LA RISPOSTA DELLA DIFESA AL TERRORISMO: PIÙ INTELLIGENCE PER PREVENIRE. PER “STRADE SICURE” 7 MILA SOLDATI

intervista di Paolo Valentino – “Corriere della sera”, 16 luglio 2016

«La prima cosa che voglio esprimere — dice il ministro della Difesa Roberta Pinotti — è la grande solidarietà nei confronti della Francia e del suo popolo, per l’orrore indicibile di questa nuova tragedia, che semina lutti e infligge altro immenso dolore, proprio nel giorno della sua Festa Nazionale, in un momento che doveva essere di serenità e di gioia. Preoccupa particolarmente l’uso di un normalissimo camion come strumento di morte. Questo ci dice che l’appello lanciato dal capo del califfato — colpite ovunque siate, in qualsiasi modo — viene accolto e tradotto in pratica dall’interno. Il terrorista è infatti un cittadino di origine tunisina ma naturalizzato francese».

Che indicazioni suggeriscono queste modalità su quanto dobbiamo fare?

«Stiamo combattendo Daesh sull’esterno, con successi importanti e dobbiamo continuare a farlo perché i proclami di morte vengono da lì. Ma allo stesso tempo deve rimanere altissimo il livello di guardia nelle nostre città e comunità. Questa mattina si è riunito il Casa, il Comitato di analisi strategica antiterrorismo, struttura fondamentale, che mette insieme le forze dell’ordine, l’intelligence, i magistrati, gli analisti delle forze armate. In questo comitato sono recepite anche informazioni che vengono da fonti diverse da quelle tradizionali. Ogni segnale che possa emergere dal territorio viene colto e messo sotto controllo. E su questo si costruisce una strategia di prevenzione, che è il lavoro più importante».

C’è anche un rafforzamento dell’«Operazione strade sicure»?

«Avevamo già portato a 7 mila i militari impegnati in Strade sicure. È lo stesso numero di soldati impegnati in Francia. Ovviamente valuteremo la necessità di un ulteriore rafforzamento. È una misura di supporto importante e molto utile: sentinelle attente in grado di segnalare ogni anomalia o persona sospetta sul territorio. Da un lato è una presenza visibile, che funge da deterrente, dall’altro si liberano risorse nelle forze dell’ordine da dedicare all’attività investigativa».

Il presidente francese è stato costretto a prolungare lo stato di emergenza che stava per chiudere. È una misura che dovremmo prendere in considerazione?

«Ad oggi lavoriamo soprattutto sulla prevenzione, ma siamo pronti di fronte a qualsiasi evenienza. Il lavoro di vigilanza a 360 gradi, quotidiano e minuzioso di tanti servitori dello Stato non viene raccontato, ma viene svolto con tutte le capacità a nostra disposizione. Se avessimo nuove indicazioni, anche alla luce della modalità di attacco emersa a Nizza, penseremmo a ulteriori misure».

Che parole di cautela e di rassicurazione può dire ai milioni di italiani che in queste ore e in queste settimane si apprestano ad andare in ferie in Italia o all’estero?

«Capisco la loro preoccupazione e il loro sgomento, ma devono sapere che in Italia c’è uno Stato con strutture di grande capacità — forze dell’ordine, forze armate e di intelligence — impegnate ogni giorno perché da noi non si verifichino tragedie come quella accaduta a Nizza».

Lei oggi vede il vicepremier libico e la Libia è uno dei fronti sui quali è più impegnata, anche nella lotta a Daesh. Quali progressi stiamo registrando?

«In Libia sono stati compiuti passi in avanti significativi, in particolare a Sirte, dove Daesh aveva la sua presenza più numerosa. Si era arrivato a parlare di 5/6 mila combattenti islamici nell’enclave. Allo stato attuale, tutte le nostre informazioni di intelligence ci dicono che non più di 500/600 miliziani agiscono in un’area pur molto difficile da penetrare. Quello che ci preoccupa è che non siano ancora sopite le tensioni interne. C’è instabilità tra le fazioni e i territori e questo ci fa temere che possa ripartire una guerra civile di cui Daesh potrebbe solo approfittare. Noi stiamo aiutando il governo Serraj a essere il più inclusivo e rappresentativo possibile, mettendo a disposizione le cose che ci vengono richieste, anche aiuti sanitari. E stiamo mettendo a punto i piani per addestrare la guardia costiera e la marina libica, come si sa la missione europea è a guida italiana con l’ammiraglio Enrico Credendino».

Lei la prossima settimana va a Washington con il ministro degli Esteri Gentiloni, per una importante riunione della coalizione anti-Daesh. Che messaggio portiamo e cosa ci aspettiamo?

«A Washington definiremo ancora più in dettaglio la strategia militare, dopo la sconfitta di Daesh a Mosul. L’Italia nell’ultima riunione è stata ringraziata come una delle nazioni che più stanno facendo nella coalizione. Dobbiamo dotarci anche di nuovi strumenti di intelligence. È uno dei messaggi che vengono dal vertice Nato di Varsavia, dove è stato deciso di mobilitare gli Awacs nella lotta a Daesh. Ora occorre un salto di qualità nelle capacità di raccolta delle informazioni, che potrebbe essere lo strumento in grado di darci una migliore prevenzione. Il punto centrale rimane affinare gli strumenti per rispondere a una sfida che colpisce sempre più in modo ibrido e asimmetrico».

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