FORZE ARMATE: CAPITANI CORAGGIOSI CONTRO ‘YES MEN’

(di Toni De Marchi) – La Pinotti (dicono sia ministro della Difesa, ma lei
non è sicura) non si è fatta vedere. Ha mandato Domenico Rossi,
giravoltante ex-generale che in due annetti scarsi ha cambiato tre o quattro
volte casacca pur di star agganciato alla poltrona di sottosegretario.

E dunque
difficilmente sarebbe arrossito, nonostante il nome, ascoltando il discorso con
cui l’ammiraglio Rinaldo Veri ha chiuso allo stesso tempo la
sua vita militare attiva e l’anno accademico del Casd, il Centro alti studi
della Difesa, di cui era presidente.
Che l’ammiraglio ne avrebbe approfittato per
togliersi i proverbiali sassolini dalla altrettanto proverbiale scarpa era
abbastanza prevedibile. Si dice sia un franco parlatore e di
cose da raccontare ne aveva molte. A cominciare dalla vicenda indiana diLatorre e Girone.
Alla quale Veri dedica due righe soltanto del suo discorso, ma sono due
righe di accuse pesantissime
 per i destinatari, vertici dello Stato e
della Marina. Veri è nato in India, a Bombay, e lì è vissuto per molti anni:
“Un mio rimpianto risiede proprio nel non aver potuto, mettendo a profitto
queste mie origini, contribuire alla causa, pur possedendo il vantaggio
inconfutabile di conoscere la realtà sociale, culturale e relazionale con la
gente e le istituzioni di quel paese”. Un pensiero che articolerà meglio inun’intervista a Il Tempo, un forte e
dettagliato richiamo alle responsabilità di chi ha incancrenito una vicenda
divenuta ormai quasi inestricabile anche per il sospetto che qualcuno abbia
manovrato per nascondere le responsabilità di ordini sbagliati. Ma,
diciamocelo, ci si può fidare di un mezzo straniero anche se ha i galloni di
ammiraglio?
Sfuggito alla curiosità dei giornali, è tuttavia un
altro il passaggio forte del discorso di Veri, quello che forse ha indotto
ministra e reggicoda assortiti a tenersi a debita distanza da palazzo Salviati,
sede del Casd. Il decalogo, puntiglioso e impietoso, dove Veri
descrive il buon comandante. Dieci punti che non hanno nulla dell’imperiosa
solennità delle tavole di Mosè ma che raccontano di un mondo, quello dei
vertici militari, dove carrierismo, rancori, egoismi singoli e di gruppo,
autoritarismo, incrostazioni burocratiche hanno ancora la meglio. D’altronde le intercettazioni pubblicate da Il Fatto Quotidiano delle
illuminanti conversazioni tra#staisereno Renzi che sta preparandosi
a fare le scarpe a Letta e il generale della GdF Adinolfi che vorrebbe far le
scarpe al suo comandante generale raccontano di un club di gentleman,
un mondo che almeno un po’ puzza dalla testa.
Il decalogo di Veri lo potete leggere qui, se volete. Io provo a dirvi i
passaggi che mi hanno colpito di più:
– Non disperdete il vostro tempo cercando di
compiacere i vostri superiori (ma si sa, la ruffianeria è pratica del
tutto ignota nei palazzi romani con o senza stellette dove gli studiati
ricordano bene quel passaggio dell’Orlando Furioso: 
Se poi si cangia
in tristo il lieto stato, volta la turba adulatrice il piede);
–  Le persone sono al servizio delle
istituzioni e non viceversa (ma chi è questo? Un rivoluzionario? O
forse un pazzo? Vedete cosa succede a fidarsi degli stranieri)
;
– L’interforze è l’unica via percorribile per il
futuro. Chi respinge questa realtà è in malafede e diventerà il peggior nemico
della sua stessa forza armata (oddio, non si rende proprio conto di
quello che dice: ma sapete quanti generali, ammiragli, colonnelli in meno se
passasse questa sua idea balzana?)
;
– Cancellate dal vostro linguaggio la terminologia
“competizione sana” tra le diverse forze armate (vai a capire: se
andassimo tutti d’accordo dove sarebbe il divertimento? Con il pericolo per di
più che i ruffiani rischierebbero di sparire. Ce lo possiamo davvero
permettere?)
;
– Il comando, oggi, si deve esplicare soprattutto
attraverso l’esempio personale e il consenso, e giammai attraverso il bieco
autoritarismo(vedete, è un criticone: manda all’aria una tradizione italiana
che ha avuto i suoi momenti più fulgidi con Cadorna a Caporetto ma che in
piccolo continua anche oggi, per esempio, in certe stanze di vertice di Palazzo
Marina
);
– Il merito deriva dalla effettiva messa in
campo delle prestazioni professionali e non dalla offerta di favori e
comportamenti servili. Una organizzazione di successo non può mai reggersi
sugli yes-men (ma sentilo, dove crede di essere? Se tutti facessero
così chi porterebbe più le spigole in aereo da Roma in Val di Fiemme per
il pranzo del generale e famiglia in pieno agosto? Diciamocelo, quei montanari
non hanno davvero idea di che cosa sia il pesce fresco).
Honi soit qui mal y pense, non fate caso ai miei commentini alle frasi di
Veri. È deformazione professionale e un maldestro tentativo di stendere un po’
di leggerezza su un argomento che è terribilmente serio. Davvero. E
se l’ammiraglio ha avuto il merito e il coraggio di portarlo in un ambito
pubblico, rompendo la pratica ipocrita del lavare i panni in famiglia, non è
tuttavia il solo in tempi recenti ad accusare le storture di un sistema che, in
barba ai tanti che fanno con onore e sacrificio il proprio dovere (o anche solo
il proprio dovere, senza aggettivazioni ulteriori) è condizionato dallecamarillas dei
mediocri.
A leggere quello che dice l’ammiraglio uno non può
non notare le straordinarie similitudini con un altro documento fuori dagli
schemi e di cui vi ho parlato qualche mese fa, la lettera del generale Vecciarelli al personale dello
stato maggiore della Difesa. In entrambi i casi si legge l’insanabile contrasto
tra un bisogno di pulizia ed efficienza e i mali antichi e contemporanei di un
mondo che ancora spesso oppone gli egoismi personali e
carrieristici al bene comune
. Nulla di nuovo sotto il sole, direte. Di
nuovo c’è che oggi qualcuno trova il coraggio di denunciarlo pubblicamente,
come fa Veri. Cosa inusuale per un mondo che spesso fa del riserbo una
bandiera. Ma evidentemente la misura è colma anche per chi porta le stellette. 
Anche se sono quasi sicuro che il giorno dopo l’ammiraglio Veri, capitano
coraggioso, si sarà ritrovato un po’ più solo.

È vero che Veri quando pronuncia il suo decalogo
forse ha in mente qualcosa di più di una generica denuncia di mali diffusi ma
in qualche modo anonimi. Gli indizi sono più d’uno, e tutti concordanti. La
competizione tra Forze armate, l’autoritarismo, il compiacere chi sta sopra
sembrano puntare inequivocabilmente verso l’attuale Capo di stato maggiore
della Marina, ammiraglio Giuseppe De Giorgi che si dice sia molto
apprezzato dalla ministra e dal cerchio magico del fiorentino (un altro
Adinolfi?) ma molto meno, ad esempio, dal personale e dal generale Graziano,
capo di stato maggiore della Difesa. Che anche l’assenza di De Giorgi al
commiato di Veri sia stata una scelta di opportunismo?
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