Emergenza Profughi:Letta “Ci costerà molto, metteremo in campo unità navali e aree”

 
Non
basteranno poche navi e qualche aereo. Non basterà l’impegno, già oggi
encomiabile, della nostra Marina militare e dell’Aeronautica. La sfida lanciata
ieri da Enrico Letta è di quelle che segnano una fase storica, e per questo
investe l’insieme del sistema-Italia: chiama in causa le istituzioni, nazionali
e locali; esige risorse, umane e finanziarie, notevoli; impone una offensiva
politico-diplomatica che investa di petto l’Europa.

Perché ciò che l’Italia intende fare, parole del premier, è «rendere il
Mediterraneo un mare più sicuro possibile». Un mare che «non è possibile sia
diventato una tomba». E per far questo, annuncia Letta, «metteremo in campo
unità navali e aree, ci costerà molto». E su quel “molto” si concentra in
queste ore l’attenzione dei vertici delle nostre Forze armate, di Marina e
Aeronautica in primo luogo.

Quel
«molto», spiega a l’Unità una autorevole fonte militare, significa «risorse
aggiuntive rispetto a quelle già stanziate per le nostre missioni all’estero».
Dobbiamo dare l’esempio, aggiunge la fonte, «e su questo siamo pronti, abbiamo
le professionalità, le sensibilità, per far fronte a questa drammatica
emergenza. Ma occorre anche che l’Europa si dia una mossa, che alle lacrime si
sostituiscano impegni concreti».
Per
questo l’Italia ha intenzione, già dalle prossime ore, di dar vita a una
offensiva a tutto campo che veda impegnata una task force che veda in trincea i
ministeri competenti: Difesa, Esteri, Economia. Con un occhio a Lampedusa, e
l’altro a Bruxelles. È lo stesso Letta a dar conto del raggio d’azione di
questa sfida: «C’è bisogno di Frontex, di Eurosur, di ridiscutere il
regolamento di Dublino», spiega il presidente del Consiglio, aggiungendo che
«noi non facciamo missioni militari unilaterali per andare a bombardare, le
facciamo umanitarie ed è una delle caratteristiche del nostro Paese di cui
andare fieri».

Rendere il «Mediterraneo sicuro», è la «mission» che l’Italia intende darsi. Ma
questo, è bene saperlo, significa fare i conti con organizzazioni criminali radicate,
potenti, piene di soldi e bene armate, che oggi governano un traffico, quello
di esseri umani, il cui fatturato ha superato quello del commercio delle armi.
Rendere sicuro il Mediterraneo, significa anche attrezzarsi a rispondere a un
nemico agguerrito, senza scrupoli. Quella indicata dal presidente del Consiglio
è una corsa contro al tempo. La missione «Mediterraneo sicuro» parte già da
domani. E questo significa rendere immediatamente operativi quei piani messi a
punto subito dopo l’immane strage di migranti a Lampedusa.

«Per
noi vorrà dire spendere molti soldi per mettere in campo tre volte le navi che
ci sono adesso e le unità aeree», ribadisce Letta. Ma quel numero è in difetto.
Perché, rimarcano fonti della Difesa, per ottemperare a un impegno di questa
portata, e durata, c’è bisogno di uno sforzo ancora superiore. In mezzi e
uomini. Quanto ai costi, questi vanno calcolati a doppia cifra, in milioni di
euro. E questo denaro andrà trovato al di fuori del già «rattrappito» bilancio
della Difesa. Ma è un intero sistema di Difesa che andrà riconvertito a questa
priorità: perché monitorare h24 un’area così vasta del Mediterraneo, implica
anche un rafforzamento del lavoro dei nostri servizi di intelligence, e un
rapporto più stretto con le autorità dei Paesi della sponda Sud del
Mediterraneo: in primis Libia, Tunisia, Marocco ed Egitto.

Ad oggi, a far fronte all’emergenza-Mediterraneo sono state il pattugliatore
Libra e la fregata Espero della Marina militare: la loro azione ha permesso il
salvataggio, in diverse operazioni, di centinaia di persone, l’ultima volta
soltanto venerdì pomeriggio. Questo impegno andrà da domani moltiplicato. E
ridefinito. Perché, è bene chiarirlo, missione «umanitaria militare» non
significa solo che i soccorsi vengono portati da personale in divisa. Significa
anche potenziare l’opera di prevenzione e contrasto dell’azione dei trafficanti
di esseri umani. Significa dare sostanza a quel ruolo di «stabilizzatore» che
il presidente Usa, Barack Obama, ha assegnato al nostro Paese rispetto alla
Libia e, più in generale, all’area del Mediterraneo. È nel Mediterraneo che
l’Italia gioca la sua partita geopolitica, che va ben oltre l’emergenza
umanitaria. Al Mediterraneo guarda la base di Sigonella diventata la «base di
lancio» dell’azione antiterrorismo statunitense sul fronte libico, come quella
che ha portato nei giorni scorsi alla cattura di uno dei capi di al Qaeda: Abu
Anas al Libi.

L’Italia,
non fosse altro per ragioni territoriali, di questo «fronte» è parte
integrante. In prima linea. Una linea di fuoco, visto che la stragrande
maggioranza dei migranti, sono oggi «migranti di guerra», umanità sofferente
che prova a fuggire da guerre civili (Siria), da dittature feroci (Eritrea), da
Paesi segnati da transizioni sanguinose (Egitto): milioni di potenziali
asilanti che, spesso in passato, sono stati utilizzati da regimi senza
scrupoli, e in combutta con le holding criminali, come «armi» di ricatto verso
l’Europa. Ed è l’Europa, nel suo insieme, che oggi deve spostare le sue frontiere
nel Mediterraneo, e del Mediterraneo fare una delle sue priorità. Solo così la
«missione umanitaria militare» annunciata dal premier italian può avere
successo. Se diviene anche, e soprattutto, una missione politica. Europea.
 
 
 

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