Carabinieri, fatti di Piacenza: l’opinione del Gen.le (r) paracad. Giuseppe Lenzi

Il 25 luglio il noto opinionista Beppe Severgnini, in relazione alle tristi vicende accadute nella, ancor più triste, caserma dei Carabinieri di Piacenza Levante, dalle pagine del Corriere si chiede?

“Ci sono in tutto 23 indagati, 11 militari e 12 civili. Due giorni fa, il Comando Generale ha azzerato i vertici dell’Arma a Piacenza. Vivendo a Crema — poco distante, per alcuni versi simile — mi chiedo: i carabinieri fanno parte delle nostre comunità, li vediamo, li conosciamo, li stimiamo. Com’è possibile che per tre anni nessuno in città si sia insospettito? Non è un’accusa. È una domanda. Una brutta domanda che continuo a farmi, e non trovo una risposta.”

Bene! Quarantatrè anni trascorsi con le stellette cucite sul petto consentono qualche pertinente riflessione sulla domanda de Severgnini “come è stato possibile” ?

Sgombro subito il campo, da ogni possibile fraintendimento, dichiarando la mia innata devozione all’Arma; icona indelebile della nostra realtà patria al pari di poche altre parimenti suscitatrici di entusiasmi da parte della generalità degli italiani.

“come è stato possibile” ? E’ stato possibile, e lo sarà, indubitabilmente,  anche in futuro perché la forte, esasperata, gerarchizzazione dell’Arma dei Carabinieri, (come pure delle altre FFAA) che è una necessaria componente costitutiva della disciplina, funzionale alla loro complessiva efficienza, non consente, non tollera e mai permetterà a nessun sottoposto, di esprimere e formalizzare il minimo dissenso da quello che viene malamente interpretato, e peggio condiviso, quale “spirito di corpo”.

Le famose espressioni: “uso obbedir tacendo e tacendo morir” che a fine ‘800 Costantino Nigra inserì nel poema “la rassegna di Novara” furono ben presto fatte proprie dall’Arma invadendo la memoria collettiva dell’Italia tutta.

Ma pochi sanno che quelle auliche, gagliarde e perentorie espressioni sono precedute da una ben più significativa esclamazione di principio: “Schiavi sol del dovere”

Ecco, ciò che appare smarrito, alla luce degli episodi piacentini, e di tant’altri pur di maggior gravità, è proprio questa dichiarazione di lealtà alla legge ed al dovere.

In tanti, in queste ore, si son sprecati nell’affermare, in discettazioni talvolta variopinte, che sono “mancati i controlli”; con tutto quanto nel termine “controlli” si sarebbe dovuto e potuto includere se solo qualcuno, magari con qualche greca ricamata sulle spallina, ci avesse riflettuto un solo attimo. Non tanto di più.

E lo stesso discorso vale per il pur attualissimo scandalo scoppiato in casa Aeronautica (per vicende connesse con appalti e gare) che ha visto inquisiti 63 soggetti e numerosi ufficiali generali, in servizio ed in congedo, di grado apicale.

L’assoluta incapacità di disporre una rete di efficaci e costanti controlli, è fra le più importanti cause dello sfascio della credibilità di tante realtà militari che non meritano il discredito odierno.

Ma, forse, non di incapacità progettuale preventiva si tratta bensì di volontà a non concepirla e pianificarla; il che è ancor paggio.

Nella piccola stazione dei Carabinieri di Premeno (VB) comune di circa 700 abitanti nulla accade e nulla si muove che non voglia o decida il com.te della Stazione. Identico ferreo standard gerarchico a Piacenza come a Miliano o a Catania.

Nulla deve trapelare che non sia stato vagliato ed approvato dal responsabile della struttura. Ed è in questo esasperante clima, di delirante riservatezza che poi sconfina nell’omertà, che si realizzano impunità per le maggiori nefandezze che si consumano fra le mura delle caserme. Con il tacito assenso di quella malata gerarchia di tanti comandanti (ma sono una minoranza delinquenziale) il cui unico obiettivo è la “carriera”.

La libera espressione del pensiero con la conseguente libertà di critica -seppur esercitata nel rigoroso rispetto delle via gerarchica- sono concetti estranei al mondo militare. In esso la Costituzione è un’illustre sconosciuta. Un’entità molto astratta e di là da venire e non ancora accolta nelle menti delle gerarchie.

Nulla deve succedere che possa minimamente turbare la serenità del diretto “superiore gerachico”. Un rapporto che denunzi “malaffare “? È fumo negli occhi. Una “circostanziata denunzia” che rilevi abusi, pestaggi, torture, violenze; meglio non redigerla ! E’ solo fonte di guai per la gerarchia che dovrà dedicare tempo e fatica alla stesura di verbali, relazioni, inchieste, interrogatori, raccolta prove, reperti, registrazioni e …quant’altro sottrae tempo prezioso alla dedica della propria tranquillità e della “luminosa” carriera cui tutti aspirano. Costi quel che costi.

Non dimentico, ovviamente, in tale aspro contesto di critiche, le decine di valenti carabinieri coinvolti in conflitti a fuoco con i malviventi. Dei 110.000 carabinieri oggi in servizio certamente 56.000 sono fedeli servitori dello Stato.

Il problema, insolubile, è quello di “controllare” la rimanente metà. Alla luce degli accadimenti di questi giorni si può affermare che, oggi, strumenti idonei non ve ne sono.

Rimedi ? Difficile.! Dal 13 luglio del 1814, anno di fondazione della gloriosa Arma, si sono stratificate tradizioni eventi, usi, consuetudini, valori e disvalori, regolamenti, abitudini, routine, familiarità, prassi che è difficile rimuovere.

Difficile rimuovere dall’interno! Occorre, quindi, un profondo intervento legislativo che detti nuove norme e regole, valide per tutte le FFA, che siano in grado di rivisitare, ex profundis, tutti gli aspetti del variegato mondo militare.

L’obbligo per i parlamentari di dichiarare la situazione patrimoniale ed i redditi è stato introdotto dalla legge 5 luglio 1982, n. 441. Tale legge dispone che i parlamentari debbano trasmettere alla Camera di appartenenza una dichiarazione concernente lo stato patrimoniale. A tale dichiarazione si allega copia della dichiarazione dei redditi per le persone fisiche.

Estendere tale “trasparenza” a categorie di pubblici ufficiali particolarmente esposti a tentazioni “fuorvianti” appare il meno che si potesse fare. E non si è fatto. Con la conseguenza che solo oggi una distratta gerarchia, che sembra rilucere solo per gli alamari d’argento sulle spalline, si accorge che un appuntato ( €.1800,00 annue lorde) possiede un patrimonio mobiliare che un “onesto” generale non può permettersi.

Nessuna a Piacenza aveva visto l’appuntato Montella in Porsche Cheyenne full opcs € 94.000,00 ?

Il Montella era bravo nell’arricchire le “statistiche” degli arrestati e ciò bastava ai superiori. Che fossero arresti illegali o “finti” non interessava a nessuno; né a Piacenza levante né al Comando Provinciale di ponente !

Il Com.te gene.le dei Carabinieri Nistri ha “avvicendato” numerosi Uff.li coinvolti ,in una qualche maniera, nelle vicende “Montella”. Ottima mossa ! abbastanza plateale più che necessaria! Molto criticata nell’Arma. Ma siamo proprio sicuri che fatti di tale gravità ( fra le imputazioni vi è citata la tortura) debbano essere perimetrati solo ai comandi Provinciali ? Ed i com.di Regionali quali controlli hanno operato ? Ed il Capo dei Capi non ha nulla da…riflettere ? Tutto bene ? Montella è una mela marcia; o il capo di un’associazione a delinquere nota a tutti e da tutti tollerata ?

Un “ritorno al passato” appare molto pertinente: anno 1975, base aerea di Grazzanise, sede del 9° Stormo Caccia “F.Baracca”, il Com.te dello Stormo col. pilota Giorgio Santucci convoca nel suo ufficio me ed il mio sottoposto il M.llo di 2^cl V. Sciaudone. Rapidi i convenevoli. Al sott. le fu contestato il fatto che era solito puntare notevoli somme alle corse dei cavalli (gare illegali, abusive e notturne che si svolgevano sulla provinciale di Marcianise ) e che tale pratica  collideva con gli interessi della sua famiglia e lo stile di vita di un sott. le dell’Aeronautica. Le puntate notturne cessarono. Altri tempi, altra vita, altri Com.ti, altre FFAA.

Al momento l’ultima spiaggia, che apparirebbe idonea ad arginare fenomeni delittuosi, da parte dei militari sono il Regolamento dell’Ordinamento Militare, (Decreto Legislativo 15 marzo 2010, n. 66) ed i Codici Penali Militari di Pace e di Guerra (Regio Decreto 20 febbraio 1941 , n. 303); un tantino desueti alla luce delle nuove delinquezialità emerse a Piacenza ( ed altrove).

Questi i soli strumenti con i quali poter agire non per prevenire, ma per reprimere comportamenti illegali.

E … gli aspetti etici del problema ? Neppur a parlarne.

In ragione di un’altra smania demenziale, siamo tutti garantisti ed attenderemo quindi, con ansia, la “definitiva di Cassazione” che fra una decina di anni ci dirà chi ha sbagliato e perché distribuendo torti e ragioni che nel 2030 non serviranno a nessuno.

Nel frattempo: “nei secoli Fedele”

Gen.le (ca)Giuseppe Lenzi

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