COMANDANTE GENERALE: “PRONTI A FARE PULIZIA, MA L’ARMA NON È MALATA”

Comandante generale Nistri, l’indagine sull’omicidio di Stefano Cucchi mette sotto accusa il corpo dei carabinieri. Le ipotesi attuali dicono che i responsabili del pestaggio sarebbero stati aiutati e invitati al silenzio, forse dai superiori.

«Voglio fare prima di tutto due premesse. Chi entra in una caserma dei carabinieri, qualunque sia il motivo, deve necessariamente essere tutelato.
Proprio noi che siamo quotidianamente sottoposti agli oltraggi della criminalità, tanto che dall’inizio dell’anno abbiamo avuto 1092 carabinieri feriti e 6 morti in servizio, dobbiamo ricordare sempre l’importanza della salvaguardia fisica e morale delle persone. Aggiungo che ogni carabiniere deve sentire il dovere morale, prima che giuridico, di dire la verità su tutto quello che è a sua conoscenza e di farlo subito».

Come giudica il fatto che uno degli imputati abbia ammesso di i fatti solo nove anni dopo la morte di Cucchi?
«Può rispondere solo l’interessato. Io voglio aggiungere che appena ce ne sono stati gli estremi lui e gli altri accusati dei fatti più gravi sono stati sospesi e dopo la prima sentenza, sebbene il reato di abuso di autorità fosse stato dichiarato prescritto, abbiamo fatto partire gli accertamenti disciplinari di Stato, i più severi. Non eravamo obbligati a farlo, è stata una nostra scelta ed è anche la dimostrazione che sbaglia chi dice che l’Arma è complessivamente malata: in 204 anni di storia alcuni casi, anche gravissimi, non possono bastare a giudicare un corpo che nella sua fisiologia è sano.

Anche la sorella di Stefano, la signora Cucchi, ha detto che mantiene l’affetto per i Carabinieri nel loro complesso».
Cosa avrebbe potuto fare l’Arma nove anni fa e non ha fatto?
«Potremo fare una valutazione complessiva quando l’autorità giudiziaria avrà completato i suoi accertamenti. Faccio notare che nell’immediatezza, per chi valutava i fatti allora, Cucchi era uscito da una caserma ancora vivo ed era stato portato in altre strutture gestite dallo Stato».

Non c’era modo di intervenire prima?
«Posso intervenire sulle cose che so, non su quelle che non so. Quando le indagini hanno ripreso vigore ci siamo mossi rapidamente».
La famiglia Cucchi ha detto che entrerà al Viminale solo dopo aver ricevuto le scuse per quello che è successo.
«Io mi sono già scusato e in passato ho incontrato la famiglia Cucchi al riparo dai riflettori. L’arma si scusa ogni qual volta il comportamento dei suoi appartenenti fuoriesce dal codice di deontologia a cui siamo sottoposti.
L’unica cosa che possiamo fare è procedere con gli accertamenti e fare formazione sul rispetto delle regole nei confronti degli arrestati».

Nove anni fa c’è stato un procedimento amministrativo ma, a quel che risulta agli atti, i responsabili del pestaggio non furono sentiti e alcuni dei convocati riferirono solo oralmente. Avete verificato come andarono le cose e perché?
«La procedura attivata era una semplice richiesta di relazione, fatta non dopo una morte in caserma ma dopo la morte in ospedale di una persona che sei giorni prima era stata fermata».
Potreste convocare i partecipanti a quelle riunioni, anche per sapere se ci furono coperture dall’alto?
«Non possiamo farlo, ce lo vieta la legge. Sarà l’indagine penale a chiarire quanto in alto siano arrivate coperture e omissioni. Nel momento in cui ci sarà una definizione della vicenda, l’Arma prenderà provvedimenti senza guardare in faccia nessuno. Del resto, nel caso della violenza sessuale di Firenze non abbiamo avuto neppure bisogno della sentenza, ma perché la legge nel 2015 è cambiata. Per i fatti precedenti non possiamo, bisogna aspettare la sentenza definitiva».

I carabinieri che hanno collaborato con l’autorità giudiziaria denunciano pressioni all’interno dell’Arma, anche dai superiori.

«Tedesco (il carabiniere che ora ha ammesso di aver visto il pestaggio ndr) parla di pressioni dei colleghi, non dei superiori. Sul primo testimone, Casamassima, ribadisco che il trasferimento è stato determinato dal suo disagio, manifestato più volte, per essere nello stesso reparto di militari da lui denunciati».

Cosa potete fare oggi perché casi come quello di nove anni fa non si ripetano?
«Sono cambiate le leggi sui procedimenti disciplinari, le procedure di valutazione pre-arruolamento. Per esempio dall’anno prossimo faremo controlli random per rintracciare casi di tossicofilia. Dopo il caso del carabiniere di Cisterna di Latina che ha ucciso la famiglia abbiamo chiesto di intervenire sulla mancanza di obblighi per gli psichiatri che abbiano in cura personale armato. A Roma da tempo, ogni notte, un ufficiale gira le stazioni facendo ispezioni. Abbiamo modificato le procedure informatiche in modo che ogni atto in entrate e in uscita sia registrato. Ovviamente non possiamo verificare
tutto, ben sapendo che nulla può ripararci totalmente dalle patologie».

Sara Menafra per il Gazzettino.it

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