ATTENTATO AI MILITARI ITALIANI. L’IPOTESI DEL FUOCO AMICO

Secondo il giornalista Giuliano Battiston in un articolo per il Manifesto, il razzo Rpg che ha colpito il blindato Lince dell’esercito italiano nella provincia di Herat è stato un insider attack. «Fuoco amico».

“Autori dell’attentato – si legge nell’articolo – che non ha provocato vittime tra gli italiani ma causato qualche danno al Lince, sarebbero due poliziotti di frontiera afghani, secondo Noorullah Qaderi, Comandante del Corpo militare 207 Zafar.

Si tratterebbe invece di un solo attentatore, di un militante travestito da poliziotto, secondo il comunicato di Resolute Support, la missione della Nato: «un insorto che si è fatto passare per un membro delle forze di sicurezza ha aperto il fuoco sui membri della coalizione, che hanno risposto al fuoco e ucciso l’attentatore. Nessuno membro della coalizione è rimasto ferito nell’attacco».

Secondo Noorullah Qaderi, gli italiani intendevano visitare il Quinto battaglione della polizia di frontiera, verso il confine con l’Iran di Islam Qala, quando sono stati attaccati. Da fuoco amico.

Un elemento centrale, curiosamente dimenticato dai media italiani, dove la notizia ha assunto una forma impersonale, edulcorata, conforme alle veline del ministero della Difesa e dello Stato Maggiore: «un mezzo Lince è stato oggetto del lancio di un razzo anticarro», «il razzo non ha colpito direttamente il mezzo, esplodendo nelle vicinanze dello stesso, provocando leggeri danni», «nessun allarme, i nostri militari stanno bene e in sicurezza».

A dispetto di quanto farebbero pensare le veline, il razzo non è esploso da solo e non si è trattato neanche di un barbuto codardo che, nascosto dietro una roccia, ha provato a colpire da lontano.

Piuttosto, di un poliziotto di frontiera che ha deciso di attaccare i suoi stessi alleati, o di un talebano capace di infiltrarsi tra le forze di sicurezza locali. Una storia ben diversa.

In Afghanistan ne accadono molte. Come lo scorso ottobre, quando nel compound del governatore di Kandahar le sue guardie del corpo hanno ucciso il capo dell’intelligence locale e il capo della polizia provinciale, il temuto generale Abdul Raziq (illeso per un soffio il generale Usa Scott Miller).

Quando possono, i militari evitano di raccontare queste storie, perché contraddicono la retorica del «va tutto bene», del controllo del territorio, dell’intelligence infallibile, della fratellanza e fiducia tra soldati afghani e stranieri, nel nostro caso «degli italiani brava gente».

Al contrario, la fiducia viene meno. Perché nel Paese le cose vanno peggio. Aumentano le vittime civili, il governo di unità nazionale è sempre più debole, tanto da aver dovuto subire la decisione degli americani di posticipare le elezioni presidenziali, già fissate per il 20 aprile, al 1 luglio. E i Talebani guadagnano terreno.
Conoscendo tutta la storia, inclusi i casi di «fuoco amico», qualcuno potrebbe domandarsi: a cosa serve mantenere 895 soldati in Afghanistan, continuare una missione militare che, secondo i dati del rapporto Milex 2018 sulle spese militari, tra costi diretti e indiretti in 16 anni ci è costata 7,8 miliardi, a fronte dei 280 milioni investiti in cooperazione civile?” Il Manifesto