Trump vuole ritirare le truppe Usa dall’Italia: cosa significa davvero e perché può cambiare tutto
Se Trump non fosse solito smentire oggi ciò che ha dichiarato ieri e domani ciò che rettifica oggi, la notizia del possibile ritiro delle truppe americane dall’Italia meriterebbe una riflessione seria e pacata.
Il Presidente USA ha, infatti, lasciato intendere che potrebbe rivedere la presenza militare americana in Italia e in Spagna perché i due Paesi non sarebbero stati collaborativi nella guerra contro l’Iran. Per lo stesso motivo, sarebbe anche pronto a togliere 5000 soldati dislocati in Germania. Ora, al netto della consueta teatralità trumpiana, della formula certamente vaga e del fatto che la politica estera americana procede da tempo per minacce, annunci, ritrattazioni e colpi di teatro, la dichiarazione ha il pregio involontario di suscitare una riflessione troppo spesso rinviata.
Alleanza o subordinazione
Un’alleanza tra Stati, per essere tale, presuppone non necessariamente una parità di forza, ma almeno una pari dignità politica. L’alleato non è il vassallo nè il territorio di servizio sul quale installare basi, depositi, comandi, radar, velivoli e poi pretendere obbedienza automatica ogni volta che Washington decide che una nuova guerra sia necessaria e giusta.
La presenza americana e il mito del debito eterno
La minaccia di Trump dovrebbe essere accolta con meno panico e con più lucidità, non perché l’Italia debba diventare antiamericana né perché si debba negare che la presenza statunitense abbia avuto, nel secondo dopoguerra, anche una funzione di contenimento, stabilizzazione e protezione. Sarebbe ingiusto negarlo, ma sarebbe infantile continuare a raccontarci, dopo ottant’anni, la favola consolatoria di un Paese “liberato” e dunque eternamente debitore.
La complessità storica della liberazione
Innanzitutto, la Storia ci dice che gli americani non arrivarono in Italia per liberarci, ma per combatterci, vista la nostra sciagurata idea di dichiarare loro guerra. Fino all’armistizio dell’8 settembre 1943, l’Italia è stata a tutti gli effetti un Paese nemico che, infatti, gli alleati invasero e bombardarono. La liberazione subentrò dopo una vicenda molto più complessa nella quale il popolo italiano pagò il conto terribile delle scelte del regime, della guerra civile, dell’occupazione tedesca, dell’avanzata alleata e del crollo dello Stato. Tutto ciò ci indusse ad un armistizio che, seppure sacrosanto ed inevitabile, è stato comunque, dal punto di vista militare, un tradimento del precedente alleato e che, per le sue maldestre modalitá, spiazzó i nostri stessi militari dislocati al fronte, con le tragiche conseguenze a tutti note.
Una liberazione diventata condizione permanente
Il problema è che questa invasione evolutasi in liberazione in corso d’opera è diventata una condizione permanente e che da allora sembriamo non essere mai più diventati pienamente adulti. Abbiamo celebrato i liberatori, ma non sempre abbiamo avuto il coraggio di chiedere loro quando avrebbero tolto le tende.
Le basi americane in Italia
Il tema è serio e non va affrontato ideologicamente. Le basi americane nello Stivale sono infrastrutture militari, logistiche e strategiche che sono servite alla NATO, agli Stati Uniti e talvolta perfino all’Italia, ma che al contempo hanno collocato il nostro territorio dentro ogni crisi mediterranea, mediorientale e globale nella quale Washington ha deciso di proiettare forza. Secondo il Corriere della sera, gli Stati Uniti hanno attualmente circa 34.000 militari in Italia.
La vera domanda
Allora, la domanda non è se Trump dica sul serio e se seguiranno i fatti (probabilmente no o non adesso), ma piuttosto perché l’Italia dovrebbe vivere come una catastrofe l’ipotesi che truppe straniere lascino il suo territorio dopo oltre ottant’anni dalla fine della guerra.
Sovranità e funzione strategica
Se la permanenza americana è ancora necessaria alla nostra sicurezza, bisogna ammettere che non siamo ancora una potenza sovrana pienamente capace di difendersi. Se, invece, quella permanenza è soprattutto funzionale alla proiezione strategica degli Stati Uniti, allora bisogna avere il coraggio di aggiungere che essa serve soprattutto a loro. L’idea che l’Italia e l’Europa vengano rimproverate come uno scolaro disubbidiente perché non si sono allineate alla guerra contro l’Iran è però intollerabile.
Il non detto della diplomazia
Il merito involontario di Trump sta proprio nel dire ad alta voce ciò che la diplomazia normalmente avvolge in formule più educate, cioè che, per una certa visione americana, gli alleati sono tali finché obbediscono, ma, quando discutono, diventano ingrati; quando non partecipano, diventano inutili; quando esprimono prudenza, diventano sospetti.
Un possibile nuovo equilibrio
Allora, se davvero il Presidente americano volesse ritirare le proprie truppe dall’Europa, bisognerebbe rispondergli senza isterie né rancori: prego, si accomodi. Con tempi ordinati, con accordi chiari e con rispetto reciproco, non sarebbe la fine dell’Occidente. Anzi, sarebbe, l’inizio di un rapporto più equilibrato, nel quale si smetterebbe di confondere la fedeltà con la subordinazione e l’alleanza con la minorità geopolitica.
Abbiamo celebrato per decenni il 25 aprile come festa della liberazione. Forse un giorno, se mai l’ultimo soldato straniero lascerà stabilmente il nostro territorio, potremo celebrare anche la liberazione dai liberatori.
🎥 Segui InfoDifesa anche su YouTube!
Approfondimenti, notizie, interviste esclusive e analisi sul mondo della difesa, delle forze armate e della sicurezza: iscriviti al canale ufficiale di InfoDifesa per non perdere nessun aggiornamento.
🔔 ISCRIVITI ORAUnisciti alla community di InfoDifesa: oltre 30.000 utenti già ci seguono!
📲 Unisciti al canale WhatsApp di Infodifesa!
Vuoi ricevere aggiornamenti, notizie esclusive e approfondimenti direttamente sul tuo smartphone? Iscriviti ora al nostro canale ufficiale WhatsApp!
✅ Iscriviti su WhatsAppSenza spam. Solo ciò che ti interessa davvero.