Sicurezza, Carabinieri sotto pressione: tra processi mediatici, stipendi fermi e rispetto dovuto alla divisa
Tira una brutta aria sul fronte della sicurezza. Non solo per le buste paga delle forze dell’ordine, che la futura legge di stabilità rischia di lasciare senza reali margini di crescita, ma anche per il clima pubblico che si sta consolidando attorno a chi indossa una divisa.
Negli ultimi mesi l’attenzione mediatica sui casi che coinvolgono Carabinieri e Polizia è aumentata in modo evidente. Ogni episodio controverso diventa rapidamente terreno di scontro, spesso prima ancora che la magistratura abbia definito con chiarezza responsabilità, dinamiche e ruoli. Il risultato è un clima in cui il processo mediatico sembra arrivare prima di quello giudiziario.
Il principio resta uno: chi sbaglia deve rispondere davanti alla legge
Una premessa è necessaria: se un tutore dell’ordine sbaglia, deve risponderne senza sconti davanti alla legge. Non esistono zone franche, né immunità morali o professionali per chi abusa del proprio ruolo.
Ma quella stessa legge deve essere davvero uguale per tutti. Non può diventare più severa o più indulgente a seconda della divisa indossata dall’indagato, della provenienza della parte lesa o della sua cosiddetta “condizione sociale”.
È qui che si apre il nodo più delicato: quando l’“imputato” è un carabiniere o un poliziotto, il giudizio pubblico spesso si forma in pochi istanti. L’esame oggettivo dei fatti passa in secondo piano, mentre il verdetto mediatico arriva subito. E raramente è un’assoluzione.
Quando la vittima indossa una divisa, i riflettori si spengono prima
Il trattamento appare diverso quando la vittima è un uomo o una donna delle forze dell’ordine. In quei casi la cronaca dura spesso poche ore, accompagnata dal consueto “sentito cordoglio” delle istituzioni. Poi il silenzio.
Una volta c’era almeno il telegramma di vicinanza e solidarietà. Oggi, in molti casi, non resta neppure quello. La morte o il ferimento di chi serve lo Stato finisce rapidamente ai margini del dibattito pubblico, come se appartenesse alla fisiologia del mestiere.
È una percezione che pesa. E pesa soprattutto su chi ogni giorno lavora in strada, nei quartieri difficili, nelle periferie, nei controlli notturni, negli interventi imprevedibili.
Fabio Anselmo e il ruolo dei processi mediatici
A rendere ancora più complesso il quadro è una dichiarazione dell’avvocato Fabio Anselmo, legale noto per aver seguito alcuni tra i principali casi italiani di presunti abusi da parte delle forze dell’ordine.
In una recente intervista al quotidiano La Nuova Ferrara, Anselmo ha affermato: “La verità è che senza processi mediatici, quelli reali poi non si farebbero, nella grande maggioranza dei casi”.
Una frase forte, che fotografa un rapporto sempre più stretto tra pressione dell’opinione pubblica, informazione e giustizia. Ma anche una frase che apre un interrogativo inevitabile: fino a che punto il processo mediatico aiuta la ricerca della verità, e da quale momento rischia invece di sostituirsi alle aule di tribunale?
Napoli, Firenze, Roma: casi diversi, stessa tensione
Il clima sembra riguardare in modo particolare i Carabinieri.
A Napoli, l’uccisione di un ragazzo di diciassette anni da parte di un giovane carabiniere che lo stava inseguendo ha scatenato la protesta di piazza. Ai funerali si è raccolta una folla numerosa e, come è stato osservato, molte persone si sono dette pronte a testimoniare contro il militare.
Molto meno numerosa, viene da notare, è spesso la disponibilità a puntare il dito contro la camorra, quando il contesto e le responsabilità criminali lo richiederebbero.
A Firenze, invece, sono serviti sei mesi per arrivare a una perizia sulla morte di un ex calciatore, deceduto per arresto cardiaco dopo essere stato bloccato dai carabinieri e trattenuto a terra in attesa dell’arrivo del 118. La perizia ha indicato: assunzione di cocaina, asfissia, probabilmente causata dalle modalità dell’arresto.
Nel mezzo, quasi scomparso dalle cronache, c’è un altro episodio: quattro carabinieri feriti a Roma da uno squilibrato. Una notizia entrata per poco nel circuito informativo e poi uscita rapidamente di scena.
Casualità o segnale di un clima più profondo?
È tutta una casualità? Si fa fatica a crederlo. Ma sarebbe altrettanto difficile sostenere con certezza che sia in atto una vera e propria campagna d’odio contro i Carabinieri, organizzata e guidata da una cabina di regia.
I segnali, però, non sono rassicuranti. La percezione di isolamento cresce. E cresce anche il malessere di chi si sente esposto due volte: prima in strada, davanti al rischio operativo; poi nel racconto pubblico, dove ogni intervento può trasformarsi in un caso nazionale prima ancora che i fatti siano pienamente accertati.
Il peso dell’incertezza politica e delle nomine militari
Sullo sfondo resta la perdurante incertezza del quadro politico. A questa si aggiungono le prossime scadenze ai vertici militari, in particolare quelle relative al Capo di Stato Maggiore della Difesa e al Comandante Generale dei Carabinieri.
Sono passaggi istituzionali delicati, che non aiutano a rasserenare un clima già teso. Perché quando la sicurezza diventa terreno di scontro politico, mediatico e giudiziario, chi sta in prima linea avverte tutto il peso dell’instabilità.
Serve rispetto per tutti. Anche per chi indossa una divisa
La risposta non può essere la difesa corporativa. Né può essere la caccia alla divisa. Serve rispetto per tutti: per le vittime, per gli indagati, per i magistrati, per i cittadini e per gli uomini e le donne chiamati ogni giorno a difendere lo Stato.
Serve soprattutto obiettività. Anche da parte dei media, talvolta ossessionati dalla voglia di andare controcorrente e pronti ad aprire con facilità la caccia a chi è in uniforme. Magari per fare sensazione. Magari dopo aver letto in modo superficiale le carte.
Chi sbaglia deve pagare. Ma chi serve lo Stato non può essere condannato in piazza, in televisione o sui social prima che la giustizia abbia fatto il suo corso. Perché uno Stato serio non misura la propria civiltà dalla rapidità con cui trova un colpevole, ma dalla capacità di cercare la verità senza piegarla al rumore del momento.