La gabbia dorata dei “Palazzi del Potere”. Via Crucis di un sottufficiale mal pagato


Molti pensano che la vita nei “Palazzi del Potere” sia una vita dorata. Un po’ come quella di Luigi XIV tra sfarzi, lussi, poltrone in velluto e caffè servito a tutte le ore da camerieri in livrea.


Dopotutto Marilyn diceva che è meglio piangere sul sedile posteriore di una Rolls Royce piuttosto che su quelli di un vagone del Metrò.


Ma se questa Rolls Royce avesse il tettuccio sfondato, i sedili con le molle in bella vista, la manovella del finestrino inceppata, le ruote sgonfie: insomma se cadesse a pezzi, in quanti vorrebbero viverci o piangerci dentro?


Consapevoli che dietro ogni facciata di smaccata opulenza e benessere si nasconde sempre del disagio, siamo andati a fondo (come è nostro costume) ed abbiamo scoperto che dietro piccoli “privilegi” destinati solo ad una stringata oligarchia, c’è un Esercito di gregari che fatica ogni giorno come qualsiasi altro lavoratore che non svolge la sua attività nei “Palazzi del Potere”.


Abbiamo incontrato un sottufficiale, la categoria intermedia delle Forze Armate e di Polizia, che lavora presso questi uffici e davanti ad un caffè ci ha raccontato un po’ la sua vita.


Inviato presso questi “Organi centrali” come assegnazione in base al suo incarico e specialità, è stato catapultato in una realtà fuori dal comune. Da film di Spielberg, per intenderci. Per prima cosa ha dovuto trasferire moglie e figli presso una città che economicamente non è conveniente.

Tuttavia, la moglie lo ha seguito (a differenza di quella dell’ultimo commissario alla sanità calabrese Gaudio – durato quanto Natale e Santo Stefano – che all’ipotesi di un trasloco a Catanzaro le sono venute le convulsioni, costringendo il consorte a rifiutare l’incarico).


I giorni sono passati e il nostro amico vedeva trascorrere le sue giornate tra treni, metropolitane e ufficio. Pratiche da sbrigare, superiori sempre severi e tempo da dedicare alla famiglia sempre poco. Nel fine settimana: riposo fisico e mentale e, come unico svago: il detestato centro commerciale al sabato.


Con l’arrivo del primo stipendio si aspettava che i suoi sacrifici venissero almeno ripagati economicamente. Macché.


La sua remunerazione era inferiore rispetto a quella precedente e vivere in una grande città è nettamente più dispendioso che farlo in una piccola realtà. Questo nostro amico ha toccato con mano che non tutti i lavoratori percepiscono le stesse indennità.
L’affitto da pagare, l’asilo nido per i figli, il costo dei viaggi per recarsi a lavoro e le responsabilità derivanti dal suo incarico, lo hanno messo in ginocchio. A quel punto, armato di buona volontà e spirito di collaborazione (e sicuro di qualche sbaglio amministrativo), si è rivolto a chi ne poteva sapere più di lui.


Lì scopre la verità. La sua responsabilità lavorativa presso i “Palazzi del Potere” non è pagata, per non parlare di altre indennità che percepiscono i suoi pari grado in altri luoghi, addirittura vicini di Palazzo! Ma come? Abbiamo visto la sua busta paga. Misera se mettiamo in sottrazione tutte le spese che è costretto ad affrontare.


Tutto questo per dire che non serve mandare il personale a prestare servizio nei “Palazzi del Potere” se poi, di nascosto a casa, questi deve contare gli spicci anche per prendere un caffè in più. Se l’Amministrazione ritiene che quella persona debba essere trasferita, allora deve garantirgli un tenore di vita dignitoso. Non serve a nulla la destinazione “di grido” se poi questi si riduce a comprare gli abiti di seconda o terza mano e non riesce a far quadrare i conti. Servono: lungimiranza e senso della realtà. Due elementi che chi dirige i “Palazzi del Potere” sembra aver dimenticato.

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