COSTRETTO A PESARE CARTE E DIVISE: FINANZIERE RISARCITO PER MOBBING

Costretto dai superiori a pesare faldoni e divise destinati al macero, un ex ufficiale della Guardia di finanza dovrà essere risarcito per mobbing. L’ha deciso il Tar del Veneto, accogliendo parzialmente il ricorso del militare in congedo contro il ministero dell’Economia, di cui è stata riconosciuta la responsabilità contrattuale per gli atti persecutori patiti dal dipendente dell’amministrazione pubblica. Anni e anni di vessazioni, secondo quanto è stato ricostruito nel procedimento, culminate alla fine in un’infermità causata da «sindrome ansioso-depressiva reattiva all’ambiente lavorativo conflittuale».

IL RICORSO Assistito dagli avvocati Federico Casa, Fabio Sebastiano e Giovanni Ferasin di Vicenza, l’ex finanziere ha spiegato nel ricorso di essersi ritirato dal lavoro nel 2013, quando si era visto obbligato ad interrompere una carriera iniziata nel 1989 e culminata nel 2003 con la promozione ad un ruolo di prestigio nei settori istituzionali del corpo, al punto da ottenere il «nulla osta di segretezza – segretissimo nazionale, a riprova della sua affidabilità e della fiducia di cui egli godeva». Tutto sarebbe però cambiato nel 2008, con il subentro di un nuovo comandante. Lunga la lista delle angherie lamentate dall’uomo. Per esempio la pretesa in pieno agosto di interrompere le ferie e rientrare in servizio «con modalità rovinose per la sua serenità familiare». Oppure l’affiancamento «a colleghi con grosse problematiche personali o di servizio, trattandosi, nell’un caso, di un ufficiale poi morto suicida e, negli altri casi, di colleghi con problemi giudiziari». O, ancora, l’ordine di svolgere «attività di piantonamento delle ditte che eseguivano lavori di ristrutturazione nella caserma». E poi, appunto, il comando ad eseguire «attività di scarto d’archivio dello Schedario Generale (…) consistente nel pesare fascicoli archiviati e sistemarli fisicamente in appositi garage in vista della loro distruzione», così come di compiere «attività di pesatura delle divise da dismettere». Nel frattempo l’ufficiale sarebbe stato gradualmente privato degli strumenti di lavoro, come le chiavi degli armadi, i buoni per l’acquisto di carburante e l’accesso a Internet.

LE MOTIVAZIONI L’ex militare aveva chiesto un risarcimento di quasi 660.000 euro, in gran parte per i mancati stipendi dovuti alla fine anticipata del rapporto di lavoro. I giudici amministrativi hanno però respinto questa parte della domanda, sottolineando che l’uomo ha «volontariamente rinunciato alla possibilità di proseguire l’attività lavorativa in altro settore del Ministero», passando cioè dal settore militare a quello civile. Almeno da alcune delle umiliazioni vissute, invece, il Tribunale ha affermato che «si evincono la progressiva discriminazione e la pretestuosa vessazione inflitte al ricorrente». Per questo il dicastero dovrà pagargli 30.000 euro per il mobbing, più altri 1.500 per le spese e gli onorari di causa. Angela Pederiva per il Gazzettino