Proposta della Lega: videocamera sulle divise e pm in piazza insieme ai poliziotti durante gli scontri

Nel mondo di oggi, nel quale la risonanza mediatica svolge un ruolo centrale per il messaggio che si intende di divulgare tramite una manifestazione, gli atti di violenza di pochi sono in grado di offuscare le legittime rivendicazioni della maggioranza dei partecipanti ad una riunione, dal momento che attraggono l’attenzione dei media a discapito delle ragioni della protesta.

Il deputato Gianni Tonelli della Lega, già segretario del SAP (uno dei maggiori sindacati di polizia), ha anche per i motivi addotti in premessa, presentato una proposta di legge concernente “misure tese a garantire l’effettività del diritto di manifestazione del pensiero e di riunione, attraverso innovazioni ordinamentali relative alla tutela dell’ordine pubblico, nonché l’effettività del principio di trasparenza dell’azione di polizia, dotando gli operatori delle forze dell’ordine di videocamere, anche al fine di deflazionare il processo penale e contenere le spese. Estensione della normativa a tutela della maternità e delle tutele giuslavoristiche agli appartenenti delle Forze di Polizia.”

Una proposta dal titolo lungo e densa di argomentazioni tese a favorire l’operato delle Forze di Polizia. Ne abbiamo analizzato i punti salienti che vi riproponiamo in anteprima.

“Gli operatori della pubblica sicurezza sono i primi soggetti chiamati a tutelare e garantire il pacifico e regolare svolgimento delle manifestazioni e ad evitare turbative per l’ordine pubblico, di talché è quanto mai opportuno consentire a costoro di adempiere agli obblighi di servizio senza temere ripercussioni né strumentalizzazioni del proprio operato.

A garanzia della legittimità dell’operato delle forze dell’ordine, e a tutela della loro stessa persona, sia sotto il profilo materiale che giuridico, è necessario riconoscere particolari garanzie connesse alla funzione e al delicato servizio adempiuto.

Moltissimi sono gli esempi di operatori delle forze di polizia che sono stati denunciati ingiustamente per fatti che non hanno mai commesso, adducendo l’illegittimo utilizzo della forza. L’idea di dotare le forze dell’ordine di una telecamera da utilizzare sulle divise, sull’autovettura e nelle celle di sicurezza renderebbe sicuramente trasparente l’azione degli operatori di polizia, specie durante le manifestazioni pubbliche e nell’attività di controllo del territorio. Nello specifico si ritiene necessario l’utilizzo delle videocamere nei servizi di ordine pubblico, di controllo del territorio, di vigilanza di siti sensibili e negli ambienti in cui vengono trattenute persone sottoposte a misure di polizia o comunque restrittive della libertà personale.

In tali contesti la presenza di una videoregistrazione oltre a fungere da strumento di garanzia per gli operatori stessi, mettendoli al riparo da pretestuose denunce o azioni legali, rappresenta un innegabile elemento di vantaggio ai fini investigativi prima e di accertamento processuale poi. L’introduzione dell’occhio elettronico sulle divise dei poliziotti è un’operazione di trasparenza, una concreta risposta dello Stato a coloro i quali chiedono giustizia, contribuendo, mediante strumenti che consentano la riproduzione di quanto realmente accaduto, all’accertamento della verità. Nei Tribunali le documentazioni video possono essere determinanti nell’arricchire il materiale probatorio a disposizione del giudice. Tale introduzione inciderebbe altresì positivamente sull’economia processuale e sui connessi costi della giustizia. Infatti, l’evidenzia probatoria relativa alla presenza di un video relativo al fatto oggetto di contestazione, consentirebbe di addivenire quanto prima ad un accertamento processuale. L’innovazione tecnologica consente di superare l’antica proposta, figlia di un mondo passato, relativa all’utilizzo degli identificativi alfanumerici sui caschi degli operatori di polizia. Tra l’altro tale strumento negli Stati nei quali è stato adottato è stato foriero di denunce infondate nei confronti degli appartenenti alle forze dell’ordine.

Gli orientamenti giurisprudenziali, come dimostrano anche i casi di cui si sono interessati ai media, sollevano dunque forti problematiche in ordine alla tutela del legittimo affidamento dell’operatore sulle possibili conseguenze delle condotte compiute nell’esercizio delle funzioni, esponendolo a conseguenze pregiudizievoli e, talvolta, non prevedibili. Per tali ragioni si ritiene necessaria l’introduzione di un protocollo operativo, da adottare con decreto del Ministro dell’Interno, che indichi all’operatore di polizia in modo chiaro, preciso nonché conciso ed inequivocabile quando e con quali modalità possano utilizzarsi le armi e gli altri mezzi di coazione fisica in uso agli operatori della sicurezza (sfollagente, spray urticanti, idranti, taser, ecc.). Delimitando scrupolosamente gli spazi di legittimità concernenti l’uso di tali strumenti si eviterebbero da un lato le criticità derivanti dall’incertezza in ordine alla liceità della condotta operativa richiesta agli operatori di polizia, dall’altro si renderebbe più semplice accertare eventuali contestazioni non fondate a danno di questi ultimi.

Tonelli propone, inoltre, una modifica al codice di procedura penale che attribuisca al Procuratore Generale della Repubblica nel distretto di Corte d’Appello la competenza a svolgere una previa valutazione (di garanzia) dei fatti aventi origine e causa nel servizio di Polizia, con la formazione del fascicolo relativo a “fatti compiuti in servizio dagli appartenenti alle forze di polizia relativi all’uso delle armi o di altro mezzo di coazione fisica”. In questa fase preliminare l’Amministrazione di appartenenza ha un ruolo attivo e si avvale dell’attività dall’Avvocatura dello Stato che, laddove necessario, nomina consulenti tecnici per gli accertamenti relativi alla legittimità dell’azione degli operatori ed in particolare al rispetto dei protocolli operativi concernenti l’uso della forza. L’intervento in questa fase procedimentale dell’Avvocatura dello Stato si ritiene giustificato per due ordini di ragioni. In primis si sottolinea che la norma limita il proprio ambito applicativo ai fatti compiuti in servizio ovvero non da privati cittadini ma nello svolgimento dei compiti istituzionali che hanno richiesto l’uso delle armi o comunque della forza. In secundis, dal momento che l’Amministrazione ai sensi dell’articolo 28 della Costituzione risponde civilmente dei danni causati ai terzi dai propri dipendenti, si ritiene che l’intervento dell’Avvocatura dello Stato nonché il relativo potere di avvalersi di consulenti tecnici laddove fosse necessario rispondano ad un interesse proprio dello Stato ovvero quello di svolgere la miglior difesa finalizzata ad evitare un eventuale danno all’erario derivante da una maldestra difesa.

Nei casi di ordine pubblico, chiediamo di estendere la previsione dell’arresto obbligatorio oltre i casi previsti dall’art. 380 c.p.p. . In particolare, riteniamo importante, anche in un’ottica di deterrenza, che si possa procedere all’arresto obbligatorio nell’ipotesi di reato di cui all’articolo 419 bis. Ciò assicurerebbe la certezza della pena e il deflazionamento del carico di lavoro per gli uffici giudiziari requirenti e giudicanti, oltre a disincentivare l’utilizzo della violenza sulle cose in momenti particolarmente “caldi” dal punto di vista dell’ordine pubblico. Attualmente non è infrequente che i colpevoli di reati commessi durante manifestazioni pubbliche vengano denunciati in stato di libertà innumerevoli volte, anche per danneggiamento aggravato, in quanto per la descritta tipologia di reato è attualmente previsto l’arresto facoltativo (art. 381 c.p.p.) e non quello obbligatorio. Tale sostanziale impunibilità determina due effetti molto negativi: vanifica il principio della certezza della pena e origina in maniera subdola una sorta di istigazione al reato oltre che ad un ingolfamento delle attività investigative e giurisdizionali.

Sulla scorta di quanto già avvenuto in Val di Susa durante le pubbliche manifestazioni, fermo restando l’indipendenza della magistratura, prevediamo che sia normativamente prevista la possibilità della presenza di pubblici ministeri in piazza al fianco degli operatori delle forze di polizia. A tal fine si prevede di attribuire al Questore la facoltà, sulla base delle risultanze dei servizi investigativi di cui dispone, di segnalare al Procuratore della Repubblica del Tribunale competente la possibilità che nel corso di una manifestazione pubblica si verifichino delle turbative dell’ordine e della sicurezza pubblica. La presenza della magistratura requirente consentirà di corroborare e avvalorare le richieste di arresto avanzate al giudice per le indagini preliminari. Inoltre, permetterà di raccogliere immediatamente utili elementi di prova finalizzati alla celebrazione del giudizio direttissimo, sì da garantire le esigenze di certezza della pena e di deflazione dei 17 procedimenti penali, i quali, necessariamente aperti anche per semplici denunce che poi puntualmente non hanno ricadute punitive sui colpevoli a causa della prescrizione, non fanno altro che ingolfare l’apparato giudiziario. In questo modo, inoltre, si forniscono maggiori garanzie in ordine all’esercizio dei diritti e contestualmente alla funzione pubblica.