CACCIA AL CARABINIERE, ULTIMA MODA SUI MASS MEDIA

(di Sandro Addario) – Tira una brutta
aria sul fronte della sicurezza, non solo sul fronte delle buste paga, con la
futura legge di stabilità che impedirà di vederle crescere. Dal punto di vista
mediatico, però, si alza sempre più l’attenzione sui casi che coinvolgono le
forze dell’ordine, messe sul banco degli imputati (anzi già condannate in via
definitiva) di processi mediatici prima ancora che un magistrato decida il solo
rinvio a giudizio di chi è ritenuto responsabile di abusi.

Premesso che se
un tutore dell’ordine sbaglia è giusto che debba risponderne senza sconti
davanti alla legge
. Quella stessa legge che però deve essere davvero uguale
per tutti e non generare attenuanti solo in base alla provenienza o alla
cosiddetta «condizione sociale» della parte lesa.
In altre parole se
l’«imputato» è un carabiniere o un poliziotto si apre in pochi istanti un
movimento di opinione che non lascia spazi all’esame oggettivo dei fatti, ma
che arriva subito alla sentenza. Raramente di assoluzione. Molto diversa la
situazione opposta, quando – ad esempio – la vittima di un omicidio indossa una
divisa. Qualche ora di cronaca, con il puntuale «sentito cordoglio» delle
istituzioni di turno, e i riflettori si spengono rapidamente. Una volta c’era
il telegramma di vicinanza e solidarietà, ora non c’è più neanche quello.
Lo stesso avvocato
Fabio Anselmo, il legale che segue i principali casi in Italia di presunti
abusi delle forze dell’ordine, ammette in una recente intervista al quotidiano «La Nuova Ferrara», la sua città:
«La verità è che senza processi mediatici, quelli reali poi non si farebbero,
nella grande maggioranza dei casi».
Ma l’aria che tira
in questi tempi sembra riguardare in particolar modo i Carabinieri
. L’uccisione a Napoli di un giovane
diciassettenne da parte di un altrettanto giovane carabiniere che lo stava
inseguendo scatena la protesta di piazza. Folla ai funerali e, com’ è stato
osservato, tanta gente pronta da subito a testimoniare contro il militare. Un
po’ meno di quella disposta a fare altrettanto quando c’è da puntare il dito
contro la camorra.
Firenze ci
sono voluti sei mesi per ottenere una perizia sulla morte di un ex calciatore,
andato in arresto cardiaco poco dopo essere stato bloccato dai carabinieri e
trattenuto a terra in attesa del 118: «Assunzione di cocaina, asfissia,
probabilmente causata dalle modalità dell’arresto». Nel mezzo ai due casi ci
sono quattro carabinieri feriti a Roma giorni fa da uno
squilibrato, ma di questo ormai la cronaca non si occupa più.

E tutta una
casualità? Si fa fatica a crederlo
, come però è
altrettanto difficile sostenere che è in atto una «campagna d’odio» verso i Carabinieri,
con tanto di cabina di regia. I segnali non sono però rassicuranti. E, sullo
sfondo, la perdurante incertezza del quadro politico e le prossime scadenze dei
vertici militari (Capo di Stato Maggiore della Difesa e Comandante Generale dei
Carabinieri) non aiutano a rasserenare la situazione. E soprattutto non aiuta
lo stato d’animo di chi ogni giorno è chiamato a stare in prima linea a
difendere lo Stato, ma che guardandosi allo specchio sa che domani sarà sempre
più difficile di ieri. E allora? Serve rispetto per tutti. E obiettività. Anche
da parte dei media:  ossessionati, talvolta, dalla voglia di andare
controcorrente aprendo con facilità la caccia a chi è in divisa. Magari per far
sensazione, e avendo letto in maniera superficiale le carte.
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