«Quel maresciallo non sa parlare in italiano»: lui ricorre al Tar e vince contro il capitano

(di Paola Ancora) – Il capitano lo valuta negativamente perché, sostiene, «non si esprime correttamente in italiano», ma il maresciallo impugna gli atti al Tar e vince. Dimostrando non solo la falsità di quei giudizi, ma anche di poter incrinare l’architettura rigida e severa dell’Arma dei carabinieri, nella quale chi ha un grado superiore decide e comanda, ma può anche non avere sempre ragione: la storia di questo maresciallo lo insegna.

Una storia, la sua, che ruota attorno a un pregiudizio duro a morire, in base al quale i carabinieri maneggerebbero con difficoltà la lingua italiana. A ciò si aggiunga l’inimicizia fra Mario (chiameremo così il maresciallo) e il suo capitano, Paolo. E la telenovela è servita. Con finale scritto, però, dai giudici della seconda sezione del Tar (presidente Eleonora Di Santo, estensore Katiuscia Papi) che hanno firmato una sentenza particolarmente severa con il ministero della difesa e con l’Arma, accogliendo in toto il ricorso presentato dal maresciallo.

I fatti, ricostruiti nel verdetto: un carabiniere, per anni apprezzato comandante della stazione di Taurisano, viene trasferito a Gallipoli. Qui deve rispondere agli ordini del capitano Paolo che non lo vede, però, di buon occhio e mal lo sopporta. Così, nonostante per tredici anni consecutivi quel militare avesse sempre ottenuto per il suo lavoro valutazioni “eccellenti”, fra il 2012 e il 2014 si trova in mano due diverse “pagelle” con giudizi via via più negativi. Da “eccellente” scende a “superiore alla media” e, dopo un anno, a “nella media”. Per un carabiniere, una sonora bocciatura e, soprattutto, uno stop alla carriera militare.

Il capitano Paolo, in particolare, stigmatizza la «capacità comunicativa, la capacità di lavorare in gruppo, l’iniziativa e il rendimento» del suo sottoposto, sottolineando persino «una difficoltà a esprimersi in italiano corretto». A quel punto, per lamentare il comportamento del suo superiore, il maresciallo si rivolge prima alla Procura, con una querela che viene archiviata, ma che gli permette di dimostrare come i rimproveri e i richiami rivoltigli dal suo superiore fossero falsi. Poi bussa alla porta del ministero della Difesa, con due diversi ricorsi gerarchici che vengono respinti. Infine affida il caso al suo avvocato di fiducia, Sonia Santoro, che è anche la sua compagna di vita. E con lei parte alla riscossa: le consegna tutte le carte, comprese le lettere rivolte al comando provinciale dei carabinieri dal parroco del comune di Veglie, dove è stato trasferito, e nelle quali il prelato elogia pubblicamente la sua cortesia e la sua professionalità. E ricorre al Tar.

Qui trova orecchie pronte ad ascoltare: i giudici amministrativi accolgono il ricorso confezionato dall’avvocato Santoro e condannano il ministero della Difesa e l’Arma per «l’eccesso di potere e le insufficienti motivazioni», per «la manifesta irragionevolezza e il travisamento dei fatti» alla base di quelle valutazioni. E stabiliscono che l’Arma dovrà riscrivere i giudizi su quel maresciallo, riparando al danno procuratogli alla carriera, e dovrà anche pagare ben 4.000 euro di spese legali.

Infatti, pur specificando come le valutazioni dei militari da parte dei loro superiori abbiano «natura fortemente discrezionale», i giudici hanno chiarito che tali valutazioni possono e devono essere annullate «ove si riscontrino fattispecie vizianti di particolare gravità ed evidenza». Le pagelle scritte dal capitano Paolo su Mario riguardavano anche «tratti caratteristici della personalità, rispetto ai quali molto difficilmente un soggetto subisce variazioni consistenti nel corso di un anno». E la lamentata «difficoltà di espressione in italiano corretto», per esempio, «raramente può emergere all’età che aveva il ricorrente all’epoca del ricorso, se non a seguito di particolari eventi patologici che nella fattispecie non venivano evidenziati». Ancora. Il capitano imputava al suo maresciallo «azioni e omissioni che, si riconosceva successivamente, non erano rispondenti al vero», semplicemente per la «grave inimicizia» che li divideva e che avrebbe dovuto suggerire al capitano di astenersi da ogni valutazione per mancanza di obiettività e serenità di giudizio. «Questo -commenta l’avvocato Santoro – non è un caso isolato. Nell’Arma di episodi simili se ne verificano ed è bene che si sappia che non ci sono ingiustizie irreparabili e che la giustizia e la legge valgono per tutti. Basta farli valere».

Quotidiano di Puglia