Forze Armate, Covid-19: dalla minaccia alla vita alla minaccia di status

Nelle caserme d’Italia, molti soldati, di ogni specialità e rango, lavorano duramente durante ogni servizio. Nelle caserme d’Italia, alcuni soldati, di ogni specialità e rango, sono collocati nella cosiddetta posizione “a disposizione”. In entrambe i casi, sia i primi che i secondi, sanno che quando c’è da sporcarsi le mani, a loro è richiesto per primi di scendere in campo. Ma non lo sanno soltanto gli uomini e le donne con le stellette. Lo sanno anche i genitori di questi uomini e di queste donne. Lo sanno anche i mariti e le mogli e i figli di questi uomini e di queste donne.

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“Stai attento”, pronunciato deglutendo sull’uscio di casa, è il titolo di un film la cui scena del saluto si ripete un’infinità di volte. Dentro quel “stai attento” si può leggere “non esagerare”, “sii prudente”, “non fare l’eroe”, “non morire”, “ricordati che qui c’è qualcuno che ti aspetta”, “ho bisogno di te”, “sei importante”, “sei forte e mi fido di te ma ho bisogno di chiederti di stare attento perché ho paura”.

Ecco, la paura abita in ogni casa in cui vive un militare e questo stesso militare ci entra in contatto esattamente nel momento in cui sta per varcare la soglia che lo separa dalla sua zona di confort, dove gli imprevisti sono esigui e i rischi preventivabili.

E qui arriva il COVID-19, che non cambia le regole d’ingaggio, non rimpolpa le indennità di rischio, non offre la possibilità di formarsi per la gestione specifica di questa tipologia di minaccia, il cui unico parente noto è un attacco NBCr. A differenza delle operazioni in teatro operativo, infatti, il diffondersi improvviso del COVID-19 non ha concesso il tempo e lo spazio necessario per poter entrare in contatto con i rischi connessi, come succede quando si parte per il fuori area, e questo ci ha spiattellato due dolorosi dati: non eravamo pronti e non possiamo controllare tutto.

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Ecco perché quando arriva il COVID-19 le priorità vengono rapidamente messe in discussione, insieme alla stabilità delle proprie certezze e alle prospettive future, alla familiarità dei pericoli noti e alla capacità di riportare sana a casa la pelle, elicitando così una paura nuova, quella di fallire contemporaneamente sia come essere umano, con il prezzo della propria vita, che come militare, la cui resistenza al virus viene messa a dura prova.

Il COVID-19, proprio per questo, oltre a essere una minaccia, è anche un catalizzatore della paura presente in ogni tessuto sociale e che non lascia scampo né a chi ne ha consapevolezza, né a chi ne ignora la presenza silenziosa. Ma sappiamo che, mentre chi non ha una gerarchia militare da rispettare può assumere delle precauzioni, come il semplice isolamento sociale, i soldati, gli agenti, i poliziotti non possono. Nel loro zainetto tattico, nel loro zaino alpino, nel loro portacasco, l’unico antidoto che possono annoverare è il pilota automatico da inserire per aderire a pieno alle regole d’impiego.

Ma quale sarà il conto che verrà presentato al termine di questa pandemia?

Le reazioni che ci possiamo aspettare mutano nel corso del tempo, per intensità e per tipologia. Nel breve termine, si può registrare:
1. Tossicodipendenza da adrenalina;
2. Ricerca continua di informazioni;
3. Bisogno di rimanere per un tempo eccessivo sullo stesso argomento;
4. Ricerca di attenzioni e di riconoscimenti.

Nel lungo termine, invece, ci possiamo trovare di fronte a:

5. L’insorgenza del bisogno di isolarsi da tutti quegli stimoli che riportano alla memoria gli episodi più emotivamente compromettenti vissuti;
6. L’espressione di una forma nuova di irascibilità, quale traduzione della ridotta tolleranza nei confronti di qualunque fonte di stress, a causa della saturazione anche delle energie più residuali;
7. La difficoltà di beneficiare di un sonno ristoratore, poiché disturbato da risvegli o da incubi.

Nell’arco dei primi sei mesi dall’esperienza traumatica, perché come tale va considerata l’esposizione a decine di centinaia di migliaia di morti, contagi, ospedalizzazioni, misure restrittive, condizioni di incertezza, contrordini, improvvisazione, può, infatti, presentarsi quel quadro sintomatologico tipico del disturbo da stress post traumatico (PTSD), caratterizzato proprio da un’alterazione del ciclo sonno/veglia, dalla disregolazione emotiva e dall’evitamento comportamentale.

Può anche succedere che, mentre la percezione di sé risulta essere una delle prime vittime che viene mietuta, poiché messa a dura prova con insistenza e costanza, nuovi bisogni chiedono prepotentemente spazio a quelli più consolidati, stravolgendo così il proprio status e mettendo in discussione anche la padronanza che si aveva di se stessi.

Alla luce di questa consapevolezza, è confortante riconoscere che, parallelamente a questa impennata di richieste di operatività rivolta ai nostri Corpi di Polizia e alle nostre Forze Armate, si è registrata una timida apertura nei confronti dell’impiego degli psicologi militari, quali esperti della scienza sensibile alle emergenze e mitigatrice degli effetti, in termini preventivi, riconoscendo che, in questo quadro apocalittico, la convivenza tra incertezza e vulnerabilità appartiene alla dotazione organica delle risorse umane impiegata sul campo.

Dunque, se da un lato i fattori di protezione, di cui per attitudine militare ciascuno è equipaggiato possono fungere da barriera protettiva, di contro può risultare determinante possedere la capacità di chiedere aiuto, laddove necessario, quando la situazione pandemica sarà rientrata, al fine di poter contare su un servizio di accompagnamento da questa condizione adrenalinica a una mood serotoninergico più stabile, possibilmente espletato da personale esperto.

D.ssa Erika GRACI, PhD

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