Aiutò Milacic a liberarsi delle “cimici” in macchina, carabiniere a processo per favoreggiamento

Attento a quello che dici, nella tua auto ci sono delle cimici». Sono queste le parole con cui A.R., un appuntato di 47anni in forza al Nor dei Carabinieri di Vittorio Veneto (che risulta sospeso), avrebbe avvisato l’amico Stefano Milacic, il 51enne di Carpesica condannato (in abbreviato) a due anni e 4 mesi per essere uno degli autori della bomba carta lanciata contro la facciata del Liceo Flaminio a Vittorio Veneto la notte tra il 2 e il 3 giugno 2018. Il militare è finito a processo per favoreggiamento perchè avrebbe messo in allarme Milacic e, la sera del 11 dicembre del 2018, lo avrebbe aiutato a eliminare l’apparecchiatura.

A inchiodare il 47enne sarebbero non solo gli “ambientali” registrati quando rimosse il dispositivo, ma anche le intercettazioni telefoniche, da cui si ricava che, quella sera, effettivamente l’appuntato sarebbe stato a casa di Milacic. «Ma lui – è la spiegazione dell’accaduto data dal legale del carabiniere, l’avvocato Gianbattista Zatti – era stato nell’abitazione del 51enne, che effetivamente conosceva, per mettersi d’accordo su un intervento sulla sua macchina, dal momento che Milacic faceva il meccanico». Oggi, 13 giugno, il perito del Tribunale ha depositato a processo le intercettazioni ambientali e telefoniche che inchioderebbero A.R.

«Se non la smettono di starmi addosso sparo, o sparo ai loro figli», avrebbe detto Milacic, che proprio sulle base di conversazioni carpite dagli inquirenti era finito al centro di una indagine che ipotizza a suo carico il reato di detenzione illegale di armi e porto di arma e munizioni, molte delle quali furono rinvenute l’8 marzo 2019 dalla polizia in un corso artificiale dell’Enel.

Sarebbero stati suoi infatti i pezzi di arma da fuoco, tra cui dei caricatori di fucile mitragliatore Ak-47, immersi nell’acqua di un canale a Scomigo di Conegliano e trovati dagli agenti della Digos. Era la mattina dell’8 marzo del 2019 quando gli agenti, nella zona artigianale della località del coneglianese, intervennero per recuperare un sacco che, una volta aperto, si rivelò essere pieno anche di cartucce e di munizioni. Qualche pezzo di arma era arrugginito dall’acqua, segno che il contenuto era lì almeno da qualche settimana, nascosto sotto le acque del canale.  Milacic  era stato intercettato al telefono mentre parlava di armi con alcune persone, tra cui un amico al quale chiede il favore di portare un “grosso bidone” che non sapeva dove mettere. Il processo riprenderà il prossimo 4 luglio quando, sul banco dei testimoni, si siederà proprio il meccanico di Carpesica.

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