Maresciallo dell’Esercito morto a 46 anni, Il TAR condanna il Ministero della Difesa

Il Tar del Lazio ha condannato il ministero della Difesa al risarcimento del danno subito dal Maresciallo capo Giuseppe Lazzari di Torre Annunziata, in servizio nell’Esercito Italiano dal 1992 al 2010 – con missioni anche all’estero in territori contaminati da fibre di amianto e con radiazioni per l’uso di proiettili all’uranio impoverito – morto a 46 anni per mesotelioma.

Il ministero aveva rigettato le domande della vedova e degli orfani, ancora minorenni all’epoca della morte dell’uomo.

Ne dà notizia l’Osservatorio Nazionale Amianto, che ha seguito la vicenda insieme all’avvocato Ezio Bonanni.
L’Osservatorio e il legale, infatti, hanno sostenuto la famiglia nella lunga vicenda giudiziaria, andata avanti per dieci anni, prima presso il Tribunale di Pescara, per il riconoscimento dello status di vittima del dovere, e successivamente al Tar del Lazio con la pronuncia di riconoscimento della causa di servizio e la condanna al risarcimento del danno. La causa prosegue per l’opposizione del Ministero a risarcire e perché bisogna determinare l’importo del danno. Nella sentenza viene sottolineato che “il militare avrebbe operato privo di dispositivi di protezione e non sarebbe mai stato informato della presenza di agenti patogeni“.

Il sottufficiale è stato impiegato in numerose missioni all’estero, e in particolare:

– dal 18 agosto 2000 al 18 ottobre 2000 nell’ambito dell’operazione “Joint Guardian” in Kosovo;

– dal 26 febbraio 2003 al 15 maggio 2003 nell’ambito dell’operazione “Nibbio-Enduring Freedom” in Afganistan;

– dal 16 luglio 2004 al 31 agosto 2004 nell’ambito dell’operazione “Decisive Endeavour” in Kosovo;

– dal 2 giugno 2005 al 14 luglio 2005 nell’operazione “Eufor” in Bosnia;

– dal 29 dicembre 2005 al 7 marzo 2006 nell’operazione “Althea” in Bosnia;

– dal 23 ottobre 2006 al 29 dicembre 2006 nell’operazione “Joint Enterprice” in Kosovo;

– dal 28 giugno 2007 all’11 settembre 2007 nell’operazione “Althea” in Bosnia;

– dal 18 aprile 2008 al 5 settembre 2008 nell’operazione “Leonte 4” in Libano.

Nel corso delle suddette missioni, il militare sarebbe stato impiegato quale supporto infermieristico ai team EOD (explosive ordnance disposal), ossia agli artificieri che intervengono sugli ordigni inesplosi, e si sarebbe spostato pertanto di frequente con mezzi corazzati – nei quali sarebbe stato presente amianto – che raggiungevano aree contaminate da uranio impoverito e da polveri e fibre di amianto.  Più in dettaglio, con riferimento alla prima missione in Kosovo del 2000, il militare, oltre a operare come supporto infermieristico ai team EOD, sarebbe stato esposto anche all’amianto presente nelle cucine da campo e nei mezzi corazzati utilizzati per gli spostamenti. Inoltre, muovendosi nei teatri operativi al seguito degli artificieri, il sottufficiale sarebbe stato esposto all’amianto, all’uranio impoverito e ai metalli pesanti polverizzati nell’aria a seguito della distruzione, mediante ordigni e proiettili contenenti uranio impoverito, delle strutture presenti in loco, di armamenti o di carri armati, contenenti amianto e altre sostanze nocive.

In tutte queste situazioni, il militare avrebbe operato privo di dispositivi di protezione e, inoltre, non sarebbe stato informato della presenza di agenti patogeni.

Anche nel corso della missione in Afganistan “Enduring Freedom” il militare si sarebbe servito per la propria attività di mezzi contenenti amianto per recarsi nelle aree da bonificare da ordigni inesplosi. La presenza di amianto sarebbe stata accertata pure negli elicotteri impiegati dall’Esercito italiano, come emerso nell’ambito delle indagini condotte dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Torino. Inoltre, l’amianto sarebbe stato presente nelle cucine da campo, ove non sarebbe stato esposto all’epoca il cartello – apposto invece successivamente – volto a segnalare il rischio dovuto alla presenza di amianto.

A Rajlovac, in Bosnia, il militare avrebbe lavorato nella base adiacente all’area utilizzata dalle forze di coalizione come pista per gli elicotteri. Nelle ulteriori due missioni in Kosovo, il Maresciallo capo sarebbe stato nuovamente impiegato a supporto dei team EOD e avrebbe operato presso il laboratorio di analisi di Belo Polie.

 Nell’operazione “Leonte 4”, in Libano, sarebbe stato impegnato con gli artificieri della Brigata Garibaldi, in un’area nella quale sarebbe stato esposto anche al piombo e alle sostanze nocive presenti negli esplosivi e nella polvere da sparo. Il fisico del militare sarebbe stato inoltre debilitato dalle numerose vaccinazioni effettuate nell’imminenza delle partenze, che avrebbero depresso il suo sistema immunitario.

L’esposizione ad amianto si sarebbe verificata anche durante l’attività lavorativa presso l’Ospedale di Chieti, ove il militare avrebbe operato fino al 2009 quale infermiere professionale nel reparto laboratorio analisi, addetto anche a tecnico di laboratorio.

Nel predetto laboratorio l’amianto sarebbe stato presente nella copertura in eternit di un piccolo locale esterno al laboratorio dove erano conservati i cosiddetti gas tecnici, nelle condotte delle tubazioni, nelle guarnizioni della caldaia e delle stufe, nei guanti utilizzati quali dispositivi di protezione individuale e, soprattutto, nelle retine spargifiamma utilizzate insieme ai becchi bunsen. In particolare, l’esposizione alla fiamma del becco di bunsen avrebbe ridotto in polvere l’amianto presente nelle retine spargifiamma, determinando l’aerodispersione di polveri e fibre di amianto.

I ricorrenti hanno allegato che il maresciallo sarebbe stato tenuto all’oscuro della condizione di rischio dovuta ai diversi agenti patogeni e cancerogeni cui è stato esposto e non sarebbe stato dotato degli strumenti di prevenzione tecnica e protezione individuale, quali aspiratori delle polveri e maschere protettive. Il militare non sarebbe stato sottoposto, inoltre, a sorveglianza sanitaria.

In tutte queste situazioni, il militare avrebbe operato privo di dispositivi di protezione e, inoltre, non sarebbe stato informato della presenza di agenti patogeni.

Il Tar del Lazio richiama il principio per cui “l’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure necessarie che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”. In particolare, in relazione ai militari, ribadisce il “dovere dell’Amministrazione della Difesa di proteggere il cittadino-soldato da altre forme prevedibili e prevenibili di pericoli non strettamente dipendenti da azioni belliche, dotandolo di equipaggiamento adeguato”.

“Questo processo – commenta la vedova, Anna Odore – è stato anche un motivo per ricordare di mio marito – Ho voluto portare avanti la sua volontà di abbattere un sistema che negava gli effetti derivanti dall’amianto e dall’uranio impoverito”.

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