Appuntato ucciso da un colpo di pistola. La famiglia: “Non è stato un suicidio”

“Come fanno a dire che mio figlio si è suicidato se non gli hanno fatto il test della polvere da sparo sulle mani? E se non fosse stato lui a premere il grilletto?”. A Fanpage.it parla Maria Angela Placanica, la madre di Fausto Dardanelli, l’appuntato dei carabinieri ucciso da un proiettile il 22 luglio del 2016 a Reggio Calabria. Sulla morte del carabiniere calabrese da quattro anni è aperto un fascicolo per istigazione al suicidio a carico di ignoti. Ora, però, il pm ha chiesto che venga archiviato. “Non prima che abbiano fatto tutti gli esami – replica mamma Maria Angela, che attraverso il legale Girolamo Albanese presenterà opposizione. “Noi non puntiamo il dito contro nessuno – continua – ma abbiamo il diritto di sapere esattamente cosa è successo a Fausto”. Il dubbio della famiglia, infatti, è che l’appuntato di stanza Bagaladi possa essere stato vittima di omicidio, ipotesi che secondo il loro consulente di parte, il medico legale Aldo Barbaro, lo stesso del caso di Sissy Trovato Mazza, troverebbe, come scrive nelle 27 pagine della relazione consegnata lo scorso luglio, “maggiori elementi probatori rispetto a quella suicidiaria”.

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I fatti, innanzitutto. È il pomeriggio del 22 luglio del 2016, quando una testimone chiama il 112 per segnalare la presenza di una ‘Fiat 159′ parcheggiata oltre il bivio di San Lorenzo, in direzione Bagaladi. Stereo accesso e finestrini alzati, uno dei quali è stato incrinato da un proiettile. All’interno, lato guidatore, è seduto un uomo immobile e coperto di sangue. Quando arrivano sul posto i carabinieri accertano subito che quel cadavere appartiene al collega, Fausto Antonio Dardanelli e che quella è la sua auto. La Scientifica procede ai rilievi, ora della morte 18 e 25. Già su questo primo dato, il medico legale Aldo Barbaro, avanza le prime obiezioni. “Nel momento del sopralluogo – fa notare – non sono stati verificati i classici parametri tanatocronologici, per tale motivo l’ora della morte non è assolutamente quella riportata negli atti, ma verosimile le ore 15, circa sei ore prima del sopralluogo da parte della Sezione Rilievi dei Carabinieri del Comando Operativo di Reggio Calabria”. Il carabiniere è seduto con la cintura regolarmente allacciata, nella mano destra l’arma di ordinanza da cui mancano due colpi che corrisponderebbero, nella ricostruzione successiva, ai due proiettili che lo hanno colpito, uno di striscio; l’altro, il secondo, trapassandogli il cranio attraverso la tempia destra, coperta di sangue, mortalmente.

Anche l’esame delle tracce ematiche sulla scena sarebbe controverso, per Barbaro. La mano “maggiormente colpita dagli schizzi di sangue” sottolinea “non è quella destra”, ovvero quella che,  essendo Dardanelli destrimano, avrebbe sparato, “ma la sinistra”, cioè la mano che nella ricostruzione dei fatti Dardanelli si sarebbe portato all’altezza della fronte mentre il proiettile mortale lo feriva. Arriviamo così a quella che per Barbaro è la terza incongruenza, quella dei due colpi esplosi in successione. “Pur perseguendo la tesi del suicidio – spiega il medico legale – i tecnici incaricati dal Tribunale inspiegabilmente scrivono di non avere elementi per ritenere quale sia stata la sequenza temporale dei colpi esplosi, ovvero se quello di striscio sia stato il primo o il secondo o viceversa, ma subito dopo affermano che in un’ipotesi suicidiaria il primo colpo sarà stato quello di striscio in quanto il secondo colpo è incompatibile con la vita”. Come possono concludere che si tratti di suicidio? Sembra questa la domanda sottesa alle osservazioni del medico legale, che più avanti abbozza una ricostruzione alternativa:

È verosimile che, avendo programmato un incontro con un soggetto, Dardanelli avesse parcheggiato la propria auto e fosse rimasto con il motore acceso per poter utilizzare l’aria condizionata. Il soggetto, giunto sul posto, avrebbe aperto lo sportello dal lato passeggero, entrando nell’abitacolo con in pugno un revolver calibro 38/Special. Vistosi minacciato, Dardanelli avrebbe sollevato entrambe le mani all’altezza della testa mentre il suo aggressore esplodeva in successione due colpi. Il primo colpiva mortalmente la vittima alla tempia destra facendogli reclinare la testa in avanti mentre partiva il secondo proiettile, che lo sfiora, quindi, in quella posizione. Resosi conto del decesso della vittima, l’omicida sarebbe uscito dall’abitacolo, avrebbe aperto la portiera lato guida e prelevato la pistola della vittima dalla fondina. Con la stessa pistola avrebbe esploso due cartucce, posizionando l’arma in modo da disperdere i proiettili espulsi; avrebbe poi recuperato i bossoli esplosi e insieme all’arma li avrebbe posizionati all’interno dell’autovettura.

Quanto alle presunte lacune in sede d’indagine, Barbaro scrive. “Non risulta che sia stato accertato l’orario del turno di servizio del Dardanelli e quello degli altri Carabinieri e di conseguenza l’orario dell’allontanamento di ciascuno di loro dalla stazione. Nessuna indagine risulta essere stata eseguita all’interno dell’abitacolo dell’autovettura per la ricerca di eventuali impronte o tracce biologiche da cui estrarre il profilo di DNA. Il PM non ha disposto l’esecuzione degli stubs sulle mani del Dardanelli per ricercare l’eventuale presenza di polvere da sparo. Per ultimo, lo stesso PM non ha disposto l’esame autoptico del cadavere (l’autopsia verrà effettuata solo nel 2019, tre anni dopo i fatti, ndr) né ha raccomandato l’accurata conservazione degli indumenti e il sequestro dell’Alfa 159 (oggi dissequestrata e restituita agli eredi). “Vogliamo che tutti gli elementi vengano presi in considerazione” continua Maria Angela Placanica “e che vengano effettuati i controlli che al tempo furono omessi. Non vogliamo una verità, vogliamo la verità”.

Redazione articolo a cura di Angela Marino per Fanpage.it

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