SCANDALO IN MARINA, CHI NON PAGAVA ERA FUORI. UN IMPRENDITORE: «COSÌ È FALLITA LA MIA DITTA»

TARANTO
Il sistema delle tangenti ha fatto fuori, o almeno ha contribuito a far
fallire un’azienda di impiantistica.
Questo, perlomeno, è quanto sostenuto da
uno dei titolari di azienda che hanno testimoniato contro i due ufficiali
arrestati all’alba di ieri.

L’uomo nella sua drammatica deposizione ha rivelato
che gli fu chiesto di pagare per lavorare. Lui si ribellò, ma tutto fu inutile.
«Il comandante Alessandro Dore – si legge nel verbale del suo interrogatorio –
nel settembre 2011, ovvero al momento dell’ insediamento quale nuovo vice
direttore del capitano Di Donna mi disse chiaramente, all’interno del suo
ufficio, che per continuare a lavorare avrei dovuto versare una tangente pari
al 10% dei lavori che stavo effettuando e per i lavori che mi sarebbero stati
assegnati in futuro.

Come ho già precedente dichiarato – rivela il testimone – ritenni quella
richiesta inaccettabile e lo riferii subito al comandante Dore andando via dal
suo ufficio sbattendo la porta, circostanza che fu certamente notata dalle
numerose persone presenti nei corridoi. 

Confermo – continua l’imprenditore nel
suo racconto al pubblico ministero Maurizio Carbone – che il Dore mi disse che
tale imposizione del 10% era una disposizione che veniva dai suoi superiori.
Proprio per questo motivo, deciso a fare chiarezza, chiesi di incontrare il
vice direttore Di Donna e il direttore per chiarire questa spiacevole
situazione». Il chiarimento venne fissato a distanza di poco tempo. Ma per la
vittima che si era ribellata, almeno alla luce della sua ricostruzione dei
fatti, il summit ebbe un epilogo poco rassicurante. Anzi per lui sarebbe stato
l’inizio della fine.

«Dopo circa una settimana, tra settembre e ottobre 2011, riuscii ad avere un
appuntamento con il vice direttore Di Donna – racconta il testimone – ma quando
entrai nel suo ufficio ebbi la sgradevole sorpresa di trovare presente accanto
al Di Donna anche il comandante Dore. A quel punto – aggiunge – compresi che
ogni mio tentativo di denunciare i fatti sarebbe stato vano e la presenza di
entrambi mi diede conferma della loro complicità cosi come mi era stata
riferita precedentemente dal Dore. Decisi comunque di lamentare di non essere
stato più invitato alle gare per la manutenzione impiantistica, ma Di Donna mi
riferì che era necessario estendere gli inviti anche ad altre ditte di fuori,
invitandomi piuttosto a terminare nei tempi stabiliti i lavori a me assegnati».
Insomma la richiesta di chiarimenti sarebbe sfociata in una strigliata per il
malcapitato.

E non è tutto. Perché nel suo verbale, lo stesso imprenditore conclude
sostenendo che «compresi che il mio destino era segnato anche perché non ebbi
alcuna risposta alle mie richieste. I miei timori furono successivamente
confermati ed infatti dopo aver terminato i lavori, non sono stato più invitato
ad alcuna gara. Tale ostracismo da parte della Marina Militare ha nel tempo
contribuito al fallimento della mia azienda che è stata dichiarata fallita».
Uno schema che in realtà ripropone quello che altri appaltatori della Marina
aveva rivelato riguardo alla posizione degli ufficiali arrestati nelle due
prime ondate di manette scaturite dalla clamorosa indagine.

Un sistema, insomma, che è stato nuovamente censurato dal gip Pompeo Carriere
in maniera accesa anche nel provvedimento restrittivo che è stato eseguito ieri
mattina dai carabinieri. «Si tratta – scrive il giudice Carriere – di fatti di
concussione continuata di notevolissima gravità, in quanto posti in essere nel
corso degli anni in modo sistematico e diffuso, con ferrea determinazione a
delinquere, nei confronti di tutti gli imprenditori assegnatari di appalti di
servizi e forniture da parte del V e IV reparto di Maricommi, con gravi
ripercussioni sui destini delle singole aziende… un vero e proprio pizzo –
continua il magistrato – imposto in modo rigido e con brutale e talora
sfacciata protervia, e che ha causato nel complesso danni notevoli sia alle
singole imprese che all’intera economia locale, sostanzialmente alla stregua
dell’agire della malavita organizzata, ma con in peggio, in più, l’aggravante
dell’essere tali deplorevoli condotte poste in essere da militari dello Stato
che hanno giurato fedeltà alla repubblica e all’osservanza delle regole,
innanzitutto deontologiche, dell’ordinamento di appartenenza». Considerazioni,
già rimbalzante nei provvedimenti precedenti, che è persino superfluo
commentare.

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