Trump soddisfatto, “Sembra che Teheran stia indietreggiando”. Cosa sta succedendo fra Iran e Usa, e perché ci riguarda

“Pronti ad abbracciare la pace”, ma anche a comminare nuove sanzioni nel caso l’Iran non abbandoni il suo programma nucleare. In conferenza stampa il presidente Usa Donald Trump ha rivendicato il raid su Baghdad che la notte del 2 gennaio ha ucciso il generale iraniano Qassem Soleimani, capo delle Forze al-Quds. Stanotte è arrivata la rappresaglia di Teheran: una serie di missili balistici è piovuta sulle basi irachene di Ain Al Asad e di Erbil, che ospitano militari statunitensi e della coalizione anti-Isis. Abbiamo chiesto a Federico Borsari, ricercatore dell’Istituto per gli studi di politica internazionale ed esperto di Medio Oriente e Nord Africa, di spiegarci cosa sta succedendo.

La conferenza stampa di Trump

Nonostante non abbia minacciato nuove ritorsioni all’attacco di stanotte, Donald Trump ha definito Soleimani “il maggior terrorista del mondo”, le cui mani erano “ricoperte di sangue”. Il ministro della Difesa iraniano Amir Hatami ha a sua volta definito l’amministrazione Trump “un governo terroristico”. “Sembra che l’Iran abbia indietreggiato”, ha detto un Trump soddisfatto, “nessuno dei nostri soldati è stato colpito, e i danni alle nostre basi in Iraq, sono stati minimi. Soprattutto grazie agli avvertimenti preventivi che hanno funzionato molto bene. Gli americani si devono reputare molto fortunati”.  Il presidente ha poi iniziato a fare un lungo elenco delle ragioni che hanno portato all’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani. Ha poi annunciato “nuove sanzioni economiche punitive” contro Teheran, che “resteranno in vigore finché l’Iran non cambierà comportamento. Per troppo tempo le nazioni hanno tollerato le azioni destabilizzanti dell’Iran in Medio Oriente. Questi giorni sono finiti”, ha aggiunto.


Ha concluso appellandosi al popolo iraniano: “Mi rivolgo al popolo e ai leader dell’Iran: vogliamo che abbiate un grande futuro, che meritate. Gli Stati Uniti sono pronti ad abbracciare la pace con tutti coloro che la ricercano”.  Gli attacchi iraniani sono giunti in risposta all’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani il 3 gennaio in un raid americano a Baghdad, in Iraq.

 
 

Le radici della ‘guerra fredda’ fra Iran e Usa

“Questa escalation è la conseguenza di un periodo di tensioni ormai in corso da parecchio tempo, da quando Trump è stato eletto nel 2016“, spiega Borsari. Ma partiamo dall’inizio: il 14 luglio 2015, i ministri degli Esteri di Teheran, Pechino, Parigi, Berlino, Mosca, Londra, Washington e l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue sottoscrissero un accordo che prevedeva l’eliminazione progressiva delle sanzioni contro l’Iran, che a sua volta si impegnava a limitare il suo programma nucleare, consentendo alcuni periodici controlli da parte dell’ONU.

Fortemente voluto e difeso da Obama, l’accordo è stato usato spesso come bersaglio polemico da Trump durante la campagna elettorale, che lo definì uno dei peggiori mai fatti dagli Stati Uniti.

“Il suo approccio con l’Iran non è mai stato di confronto, ma di massima pressione affinché Teheran non potesse continuare con lo sviluppo nucleare. Trump ha sempre sostenuto che, nonostante l’accordo, l’Iran stesse rafforzando la propria sfera d’influenza e si stesse preparando allo sviluppo della bomba atomica“.

Il ruolo dell’Europa

Ad annunciare ufficialmente da Losanna il raggiungimento dello storico accordo, a fianco del ministro degli Esteri di Teheran, Mohamed Jawad Zarif c’era il capo della diplomazia dell’Unione europea, Federica Mogherini. Eppure, da quando i rapporti con gli Usa sono tornati a inasprirsi, il Vecchio Continente ha fatto raramente sentire la sua voce. Allo stesso modo, le reazioni dei Paesi Ue all’escalation degli ultimi giorni è stata timida e poco incisiva.

La posizione europea, al momento, è di attendismo. Non tanto per mancanza di volontà, ma per mancanza d’influenza. L’Europa mantiene relazioni economiche con l’Iran, seppur diminuite a seguito delle sanzioni Usa, ma allo stesso tempo, sia per mancata coordinazione fra gli Stati, sia per impossibilità di esercitare un’influenza, la sua capacità di mediare è ridotta“. 

Le possibili conseguenze

È al petrolio che si pensa immediatamente in caso di un eventuale conflitto aperto fra Iran e Usa. Gli analisti, in effetti, hanno già previsto un’impennata del prezzo nel caso in cui dovesse alzarsi il livello dello scontro.

 
 

Ma gli effetti non si limitano al greggio. “Se guardiamo all’Europa, alcuni effetti si stanno già facendo sentire, per esempio fra le compagnie aeree, già colpite dalle sanzioni Usa, che adesso stanno interrompendo i voli verso l’Iran e deviando le tratte che sorvolano l’Iraq. E in futuro, a livello commerciale potrebbero esserci interruzioni di attività economiche europee in Iran e Iraq.”

In mezzo, l’Iraq

È bene ricordare che, in tutto questo, il terreno su cui si sta giocando lo scontro è quello di un Paese terzo, già fortemente provato dai problemi interni che avevano acceso le proteste dei cittadini iracheni nei mesi scorsi.

 
 

“Il Paese che più ci sta rimettendo è l’Iraq, perché il conflitto è sul suo suolo, la popolazione è già vessata da una condizione economica preoccupante e ora ha un ulteriore fardello di cui non aveva bisogno. L’Iraq rischia di tornare all’interno di una spirale di violenza che potrebbe lasciarlo davvero in ginocchio”.

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