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(di Valerio Cattano) – A scorrere i protagonisti, sembra di leggere l’ennesima sceneggiatura per una serie di successo: ci sono i Navy Seals (con il Team Six, quello dell’operazione per uccidere Bin Laden), i Berretti Verdi, Ncis, al Qaeda. C’è anche uno scenario esotico, il Mali e la sua capitale Bamako, oppressa dalla presenza dei jihadisti. Tutto inizia con una morte sospetta. C’è tutto: tranne la fantasia, perché di fatti reali si tratta, e non di fiction: il Team Six non ha un ruolo eroico, due suoi componenti sono sospettati di avere a che fare con la fine di un berretto verde. La vittima si chiamava Logan Melgar, 34 anni, sergente delle forze speciali.

I militari sono sotto inchiesta: l’ipotesi – per ora si tratta di questo – è che avrebbero voluto intascare parte dei fondi messi a disposizione dal Pentagono per pagare gli informatori contro gli estremisti islamici. Scoperti da Melgar, gli avrebbero proposto di includerlo nell’affare, ma lui avrebbe rifiutato, diventando così un testimone da eliminare. Il presidente Trump non è avulso dalla vicenda, anche se in modo indiretto: circa un anno fa il segretario alla Difesa, James Mattis, su richiesta di The Donald, ha preparato un piano per snellire le procedure di operazioni anti-Isis sotto copertura: mano libera ai generali, mano libera ai commandos. Poche notizie alla stampa. Più operazioni significano anche più soldi per pagare la rete di assistenza: qualcuno, forse, ne ha voluto approfittare.

Melgar muore il 4 giugno nel compound Usa a Bamako; il medico stabilisce che la causa del decesso è asfissia. A portarlo al pronto soccorso dell’ospedale militare francese due Navy Seals. La loro versione: erano assieme al sergente nell’alloggio condiviso, avevano iniziato un combattimento a mani nude – per gioco, sfida o addestramento non è chiaro – e il sottufficiale si era accasciato al suolo perché ubriaco . Tesi  smontata dall’autopsia: Melgar non aveva in corpo tracce di droghe o alcool. Gli investigatori del Ncis – Naval Criminal Investigative Service della Marina militare Usa – non commentano con la stampa, ma New York Times, Daily Beaste Cnn  se ne occupano.

AD AVERE DUBBI sulla morte del berretto verde – che aveva un’ottima reputazione come veterano in Afghanistan – sono i diretti superiori, che mandano nelle prime 24 ore dell’accaduto investigatori dell’Army’s Criminal Investigation Command a raccogliere elementi. I poliziotti militari lavorano quasi 5 mesi e passano il dossier a Ncis, poiché i Navy Seals appartengono alla Marina; Ed Buice, portavoce di Ncis, conferma che il suo gruppo ha rilevato l’indagine il 25 settembre.

A sollevare dubbi sulla morte del sergente anche i suoi familiari: secondo fonti raccolte dalla stampa americana, la moglie Michelle avrebbe ricevuto alcune confidenze dal marito. Il sottufficiale aveva una cattiva impressione di due suoi partner, entrambi appartenenti al Seal Team Six che dividevano con lui l’alloggio; le aveva promesso che le avrebbe raccontato tutto quando sarebbe tornato a casa, ma il 4 giugno Melgar muore.

LA PRESENZA IN NIGER e Mali di forze speciali americane è venuta fuori solo dopo fatti tragici: l’agguato degli estremisti islamici in Niger, il 4 ottobre, che ha provocato la morte di quattro militari Usa, e ora la fine del berretto verde. Dato particolare, tutti appartenevano al Third Special Forces Group. A Washington ci sono state polemiche sul fatto che il Pentagono non ha fornito informazioni sufficienti sulla missione in Africa: anche questo è frutto della decisione del presidente Trump di lasciare mano libera alle forze speciali nelle operazioni anti terrorismo. In Niger sarebbero 800 i militari impegnati, in Mali la presenza è molto più discreta: il sergente Melgar faceva parte di un piccolo team di specialisti che aveva il compito di raccogliere informazioni sui jihadisti di al Qaeda e trasmetterle all’ambasciatore Paul A. Folmsbee; inoltre, doveva aiutare l’esercito maliano a sviluppare squadre specializzate in anti-terrorismo. Non è chiaro invece quale fosse il compito dei Navy Seals: il New York Times parla di una missione segreta, di cui l’ambasciatore era a conoscenza, contro il jihad africano: prima della morte del sergente, il Team Six avrebbe partecipato ad almeno due missioni sul campo in una nazione dove francesi e Onu dal 2012 faticano a contenere l’espand ersi degli estremisti islamici (149 i militari uccisi sino a oggi). Cosa sia accaduto il pomeriggio del 4 giugno negli alloggi delle forze speciali a Bamako, è quanto Ncis dovrà scoprire: secondo una ricostruzione, durante la lotta, il sergente sarebbe stato sottoposto a una mossa di soffocamento (choke hold), durante la quale avrebbe perso i sensi. I due seals sono stati trasferiti e messi in congedo amministrativo: The only easy day was yestarday è il loro motto: stavolta l’onta non è il fallimento, ma il sospetto di aver ammazzato uno di loro. Per un pugno di dollari. (Il Fatto Quotidiano)

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