700 MILITARI IN LIBIA: “POSSONO SPARARE AGLI SCAFISTI”

Da Tripoli è arrivato un drastico dietrofront alle navi militari italiane in acque libiche. Ieri sera è stato lo stesso presidente libico, Fayez al Serraj, a frenare gli annunci che da ore venivano lanciati dal premier Paolo Gentiloni. Uno stop improvviso che ridimensiona drasticamente l’accordo che il governo italiano avrebbe stretto con Tripoli solo 48 ore fa.

Alla base dei patti ci sarebbe stato un “sostegno tecnico logistico” da parte di uomini e mezzi navali italiani, con regole dettagliate che evitino situazioni ambigue, soprattutto ai militari coinvolti nella missione.

L’ipotesi ancora sul tavolo è l’apertura di hotspot direttamente sul territorio libico, da affidare alla gestione dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati, da sempre esclusa da tutti i regimi che hanno governato la Libia. In questi punti, riporta Repubblica, saranno valutate le prime richieste di asilo.

In Libia sarebbero previste almeno due o tre unità navali, che potranno arrivare fino a sei, tra quelle coinvolte nel piano Mare sicuro. Prevista anche la nave anfibia che ospiterà il comando, probabilmente la San Marco, affiancata alla fregata Bergamini e un pattugliatore tra il Cassiopea e il Danaide. Previsto anche il coinvolgimento di uno o due sottomarini, oltre che mezzi aerei. In tutto sarebbero 700 gli uomini coinvolti, per una spesa di circa nove milioni di euro al mese.

Prima della frenata libica, l’accordo annunciato da Gentiloni avrebbe previsto anche l’uso della forza da parte dei militari italiani, per esempio nel caso di attacchi da parte degli scafisti contro la Guardia costiera libica o le stesse navi italiane. In quel caso i nostri militari potranno rispondere al fuoco anche in acque di competenza libica. (LiberoQuotidiano.it)