa, non è stato ritenuto esistente.

Non una scappatoia. Non un tecnicismo. Non una prescrizione.

Una sentenza che dice, in sostanza, che quella persecuzione non è stata provata perché, per i giudici, non è avvenuta nei termini contestati.

Antonio Giulino esce così dal processo da assolto. Con una frase che resta addosso come il bilancio più duro della vicenda: restituito l’onore, ma non la divisa.

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