Dopo 30 anni riconosciuto il sacrificio del poliziotto, investito e ucciso durante operazione antidroga. Viminale e Tribunale avevano detto “no”, condannando alle spese vedova e figli

Trent’anni dopo dopo il sacrificio del poliziotto lucano Alfonso Passannante, investito e ucciso durante un’operazione antidroga a Melfi, andranno finalmente corrisposti alla vedova e ai suoi due figli, che all’epoca avevano appena 2 e 7 anni, i benefici assistenziali previsti per i familiari delle «vittime del dovere».

E’ quanto ha deciso la sesta sezione civile della Cassazione accogliendo il ricorso presentato dai familiari dell’agente scelto di Rapolla contro il diniego opposto alla loro istanza dal Viminale. Un diniego che in seguito era stato confermato prima dal Tribunale, e poi dalla Corte d’appello di Potenza, con tanto di a condanna alle spese di giustizia di vedova e dei figli. Mentre all’esterno delle aule e dei corridoi ministeriali si susseguivano le cerimonie di commemorazione dell’eroica morte del 29enne, e gli venivano intitolate strade e palestre: a Melfi come nella sua Rapolla. Oltre alla sezione dell’Associazione nazionale della Polizia di Stato della cittadina federiciana.

I giudici di piazza Cavour hanno censurato, in particolare, la tesi per cui il 29enne Passannante non sarebbe stato qualificabile come «vittima del dovere», che è il titolo spettante a militari, forze dell’ordine, e dipendenti pubblici in generale, morti o affetti un’invalidità permanente in conseguenza di attività particolarmente a rischio. Ad esempio: le operazioni di contrasto alla criminalità, i servizi di ordine pubblico e le missioni all’estero. Ma anche la semplice tutela della pubblica incolumità, e «la vigilanza a infrastrutture civili e militari».

Stando a quanto sostenuto in prima istanza dal Viminale e poi dai giudici del Palazzo di giustizia di Potenza, infatti, la morte del poliziotto di Rapolla sarebbe stata riconducibile, tutt’al più, a una banale «causa di servizio». Vale a dire la classificazione in cui viene fatto rientrare il calo della vista dell’addetto al terminale informatico di una pubblica amministrazione, così come l’incidente durante l’esercitazione di un corpo militare.

Con la sostanziale differenza che in quest’ultimo caso lo Stato riconosce alla vedova nient’altro che una pensioncina maggiorata per eventuali figli a carico. Mentre nel primo, quello delle «vittime del dovere», agli eredi superstiti tutti viene riconosciuta una «speciale elargizione» di 200mila euro, e un vitalizio da 1000 euro al mese per ognuno.

I magistrati capitolini hanno liquidato come «errato in diritto» il ragionamento effettuato dai colleghi lucani, per cui la morte del giovane agente non sarebbe stata riconducibile all’operazione antidroga condotta sulla Statale Potenza-Melfi, la sera del 10 settembre del 1992, dagli agenti del Commissariato della cittadina federiciana. Soltanto perché, nel momento esatto in cui è stato investito, l’obiettivo dell’operazione, un furgone bianco con a bordo due pregiudicati, era stato già fermato. E mentre Passannante si occupava di di «gestire il traffico che derivava dal posto di blocco lungo la strada», i suoi colleghi si stavano muovendo per proseguire la perquisizione del furgone in commissariato. Prima della comparsa da una curva di una piccola Fiat 126 che ha travolto il 29enne, morto pochi minuti più tardi durante il trasporto in ospedale.

«L’operazione di contrasto alla criminalità – spiega invece la Cassazione – non poteva (…) dirsi conclusa, in quanto il pericolo di investimento cagionato da una delle attività che la caratterizzavano, non era venuto meno (…) E’ palese che l’evento si è verificato nella fase finale del pericolo complessivamente cagionato proprio dall’intervento di contrasto alla criminalità, ma ancora all’interno di esso».

Di qui l’annullamento della pronuncia della Corte d’appello, e la restituzione delle carte a Potenza che nei prossimi mesi dovrà effettuare una nuova valutazione del caso, «facendo applicazione del criterio decisionale» enunciato dalla stessa Cassazione.

«Si è rimediato a un’interpretazione ingiustificata e restrittiva della norma». Così al Quotidiano del Sud l’avvocato Andrea Bava, che assiste i familiari di Passannante dal 2017, quando è arrivato il diniego del Viminale all’istanza da loro stessi presentata qualche mese prima. Dopo una storica pronuncia della Cassazione su un altro caso seguito dallo stesso avvocato genovese, che aveva “aperto” al riconoscimento dello status di «vittima del dovere» anche in casi come questo, e con effetto retroattivo.«Si tratta di un principio di diritto – ha aggiunto Bava – che servirà anche a tanti altri casi di tutori dell’ordine e militari sacrificati mentre esponevano la loro integrità fisica a situazioni di pericolo nell’interesse della collettività».

Il Quotidiano del Sud ha contattato anche la vedova e i figli di Passannante, ma questi ultimi non hanno voluto rilasciare dichiarazioni per evidenti ragioni di opportunità, avendo seguito le orme del padre in polizia.

Basti pensare che entrambi prestano attualmente servizio al commissariato di Melfi di via Alfonso Passannante 1. Così è stata ribattezzata la traversa di via Foggia su cui si affacciano gli uffici in ricordo degli eventi di 29 anni fa.

La vedova Passannante, invece, si è limitata a esprimere soddisfazione per la decisione della Cassazione.

Leo Amato per il quotidiano del sud

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