Crosetto e Tajani in Parlamento sullo Stretto di Hormuz: “Italia pronta, ma nessuna missione senza tregua, quadro giuridico e voto delle Camere”
Audizione ad alta tensione a Montecitorio sulla crisi nello Stretto di Hormuz, con il governo chiamato a riferire davanti alle Commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato. Al centro del confronto, le iniziative internazionali per il ripristino della libertà di navigazione in uno dei passaggi marittimi più strategici al mondo, dopo l’escalation tra Iran e Stati Uniti e il rischio di una paralisi prolungata dei traffici energetici e commerciali.
Nella Sala del Mappamondo, il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il ministro della Difesa Guido Crosetto hanno tracciato una linea netta: l’Italia non sta chiedendo oggi l’autorizzazione a una nuova missione militare, ma si sta preparando a un eventuale contributo internazionale, solo a determinate condizioni. Una posizione ribadita più volte, anche per disinnescare le accuse dell’opposizione su un possibile trascinamento del Paese in uno scenario di guerra.
Il punto politico dell’audizione: “Non chiediamo una nuova missione militare”
L’audizione si è aperta con il richiamo alla necessità di un confronto preventivo tra governo e Parlamento. Tajani ha chiarito subito il perimetro dell’informativa: “Non siamo qui per chiedere di autorizzare una nuova missione militare nel Golfo”. L’obiettivo, ha spiegato, è condividere con le Camere il percorso che potrebbe portare l’Italia a partecipare a una coalizione internazionale per riaprire lo Stretto di Hormuz alla navigazione.
Il ministro degli Esteri ha precisato che ogni eventuale impegno potrà concretizzarsi solo dopo la cessazione definitiva delle ostilità. Crosetto, subito dopo, ha rafforzato lo stesso concetto: non una richiesta di voto immediato, non un ampliamento automatico delle missioni già in corso, ma una comunicazione preventiva sulle misure prudenziali che la Difesa sta valutando.
Il messaggio politico è chiaro: il governo vuole mostrarsi pronto senza apparire interventista. Ma il dibattito parlamentare ha rivelato una frattura profonda sul giudizio politico della crisi, sul ruolo di Donald Trump e Benjamin Netanyahu, sulle responsabilità dell’Iran e sul rapporto dell’Italia con Israele.
Hormuz, perché lo Stretto è decisivo per Italia ed Europa
Tajani ha definito la crisi dello Stretto di Hormuz “uno shock globale”, non una questione regionale da osservare a distanza. Secondo i dati citati dal ministro, da Hormuz transitano il 20% del petrolio mondiale, un quarto delle esportazioni mondiali di gas naturale liquefatto e una quota rilevante delle materie prime necessarie alle filiere produttive.
Il blocco o l’insicurezza di quel tratto di mare, ha avvertito Tajani, produce conseguenze dirette su energia, inflazione, imprese, famiglie ed export italiano. Il ministro ha ricordato che l’export vale circa il 40% del PIL italiano e che nel 2025, nonostante i dazi, è cresciuto del 3,3%.
Per rispondere all’impatto economico della crisi, il governo ha rivendicato un primo pacchetto di misure a sostegno delle imprese esportatrici: finanziamenti agevolati, contributi a fondo perduto fino al 30%, maggiori garanzie pubbliche per l’accesso al credito e rafforzamento dell’operatività di ICE, SACE e Simest.
Tajani: “Il blocco colpisce anche Africa e Mediterraneo allargato”
Il ministro degli Esteri ha insistito anche sulle conseguenze umanitarie della crisi. Secondo Tajani, dallo Stretto di Hormuz passa circa il 30% delle esportazioni mondiali di fertilizzanti, essenziali per la sicurezza alimentare dei Paesi più fragili, in particolare in Africa e nel Mediterraneo allargato.
Il rincaro dell’energia e dei fertilizzanti rischia di tradursi in minore produzione agricola, aumento dell’inflazione, più carestie e nuove spinte migratorie verso l’Europa. In questo quadro, Tajani ha richiamato la nascita della Coalizione di Roma per la sicurezza alimentare e l’accesso ai fertilizzanti, lanciata con i ministri degli Esteri di 30 Paesi del Mediterraneo, del Medio Oriente e dei Balcani e con il direttore generale della FAO.
Il governo lega dunque la sicurezza marittima alla stabilità alimentare, energetica e migratoria: Hormuz non è soltanto una rotta del petrolio, ma un moltiplicatore di crisi globali.
Crosetto: “Due cacciamine italiani verso Mediterraneo orientale e Mar Rosso”
La parte più operativa dell’audizione è arrivata con l’intervento di Guido Crosetto. Il ministro della Difesa ha spiegato che l’Italia sta predisponendo il preposizionamento di due unità cacciamine, inizialmente nel Mediterraneo orientale e successivamente nel Mar Rosso, nell’ambito delle missioni già autorizzate Mediterraneo Sicuro e Aspides.
Crosetto ha insistito su un punto: i cacciamine sono assetti specialistici che richiedono settimane per essere trasferiti nell’area. Per questo, ha detto, è necessario avvicinarli in anticipo, restando comunque a distanza di sicurezza. La formula scelta dal ministro è stata icastica: “Prepararsi a intervenire oggi per intervenire domani, se sarà possibile”.
Il senso politico-operativo è evidente: se dovesse aprirsi una finestra diplomatica, l’Italia non vuole arrivare in ritardo. Ma Crosetto ha precisato che nessun intervento nello Stretto potrà avvenire senza una nuova decisione parlamentare.
Le tre condizioni di Crosetto: tregua vera, cornice giuridica, consenso delle parti
Crosetto ha scandito tre condizioni considerate “essenziali e non derogabili” per qualsiasi futura iniziativa italiana o internazionale nello Stretto di Hormuz.
La prima è una tregua vera, credibile e stabile, non un semplice cessate il fuoco temporaneo. La seconda è una cornice giuridica internazionale legittima. La terza è l’accordo di tutte le parti interessate, incluso l’Iran, perché una missione di sminamento o sicurezza marittima non potrebbe svolgersi in modo pacifico senza il consenso degli attori coinvolti.
Nella replica finale, Crosetto ha ripetuto testualmente il concetto: “Non un temporaneo cessate il fuoco, ma una tregua vera, credibile, stabile, meglio ancora se una pace definitiva”. E ha aggiunto che, senza l’accordo di tutti, una missione rischierebbe di diventare un obiettivo militare.
La coalizione internazionale: 40 Paesi al tavolo, 24 disponibili
Secondo quanto riferito dal ministro della Difesa, circa 40 Paesi stanno valutando un contributo per rendere nuovamente percorribile lo Stretto di Hormuz. Di questi, 24 hanno già manifestato una disponibilità di massima a partecipare con assetti specializzati, in particolare per la rimozione di mine.
Crosetto ha citato tra gli altri Germania, Francia, Regno Unito, Belgio, Spagna, Olanda, Norvegia, Estonia, Lettonia, Lituania, Slovacchia, Canada, Australia e Nuova Zelanda. Il Belgio, ad esempio, contribuirebbe con due unità cacciamine; l’Estonia con un’unità cacciamine; Francia e Regno Unito con fregate, unità di supporto e cacciamine; la Germania con mezzi cacciamine e unità di supporto.
Parallelamente, gli Stati Uniti stanno promuovendo un’iniziativa denominata Maritime Freedom Consortium, finalizzata a coordinare attività diplomatiche, militari e informative sulla sicurezza marittima. Crosetto ha precisato che le iniziative sono distinte, ma dovranno scambiarsi informazioni e coordinarsi.
Tajani: “Nessuna nave a Hormuz senza informazione e autorizzazione del Parlamento”
Tajani ha voluto rassicurare le Camere sul rispetto delle prerogative parlamentari: “Nessuna nave sarà impegnata a Hormuz senza che questo Parlamento sia stato informato e abbia autorizzato”. Il ministro ha aggiunto che nessun militare italiano sarà dislocato in un teatro privo di adeguate garanzie di sicurezza e senza un quadro giuridico internazionale preciso.
È il punto su cui il governo ha cercato di blindare l’informativa: l’Italia si prepara, ma non si muove unilateralmente. Allo stesso tempo, l’esecutivo non vuole “farsi trovare impreparato” nel momento in cui dovessero maturare le condizioni per un’operazione internazionale di sminamento e sicurezza marittima.
Il nodo Iran: nucleare, missili e negoziati difficili
Sul piano diplomatico, Tajani ha ribadito la linea italiana: Teheran non può dotarsi di armi nucleari né di sistemi missilistici capaci di minacciare la regione. Il ministro ha denunciato la repressione interna del regime iraniano, le esecuzioni capitali contro gli oppositori e gli attacchi contro aree residenziali, alberghi, ospedali e infrastrutture energetiche nei Paesi del Golfo.
Tajani ha riferito di aver parlato con il segretario di Stato americano Marco Rubio, confermando il sostegno italiano ai negoziati in corso in Pakistan. Ha inoltre spiegato di aver sollecitato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi a negoziare in buona fede, riprendere la collaborazione con l’Agenzia Onu per il nucleare e ristabilire relazioni con i Paesi del Golfo.
Il ministro ha coinvolto anche Pechino nel ragionamento diplomatico, ricordando il colloquio con il ministro degli Esteri cinese Wang Yi. Per Tajani, la Cina ha un’influenza rilevante sull’Iran ed è tra i Paesi più interessati al ritorno della libertà di navigazione nello Stretto.
Libano, Unifil e Israele: Tajani condanna attacchi e violenze
L’audizione si è allargata inevitabilmente al quadro mediorientale. Tajani ha indicato la stabilità del Libano come elemento indispensabile per una pace duratura nella regione. Ha ribadito il sostegno italiano al dialogo tra Israele e Libano mediato dagli Stati Uniti e la disponibilità dell’Italia a ospitare colloqui diretti.
Il ministro ha ringraziato i militari italiani impegnati nella missione Unifil, definendoli operatori di pace e motivo di orgoglio nazionale. Ha poi chiesto che il governo libanese eserciti la propria sovranità su tutto il territorio e che cessino gli attacchi di Hezbollah verso Israele.
Ma Tajani ha usato parole dure anche contro Israele: devono cessare, ha detto, gli “inaccettabili attacchi israeliani ai villaggi del sud del Libano, anche quelli cristiani”. Ha condannato episodi definiti “riprovevoli” avvenuti in Libano, Cisgiordania e Gerusalemme, compresi atti contro simboli cristiani.
Sanzioni ai coloni israeliani e no alla pena di morte
Tajani ha ricordato che a Bruxelles i ministri degli Esteri europei hanno dato il via a nuove sanzioni contro i coloni israeliani violenti in Cisgiordania. Ha inoltre annunciato la disponibilità italiana a valutare misure contro i beni prodotti dai coloni estremisti nei territori palestinesi, in attesa di una proposta della Commissione europea.
Il ministro ha poi condannato la legge approvata dalla Knesset che amplia la possibilità di imporre la pena di morte in Israele. Tajani ha definito la norma “profondamente discriminatoria”, una punizione disumana e degradante, priva di reale effetto deterrente. Per il governo italiano, ha ribadito, il rifiuto della pena di morte è netto e senza eccezioni.
Gaza, studenti palestinesi e flottiglia: il ruolo dell’Italia
Sulla crisi umanitaria a Gaza, Tajani ha rivendicato l’azione italiana. Il ministro ha riferito dell’arrivo in Italia, via Giordania, dei primi 59 studenti palestinesi di un gruppo di 72, destinati a studiare negli atenei italiani grazie alle borse di studio della Conferenza dei rettori. Gli altri 13, secondo quanto riferito in audizione, sarebbero arrivati nella stessa giornata.
Tajani ha definito questa iniziativa un contributo concreto alla formazione della nuova classe dirigente palestinese. Ha poi parlato dei connazionali coinvolti nella nuova flottiglia diretta verso Gaza, spiegando che 36 italiani sono approdati a Marmaris, in Turchia, e che la Farnesina continua a seguire la situazione attraverso l’ambasciata a Tel Aviv.
Le opposizioni attaccano: “Mancano Trump e Netanyahu”
La parte più aspra del confronto è arrivata dagli interventi delle opposizioni. Peppe Provenzano ha contestato al governo la mancata indicazione delle responsabilità politiche di Donald Trump, sostenendo che la crisi di Hormuz sia l’effetto della “catastrofe Trump”. Secondo l’esponente del Pd, discutere oggi di una missione rischia di essere prematuro, perché mancano le premesse politiche e giuridiche: accordo di pace, garanti internazionali, mandato e cornice multilaterale.
Duro anche l’intervento di Nicola Fratoianni, che ha parlato di due “assenti” nelle relazioni dei ministri: Trump e Netanyahu. Per Fratoianni, lo Stretto di Hormuz era aperto prima della guerra ed è diventato un problema a causa di una guerra illegale. Il leader di Avs ha chiesto quale sia la cornice giuridica immaginata dal governo e se l’Onu debba essere il riferimento.
Anche il Movimento 5 Stelle, con Arnaldo Lomuti, ha criticato il governo per quella che ha definito una posizione troppo timida verso Israele e troppo dura verso l’Iran. Lomuti ha chiesto chiarimenti sul memorandum militare Italia-Israele e sulle regole di ingaggio di un’eventuale missione.
La maggioranza sostiene il governo: “Italia pronta e responsabile”
Dalla maggioranza è arrivato invece pieno sostegno alla linea dell’esecutivo. Fratelli d’Italia ha ringraziato i ministri per aver definito una postura chiara, schierata con gli alleati ma capace di criticare Israele quando necessario. Diversi interventi hanno sottolineato la necessità di difendere il libero commercio, la navigazione internazionale e gli interessi dell’Italia.
Maurizio Lupi ha parlato della necessità di essere “pronti”, evocando anche la possibilità di uno strumento parlamentare di indirizzo preventivo, qualora necessario. Paolo Formentini ha difeso la linea del governo e accusato l’opposizione di attribuire tutte le colpe all’Occidente, sottovalutando il ruolo di Iran e Cina.
Mara Carfagna ha definito condivisibili i tre capisaldi delineati da Crosetto: ripristino della navigazione sicura, allineamento all’iniziativa europea e assunzione di responsabilità da parte dell’Italia. Per Carfagna, contestare il preposizionamento delle navi equivale nei fatti a chiedere che l’Italia si tiri indietro.
Tajani replica: “Nessuna sudditanza verso Israele o Stati Uniti”
Nella replica, Tajani ha rivendicato la linea italiana, respingendo le accuse di sudditanza verso Israele o Stati Uniti. Il ministro ha ricordato che il governo ha più volte convocato l’ambasciatore israeliano e che l’ambasciatore italiano a Tel Aviv è stato a sua volta convocato per le posizioni assunte da Roma.
Sul memorandum militare Italia-Israele, Tajani ha spiegato che il 13 aprile Crosetto ha inviato una lettera al ministro della Difesa israeliano comunicando la decisione italiana di sospendere il rinnovo automatico del memorandum. Ha poi ribadito che l’Italia è contraria a qualsiasi occupazione e acquisizione di territorio in Cisgiordania da parte di Israele.
Sulle sanzioni europee, Tajani ha precisato che l’Italia ha sostenuto le misure contro i coloni violenti, ma ha espresso dubbi sulla sospensione delle relazioni commerciali con Israele insieme ad altri otto Paesi europei. Il timore, ha spiegato, è colpire la popolazione civile israeliana più che il governo Netanyahu.
Crosetto: “Non assolviamo nessuno, gestiamo la situazione che si è creata”
Nella replica conclusiva, Crosetto ha difeso il linguaggio prudente del governo, ricordando che un ministro deve pesare ogni parola perché impegna la nazione. Ha sostenuto che il governo ha già espresso giudizi chiari sugli attacchi a Gaza, sulla guerra in Iran e sul rispetto del diritto internazionale.
Crosetto ha però respinto una lettura che assolva l’Iran. Secondo il ministro, Teheran ha allargato il caos coinvolgendo anche Paesi del Golfo che non l’avevano attaccata. Ha ricordato il ruolo dell’Iran nel sostegno a proxy come Hamas, Hezbollah e Houthi, precisando che il governo non intende dimenticare la natura del regime iraniano.
Allo stesso tempo, Crosetto ha ribadito che l’Italia non avrebbe voluto questa guerra e che, se fosse dipeso da Roma, non ci sarebbe stato alcun problema nello Stretto di Hormuz. Ora, ha spiegato, il compito del governo è gestire la crisi con gli alleati, provando a costruire una cornice multilaterale credibile.
Onu, Cina e Russia: il problema del veto
Crosetto ha ricordato che Italia e partner hanno cercato fin dall’inizio il coinvolgimento delle Nazioni Unite. Una risoluzione promossa dal Bahrein e sostenuta da numerosi Paesi è però bloccata, secondo quanto riferito dal ministro, dai veti di Cina e Russia in Consiglio di Sicurezza.
Per questo, ha spiegato, si lavora anche a una coalizione internazionale più ampia, capace di supplire all’eventuale paralisi dell’Onu. Il coinvolgimento della Cina resta comunque considerato fondamentale: Pechino, ha osservato Crosetto, è tra i Paesi più colpiti dall’instabilità di Hormuz e avrebbe quindi un interesse diretto alla riapertura della rotta.
La frase chiave di Crosetto: “Non penso che oggi la tregua sia facile”
Il passaggio più realistico, e forse più politico, è arrivato quando Crosetto ha ammesso che una tregua non appare imminente. “Oggi e questa settimana penso sia meno facile di quanto pensavo una settimana fa”, ha detto il ministro della Difesa.
È una frase che pesa più di molte formule diplomatiche. Significa che l’Italia si prepara a un possibile scenario post-crisi, ma il governo sa bene che la crisi è ancora pienamente aperta. Per questo il preposizionamento dei cacciamine resta una misura prudenziale, non l’avvio di un’operazione nello Stretto.
Il punto finale: Italia pronta, ma la partita resta politica
L’audizione si è chiusa con una linea ufficiale netta: l’Italia è pronta a contribuire alla sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz, in particolare con capacità di sminamento della Marina Militare, ma solo dopo una tregua stabile, con una cornice giuridica internazionale e con il via libera del Parlamento.
Resta però aperta la questione più spinosa: chi costruirà davvero quella cornice politica? L’Onu è frenata dai veti, l’Europa cerca spazio, gli Stati Uniti promuovono un’iniziativa parallela e la Cina resta un attore inevitabile. Nel frattempo, Hormuz continua a essere il punto in cui si intrecciano guerra, energia, commercio globale e credibilità diplomatica.
Il governo rivendica prudenza e preparazione. Le opposizioni chiedono più coraggio nel nominare le responsabilità politiche della crisi. In mezzo c’è l’interesse nazionale italiano: riaprire uno stretto da cui passa una parte decisiva dell’economia mondiale senza trasformare una missione di sicurezza in un nuovo fronte di guerra.
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