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LIBIA, IL RUOLO DELLE FORZE SPECIALI USA

(di Franco Iacch per gli occhidellaguerra) – Gli Stati Uniti hanno schierato in Libia dalla fine del 2015 due “contact teams”, con il compito di allineare i partner locali in vista di una possibile offensiva contro lo Stato islamico. Per la prima volta il Pentagono ammette la presenza dei propri operatori speciali nel paese piombato nel caos dopo la fine del regime di Gheddafi nel 2011. Circa 25 soldati statunitensi, stanno svolgendo operazioni classificate nei pressi delle città di Misurata e Bengasi, per identificare i potenziali alleati tra le fazioni armate locali e raccogliere informazioni sulle minacce. La potente filiale libica dello Stato islamico ha ormai assunto le proporzioni di un piccolo contingente armato e ben asserragliato. Gli Stati Uniti hanno lanciato due attacchi aerei contro obiettivi nemici in Libia dalla fine del 2015, ma il Pentagono ha identificato decine di altri obiettivi che potrebbero essere colpiti qualora venisse autorizzata un’operazione ad ampio spettro.

La conferma del personale Usa, potrebbe essere interpretato come un segnale di accelerazione verso un’altra campagna militare in Libia. Le attività dei due team americani si svolgono in parallelo con quelle delle altre forze alleate, com Francia, Inghilterra ed Italia. Inizialmente, il ruolo degli operatori speciali era quello di capitalizzare la forza aerea straniera sugli obiettivi dello Stato islamico. Oggi sappiamo che la missione primaria dei reparti speciali in Libia è quello di mappare la rete locale, identificando le fazioni amiche da quelle ostili. Fonte di intelligence dirette quindi, in previsioni di qualche possibile azione militare come i raid aerei.

La prima missione americana in Libia è stata autorizzata la scorsa primavera. Sei mesi più tardi, il Pentagono ha attivato due avamposti “nel tentativo di aiutare le fazioni locali a ristabilire un ambiente sicuro”. La strategia di Obama, che quasi certamente non aprirà un terzo fronte in Libia a scadenza di ultimo mandato, è ben nota: provare ad unificare le fazioni in lotta e consolidare l’ancora troppo fragile governo. Spetterebbe a quest’ultimo, secondo la Casa Bianca, iniziare una lotta contro lo Stato islamico. Legalmente riconosciuto, potrebbe richiedere il sostegno occidentale (anche se è una mossa ritenuta impopolare). Dal conflitto civile scoppiato nel 2014, la Libia è stata divisa da due governi rivali: uno ad est e l’altro ad ovest del Paese. L’amministrazione Obama ed i suoi alleati europei supportano il governo di unità intermediato dalle Nazioni Unite. Inviare un forte contingente in Libia oggi, nonostante i piani già elaborati, è ormai ritenuto un errore a quasi ogni livello, sia sotto il profilo tattico che storico-culturale. Basti pensare che le due fazioni che dovrebbero contrastare lo Stato islamico, quelle di Misurata e le truppe dell’esercito del generale Khalifa Haftar, sono a loro volta in lotta tra loro. Gli Stati Uniti, quindi, supportano nel medesimo paese, due fazioni (già in lotta tra di loro) contro un terzo nemico (lo Stato islamico).

Le forze di Misurata riconoscono il governo di unità di Tripoli, quelle fedeli a Haftar no. Vi è poi il terzo fronte rappresentato dal premier alternativo che da Tripoli continua ad affermare la sua autorità, screditando il governo di unità nazionale che mancherebbe del sostegno del Parlamento. Proprio il sostegno occidentale a Haftar (Usa, Francia ed Egitto), vanificherebbe gli sforzi per consolidare il potere del governo di unità nazionale.

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