Cyber Security

Cybersicurezza, Frattasi lascia l’Acn: dimissioni a Palazzo Chigi, al suo posto pronto Andrea Quacivi

Bruno Frattasi si è dimesso dalla guida dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale. Una lettera recapitata a Palazzo Chigi, poche righe e una formula ufficiale: “motivi personali”. Abbastanza per chiudere una fase, non abbastanza per spegnere le domande.

Il direttore generale dell’Acn, prefetto di lungo corso, 70 anni, lascia l’incarico con quasi un anno di anticipo rispetto alla naturale scadenza. Al suo posto è atteso Andrea Quacivi, ex amministratore delegato di Sogei, manager con un profilo tecnico e una lunga esperienza nei servizi digitali della pubblica amministrazione. La nomina potrebbe arrivare già nel Consiglio dei ministri di venerdì 22 maggio 2026.

Frattasi si dimette: la lettera a Palazzo Chigi e la formula dei “motivi personali”

La comunicazione è arrivata direttamente a Palazzo Chigi. Frattasi ha lasciato la direzione dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale richiamando nella lettera ragioni personali. Una formula sobria, istituzionale, ma politicamente pesante.

Il prefetto era stato nominato il 9 marzo 2023, nel Consiglio dei ministri riunito a Cutro, su indicazione dell’area di governo che fa capo al sottosegretario Alfredo Mantovano, autorità delegata per la sicurezza della Repubblica. Era subentrato a Roberto Baldoni, primo direttore dell’Acn, rimosso con una decisione rapida e inattesa che aveva già segnato l’avvio della stagione Frattasi con un cambio brusco al vertice.

Ora il copione si ripete: un’altra uscita improvvisa, un’altra sostituzione pronta, un’altra scossa dentro una struttura che dovrebbe essere il perno della difesa digitale italiana.

Acn, le tensioni interne e il rapporto logorato con l’autorità delegata

Dietro la motivazione ufficiale dei “motivi personali”, circolano da tempo ricostruzioni su un rapporto progressivamente deteriorato tra Frattasi e l’Autorità delegata alla sicurezza della Repubblica. Una perdita di fiducia che avrebbe pesato sulla scelta del direttore di lasciare l’incarico prima della scadenza.

Nella sede dell’Acn, in corso Italia, i malumori non sarebbero una novità. Il clima si sarebbe irrigidito anche attorno a un progetto di revisione organizzativa dell’Agenzia, predisposto dallo stesso Frattasi, che prevedeva nuove nomine dirigenziali e l’individuazione di circa trenta manager. Un piano che avrebbe comportato un aumento dei costi ritenuto non giustificato.

Non solo. Ulteriori frizioni sarebbero nate intorno a un concorso pubblico bandito pochi mesi fa, al quale avrebbero voluto partecipare familiari di dirigenti dell’Agenzia. Una situazione delicata, capace di accendere tensioni interne e di portare, secondo quanto emerso, anche a un cambio della commissione esaminatrice.

Il risultato è un’agenzia strategica che cambia guida nel momento in cui più avrebbe bisogno di stabilità, metodo e catena di comando inattaccabile.

Andrea Quacivi verso la guida dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale

Il nome in pole per il dopo-Frattasi è quello di Andrea Quacivi, 55 anni, ex amministratore delegato di Sogei, la società generale d’informatica del Ministero dell’Economia.

Laureato in Economia e commercio, Quacivi ha iniziato il proprio percorso professionale in Arthur Andersen, è poi passato in Wind ed è approdato in Sogei nel 2007. Nel 2017 è diventato amministratore delegato della società. Dal 2020 ha assunto la guida di Geoweb.

Quacivi è anche membro del consiglio di amministrazione della Fondazione Icsc, che gestisce il Centro nazionale di ricerca in Hpc, Big Data e Quantum Computing del Tecnopolo di Bologna. Un profilo da manager dei dati, non da prefetto. Ed è proprio questo il segnale politico-amministrativo più evidente: Palazzo Chigi sembra voler spostare l’Acn verso una guida più tecnica, più industriale, più legata alla macchina digitale dello Stato.

Tra i nomi circolati per la successione era comparso anche quello del prefetto di Roma Lamberto Giannini, ma la scelta sembra orientata su Quacivi.

La cybersicurezza italiana sotto pressione: attacchi in crescita e sistema da rafforzare

Il cambio al vertice arriva mentre il fronte cyber italiano è tutt’altro che tranquillo. Secondo l’Operational Summary dell’Acn, a marzo sono stati registrati 436 eventi cyber, sostanzialmente in linea con i 435 di febbraio, mese in cui però si era già verificato un aumento del 94% rispetto a gennaio.

Ancora più significativo il dato sugli incidenti: 313 a marzo, contro i 174 di febbraio, con un aumento dell’81%. A febbraio gli incidenti erano già cresciuti del 60%.

La crescita è collegata anche all’entrata in vigore degli obblighi previsti dalla direttiva Nis 2, che ha ampliato la platea dei soggetti monitorati e obbligati alla notifica. I soggetti interessati sono arrivati a circa 22mila, metà dei quali imprese private.

I settori più esposti restano telecomunicazioni, sanità e manifatturiero. Tre nervi scoperti del Paese: comunicazioni, dati sensibili, produzione industriale. Tradotto: se cade uno di questi comparti, non si parla più di “problema informatico”, ma di sicurezza nazionale.

Milano Cortina e la prova degli attacchi DDoS

Frattasi aveva recentemente rivendicato il lavoro svolto in occasione delle Olimpiadi Milano Cortina, indicate come esempio concreto della capacità italiana di protezione cibernetica.

I Giochi hanno richiesto un dispiegamento imponente, soprattutto nei primi giorni, per contrastare attacchi di tipo DDoS diretti contro siti istituzionali. Attacchi che, secondo quanto riferito, non hanno prodotto conseguenze sui servizi digitali.

Quella prova è stata presentata come il modello di un sistema coordinato, capace di reggere sotto pressione. Ma è anche il banco su cui misurare il futuro: perché un grande evento passa, la guerra ibrida resta.

Il quadrilatero della sicurezza digitale: Acn, Difesa, Polizia postale e intelligence

La sfida che Frattasi lascia al successore è soprattutto una: il coordinamento. L’Acn è solo una parte del sistema. Accanto all’Agenzia ci sono la Difesa, la Polizia postale con il Cnaipic, il Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche, e naturalmente l’intelligence.

È il cosiddetto quadrilatero della sicurezza cibernetica. Funziona se ciascuno conosce il proprio ruolo. Si inceppa se le competenze si sovrappongono, se le ambizioni politiche pesano più della catena operativa, se ogni struttura prova ad allargare il proprio perimetro.

Ed è qui che il nuovo direttore dovrà dimostrare se sarà soltanto un amministratore del cambio di stagione o il regista di una vera messa in ordine.

Le frizioni politiche: il nodo degli hacker militari e il ruolo della Difesa

Negli ultimi anni il dossier cyber ha prodotto tensioni anche dentro la maggioranza. Ha fatto discutere il disegno di legge presentato alla Camera nel settembre scorso dal presidente della commissione Difesa, Nino Minardo, con l’obiettivo di affidare alle Forze armate un ruolo più operativo nel dominio cibernetico.

Una sorta di apertura a un corpo di hacker militari, rimasta però ferma anche per la diffidenza del sottosegretario Alfredo Mantovano, titolare della delega ai servizi segreti e alla sicurezza informatica.

Il punto politico è chiaro: chi comanda davvero nel cyberspazio italiano? L’Acn, la Difesa, l’intelligence, la Polizia postale? La risposta formale esiste. Quella sostanziale si misura quando arrivano gli attacchi, quando i sistemi pubblici tremano, quando i dati finiscono nel mirino.

Il cambio al vertice dell’Acn e il messaggio del Governo

Le dimissioni di Frattasi non sono un passaggio burocratico. Sono un segnale. Arrivano in un settore strategico, in un’agenzia giovane ma già attraversata da cambi di vertice traumatici, in un momento in cui l’Italia deve rafforzare la propria postura cyber e gestire una platea sempre più ampia di soggetti obbligati alla sicurezza digitale.

L’arrivo di Andrea Quacivi, se formalizzato, dirà molto sulla linea del Governo: meno profilo prefettizio, più cultura manageriale e tecnologica. Ma il cambio di etichetta non basta.

All’Acn servono procedure solide, trasparenza interna, capacità di coordinamento e autorevolezza. Perché la cybersicurezza non si governa con le formule di rito, né con le nomine di equilibrio. E quando un direttore se ne va evocando “motivi personali”, mentre attorno si addensano tensioni, concorsi contestati, piani organizzativi discussi e rapporti politici logorati, il vero problema non è solo chi entra.

È cosa trova sulla scrivania il giorno dopo.

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